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MILITANZE ESISTENZIALI

Storie di impegno e di passione

La volontà di parlare delle forme che assume la militanza oggi nasce dall’urgenza di ritrovare un senso d’appartenenza e di riconoscere il valore dell’impegno come fondamento della convivenza tra le persone e  l’ambiente – sociale e naturale – che le ospita.
La militanza assomiglia all’intrico di radici che sorregge i boschi. Qui piante diverse fondono i propri apparati radicali per permettere lo scambio di “informazioni” e nutrienti e rafforzare la propria stabilità. In questo modo il singolo albero può contare su un ancoraggio complesso molto più forte delle sue sole radici: sembra che in un sistema così costituito, anche in seguito al taglio, tali fusioni continuino a sostenere le piante rimaste e i nuovi getti. Se la militanza è l’apparato radicale della nostra società, l’impegno dei singoli è il punto di contatto in cui quelle radici si fondono. Il raccordo tra gli incontri della rassegna segue questo intrico ideale, muovendosi da un punto di fusione all’altro nel tentativo di costruire un insieme più forte e solidale.

“ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere”

Smisurata Preghiera, Fabrizio De Andrè

 >Vai all’articolo #ConcretaMente – Militanze Esistenziali

SegniConcreti_MilitanzeEsistenziali_MarcoPaciL’immaginario delle foreste e gli insegnamenti per le società degli uomini.

Il dialogo possibile tra visione umanistica e scientifica.

Le foreste e l’ambiente naturale si sono ripresi la scena negli interessi della società. Luoghi eletti di bellezza, quiete e fascino hanno un rapporto antichissimo con gli uomini di cui sono stati prima dimora e tempio, poi fonte di sostentamento.
Il cambiamento dei modelli produttivi e sociali ha prodotto un progressivo distacco dalle risorse naturali, fisico e mentale, ma le foreste non hanno mai smesso di svolgere le proprie funzioni (fonti di materie prime e servizi). Se nell’antichità l’uomo aveva una consapevolezza istintiva dell’importanza della natura, l’uomo moderno deve ri-apprendere a leggerne i codici e comprenderne il linguaggio.
Le foreste rappresentano dunque un modello per riflettere sui comportamenti sociali (vedremo quanto in comune hanno gli abeti bianchi costretti a sopravvivere sotto copertura e la capacità di superamento dei traumi degli esseri umani, oppure come le dinamiche di successione di un bosco siano simili alla storia dello sviluppo produttivo dal colonialismo ai moti di indipendenza).
Le foreste sono anche luogo di mistero e viatico per l’autenticità, così hanno finito col diventare protagoniste di racconti, leggende e arte figurativa; sono state rifugio di personaggi “ribelli” o semplicemente espressione di spiriti antitetici al loro tempo.
L’incontro è una preziosa occasione di vedere le foreste nelle loro molteplici sfaccettature, imparare da loro e apprezzarne la straordinaria quanto “invisibile” complessità.

 

Marco Paci, docente di Ecologia Forestale al Corso di Laurea in Scienze Forestali e Ambientali e di Fondamenti di Ecologia generale e del paesaggio al Corso di Laurea in Pianificazione della città del territorio e del paesaggio dell’Università degli studi di Firenze, ha formato generazioni di forestali e non solo, ai quali ha saputo trasmettere una visione delle dinamiche naturali e dei principi ecologici alla base degli ecosistemi forestali in grado di superare la trattazione meramente scientifica. Quello che muove Marco Paci, docente universitario, è passione personale prima che competenza professionale; infatti, alla copiosa produzione scientifica relativa a tematiche specialistiche, ha affiancato la stesura di volumi (L’uomo e la foresta, Le foreste della mente, Le radici del pensiero) in cui  conoscenza scientifica e umanistica si intersecano continuamente, dimostrando che gli uomini hanno tanto da recuperare di una consapevolezza antica, basata sulla connessione a ritmi e leggi di natura. Fine appassionato di arte e di storia, nella sua bibliografia compaiono continui riferimenti alle suggestioni che le foreste hanno avuto sugli uomini (dalle espressioni artistiche,  alla spinta verso  scelte radicali, di protesta o di libertà) e che le hanno avute come sfondo.  Educatore di professione, non ha dimenticato i bambini ed è autore di due libri per l’infanzia che spiegano in modo divertente ed efficace l’ecologia e l’importanza della gestione dei rifiuti (L’ecologia siamo noi, I rifiuti e l’ambiente).

> Pagina di approfondimento sull’autore
> Articolo #ConcretaMente – Le foreste insegnano, le foreste suggeriscono

 


Resistenza raccontata e resistenza vissuta:

dalla letteratura all’Appennino Tosco-Romagnolo.

Si può scrivere di Resistenza oggi? Lo si può fare a trent’ anni senza averne neppure visto le tracce se non quelle morali? Le Orme degli uomini liberi, romanzo ambientato in Valgrande, Piemonte,  racconta la storia di un rastrellamento realmente accaduto nell’estate del 1944 e della nascita (e fine) della gloriosa Repubblica Partigiana dell’ Ossola, a un soffio dalla Liberazione, ed è un’interessante spunto di riflessione su cosa  spinga a raccontare ancora di Resistenza, a scavare tra le pieghe delle ragioni e della determinazione (ma anche delle debolezze) di uomini che appaiono così distanti dalla nostra epoca. L’autore segue un percorso inverso a quello della narrativa “resistenziale”, nata sulle braci ancora accese della guerra civile. Una pagina estremamente conflittuale sulle cui ragioni e interpretazioni gli stessi protagonisti si sono a lungo interrogati. Non ricostruzione storica per recuperare e mantenere la memoria (personale prima che collettiva) ma eredità morale e sentimento di riconoscenza a cui restituire vita attraverso la storiografia.
Questa passione per gli ideali della Resistenza e l’ambiente naturale, che gli ha fatto da fondale, trova connessioni forti con le scelte di vita dell’autore, che nel cuore di un Parco Nazionale è voluto rimanere e della natura fare compagna di vita.
L’attività della cooperativa In Quiete si contraddistingue per la capacità di interagire intelligentemente con l’ambiente naturale, permettendo di conoscerlo ma allo stesso tempo di comprenderlo, non limitandosi alla contemplazione ma co-operando con esso. Il ripristino degli equilibri tra uomo e natura, la creazione di reti locali di comunità, stanno restituendo linfa vitale ad un territorio, il Casentino (Appennino Tosco-Romagnolo), che altrimenti rischierebbe di restare marginale o essere trasformato in uno sterile museo a cielo aperto e i ragazzi di In Quiete ne sono stati protagonisti.
L’incontro con l’autore permetterà di mettere in luce l’importanza e tutte le difficoltà di recuperare e mantenere, adesso, un legame antichissimo, quello con i luoghi e le loro risorse, che non può essere nostalgico o anacronistico ma deve essere autentico e consapevole.

 

Mattia Speranza, scrittore e socio fondatore della cooperativa In Quiete, si laurea in filosofia morale e politica a Firenze, arriva dal mare ma si impiglia in Appennino, nella spina dorsale dell’Italia. Appassionato da sempre di montagna, dalle salite del Giro d’Italia ai sentieri di quota, si specializza in comunicazione ambientale e sceglie di restare in Casentino dove approda per il servizio civile presso l’Ente Parco (Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna). Guida escursionistica, fonda insieme a tre amici e compagni In Quiete nel 2014, precorrendo i tempi sulla “moderna” sensibilità ambientale, per un misto di necessità ed esigenza di non rientrare nelle maglie delle scelte di comodo legate all’asfalto e al cemento. La cooperativa si occupa di escursionismo ed educazione ambientale ma, scommessa cresciuta nel tempo, è diventata punto di riferimento nell’animazione del territorio, attraverso la realizzazione di azioni finalizzate a creare rete e comunità in aree altrimenti definite marginali, che invece pulsano di bellezza e di storia. In Quiete porta avanti progetti di tutela della biodiversità (Antica acquacoltura Molin di Bucchio) e ripristino degli equilibri eco sistemici, ha ideato e promosso un festival diffuso di letteratura di montagna (LIBRA – Casentino Book Festival) e, con impegno e passione, traduce in esperienza concreta una certa idea di umanesimo della montagna, dimostrando che militare quotidianamente per difendere e sostenere una scelta è un’eredità preziosa che sulle montagne è nata e lontano dagli schemi usuali si rinnova, sempre con sacrificio ma altrettanto sempre con autenticità ed entusiamo.

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Il riutilizzo dei beni confiscati alle mafie e il contrasto ai fenomeni criminali tra Stato e società civile.

 Reati ambientali e sottrazione di ricchezza dai territori sono fenomeni che vedono sempre più protagoniste le organizzazioni criminali. Si parla di ecomafie per indicare attività illecite o al limite tra il lecito e l’illecito, con conseguenze ambientali e sociali devastanti. Utilizzare le risorse in modo non sostenibile o violare l’ambiente naturale per trarne profitto costituiscono un costo economico e sociale.  Economico perché sottrae o distrugge ricchezza, sociale perché legato sia alla indisponibilità o danneggiamento di beni comuni che alla creazione di situazioni lesive delle condizioni di vita.
L’autore ci aiuterà a comprendere le connessioni che esistono tra reati ambientali di matrice criminale, ritardi o arresto nello sviluppo socio-economico di interi territori e il ruolo fondamentale della partecipazione nei processi di governance territoriale. In modo particolare il riuso dei beni confiscati alle mafie rappresenta un’occasione di cui non va trascurata la rilevanza, non soltanto per il valore simbolico del sottrarre ricchezza. Coinvolgere le popolazioni nelle procedure per l’affidamento e la gestione del bene, attraverso processi partecipativi, infatti, contribuisce ad aumentare la consapevolezza delle persone, favorire il contrasto alle dinamiche criminali e rafforzare la coesione civile.
La sostenibilità ha tre direttici principali: economica, sociale e ambientale. Il caso della gestione dei beni confiscati è quindi una potenziale palestra di educazione alla sostenibilità della società civile oltre che fondamentale azione di contrasto alle compagini criminali.

 

Vittorio Martone, sociologo esperto in modelli di governance urbana, dell’ambiente e del territorio; politiche e modelli di sviluppo; processi partecipativi e analisi della corruzione e della criminalità organizzata di tipo mafioso, attualmente tiene l’insegnamento Territorio Economia e Società del corso di Laurea Magistrale in Comunicazione pubblica e politica dell’Università degli Studi di Torino. Si forma tra Napoli e Marsiglia ed ha all’attivo numerose collaborazioni con enti di ricerca e associazioni. Tra i soci fondatori di Larco (Laboratorio di analisi e ricerca sulla criminalità organizzata) progetto in cui confluiscono le esperienze di ricercatori “non strutturati”, è autore di due volumi Le Mafie di Mezzo (Donzelli Editore, 2017) e Mafia Violence (Routledge, 2018) in cui si analizzano le adiacence e contressenze delle compagini sociali  e politiche rispetto al fenomeno mafioso (e rispetto all’uso della violenza implicita ed esplicita come forma di regolazione dello scambio sociale, economico ed affettivo). Una parte importante del suo lavoro tocca la questione delle ecomafie, quindi dei reati ambientali e loro opposizioni: Responsabile dell’Area Beni Confiscati della Fondazione Po.li.s  si occupa di supporto alla gestione del riuso sociale dei beni confiscati, che rappresenta uno strumento di repressione della criminalità organizzata (sottrazione di ricchezza) ma costituisce altresì opportunità di sviluppo sostenibile ed inclusivo dei territori coinvolti.

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Migrazione Story telling e progetti di educazione alle differenze dal basso.

 Ci siamo mai chiesti quanto la narrazione delle cose e dei fatti possa influire sulla nostra percezione? Di uno stesso evento essa può mettere in risalto aspetti diversi, trascurarne o tacerne altri e in qualche modo condizionare l’idea che chi ascolta o legge se ne fa. Nel corso di questo incontro il problema del ruolo della narrazione nella percezione dei fatti verrà analizzato nel caso specifico della questione “immigrazione”. L’autore, sia giornalista che scrittore, dimostra come siano  “cronista” o “narratore” a tessere le fila e creare orditi che influiscono sulla capacità effettiva di interpretare i fenomeni.
Nel caso degli immigrati, delle capacità di inclusione e delle effettive possibilità di integrazione, esistono storie paradigmatiche che sovvertono gli schemi a cui un certo tipo di retorica ha abituato.
Questa considerazione pone l’accento sul ruolo critico dei filtri, della mediazione narrativa come di quella educativa e spinge a riconsiderare anche le modalità di azione. Per questo, proprio rispetto all’integrazione e all’educazione al diverso (almeno pregiudizialmente considerato tale), l’autore racconterà della bella esperienza di Global Friends, un’associazione che si occupa di mettere in contatto bambini italiani con bambini di Paesi da cui molti immigrati arrivano in Italia. I bambini si scrivono delle lettere, personali, senza tema o indicazioni, e in questo modo riescono a stabilire relazioni e un contatto individuale, non mediato dagli adulti e indipendente dai condizionamenti sociali. Le lettere vengono tradotte dall’associazione e dei volontari si occupano di consegnarle ai bambini destinatari con l’originale allegato, da questa e dall’altra parte del mondo. Conoscersi è il primo passo per riconoscersi e costruire società più inclusive, una forma di autoeducazione dal basso che rappresenta un seme di speranza per le generazioni future.

 

Jacopo Storni, giornalista fiorentino, corrispondente toscano dell’agenzia Redattore sociale, scrive sul dorso regionale del Corriere della sera e per il Corriere.it. Sul proprio mestiere l’autore dichiara: «ho ancora l’utopia che il giornalismo possa cambiare il mondo. Per questo scrivo». All’attività giornalistica, ha affiancato quella di scrittore: nel 2011 pubblica Sparategli! Nuovi schiavi d’Italia nel 2016 L’Italia siamo noi e nel 2018 Siamo tutti terroristi. Gli ultimi due nascono dalla costatazione di uno scollamento tra fenomeno migratorio e sua percezione; di fronte a una sovraesposizione di cattive notizie da parte dei media, l‘autore afferma la necessità di raccontare il bello per costruire il bello e per questo decide di divulgare storie di migrazione approdate a una completa realizzazione dell’individuo nel tessuto sociale di arrivo. Convinto dell’importanza della costruzione di una società più inclusiva, è uno dei fondatori di Global Friends, un interessante progetto da alcuni anni operativo nell’area di Firenze, attraverso il quale mettere in relazione classi di bambini del Nord del mondo con classi di bambini del Sud del mondo attraverso la scrittura di lettere individuali. Lo scopo dichiarato del progetto è l’«auto-educazione alla diversità dal basso» non filtrata dagli adulti , dove sono gli stessi bambini ad essere parte attiva dell’insegnamento e dell’educazione attraverso la reciproca scoperta, la conoscenza dell’altro e lo scambio di parole.

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  • Grazie agli autori tutti per entusiasmo, fiducia e una collaborazione da non dare mai per scontata e, sopra ogni altra cosa, per tutto quello che sono e che fanno.

    Grazie inoltre a tutti i partners per la fiducia e il contributo alla realizzazione di quella che solo pochi mesi fa era appena una possibilità e oggi è diventata realtà: Feltrinelli Point Arezzo; Associazione Donne di Carte Arezzo; Circolo di lettura Karemaski; Electra asp ONLUS -CLA; Open World Travel; Across Tuscany

    Un riconoscimento speciale oltre che ai doverosi grazie va ad Alessandro Ristori per il sostegno e la “sopportazione” nonché per il preziosissimo aiuto nel ponderare e rivedere i testi.

    Un grazie a tutto il gruppo concreto di Segni Concreti. Un gruppo dove le idee possono diventare sostanza.

  • Dalila Sansone

    Alessandro Ristori

    Demostenes Uscamayta Ayvar

    Format ideato e creato da: Segni Concreti

     


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