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Parole di Lulù – #ConcretaMente

Parole di Lulù


Di Dalila Sansone

 

Era tempo che volevo scrivere di “Parole di Lulù” ma non è facile perché, per definizione dello stesso Niccolò Fabi, Parole di Lulù è un sentimento e i sentimenti si raccontano male, a volte si ha la tentazione di credere possano essere vissuti e basta.

Parole di Lulù è una fondazione creata nel 2010 dal cantautore romano e Shirin Amini che, attorno al 30 di Agosto di ogni anno, organizza un concerto evento itinerante per raccogliere fondi a supporto di progetti legati all’infanzia e per sostenere strutture che tutelano la salute dei bambini e l’organizzazione di attività ludiche ed educative che ne accompagnino la crescita.  Una descrizione che la classifica tra le tante fondazioni o iniziative che, senza scopo di lucro, operano per supplire a quello che spesso manca o è troppo carente.

Ecco il verbo che mi mancava: “raccontare”, le lettere che hanno fatto da ponte tra il dolore e la forza

Tutto riduttivo. Corretto, sintetico ma del tutto insufficiente a raccontare. Ecco il verbo che mi mancava: “raccontare”, le lettere che hanno fatto da ponte tra il dolore e la forza.

Il 30 agosto è il compleanno di Olivia la bambina che Niccolò e Shirin hanno perso piccolissima per una forma di meningite acuta e Lulù era il nome con cui la chiamavano.

Per scrivere ho spulciato tutto il materiale possibile e la chiave è arrivata quando ho guardato il video girato in occasione del concerto del 30 Agosto 2010, il primo, una jam session improvvisata durata tutta la notte a Casale sul Treja a trenta chilometri da Roma, fuori all’aperto. Erano montanti, assi, cavi a congiungersi, oggetti a prendere forma, persone a scendere dagli autobus, abbracci e parole, poche, dette appena in incroci continui e necessari di sguardi. Tanti sorrisi, sorrisi difficili, quelli tenaci, quelli che ci vogliono stare lo stesso a dispetto della piega che istintivamente prenderebbero le labbra quando il dolore, tuo o di un altro ha intriso l’aria. In un frammento si vede Shirin montare dei pezzi del palco, alzare lo sguardo e sorridere, sorridere con gli occhi.

Tanti sorrisi, sorrisi difficili, quelli tenaci, quelli che ci vogliono stare lo stesso a dispetto della piega che istintivamente prenderebbero le labbra quando il dolore, tuo o di un altro ha intriso l’aria. In un frammento si vede Shirin montare dei pezzi del palco, alzare lo sguardo e sorridere, sorridere con gli occhi

Non ci sono spiegazioni a certi tipi di dolore, quelli irrimediabili che spaccano creando fratture non risanabili. Dall’altra parte della crepa l’onda d’urto è tale da lasciar presagire l’impossibilità di recupero, la sicurezza di trascinarsi addosso una deturpazione invisibile e costante, eppure ci sono persone, ci sono forze capaci di custodire tutto questo con rispetto e scenderci a patti. Queste persone sanno che si tratta di scegliere che cosa si intende per vivere e che vivere significa imparare il coraggio di sorridere, quello di non arrendersi a quanto non può essere cambiato, perché “la gioia come il dolore si deve conservare, si deve trasformare”. Niccolò e Shirin attraverso Lulù hanno raccontato la trasformazione come chiave di convivenza col dolore. A differenza di tante altre situazioni in cui l’intento benefico e costruttivo  finiscono quasi col diventare centrali e con l’assomigliare ad una sorta di “codice di buona condotta in caso di catastrofe”, ecco Parole di Lulù ha una consistenza diversa, come se l’aspetto organizzativo, l’evento reale fossero manifestazione immanente di qualcosa di molto più grande, diffuso. Il sentimento di cui parla Niccolò che è insieme spinta e coraggio ma anche volontà e non negazione del dolore, l’opposto della chiusura.

In quelle immagini e negli sguardi che scorrono sul video compaiono occhi attoniti, incapaci di capire qual è la direzione in cui guardare ma non smarriti: sono sguardi non isolati, occhi in mezzo a tutto un resto di cose che si realizzano, consapevoli del luogo in cui sono, che può non essere chiaro dove sia collocato fisicamente o emotivamente ma  popolato da altri sguardi e sembra l’unica cosa che conti. E’ l’unica cosa che conti.

Niccolò e Shirin hanno preso in mano quello che non sapevano e non potevano gestire e non l’hanno nascosto, l’hanno fatto per istinto e senza una progettualità di lungo corso, l’hanno fatto per sopravviversi perché quando non sai cosa fare di cosa resta di te, hai una sola scelta possibile fidarti di quello che accade e farlo accadere, lasciare che siano gli incontri per strada a guidarti.

Parole di Lulù adesso è un appuntamento poco noto ma vivo, atteso, a dimostrazione del fatto che ci sono cose che possono essere fatte ed essere incisive anche senza casse di risonanza puntate ad altissimo volume e definizione. I progetti realizzati sono tanti e più disparati e toccano realtà grandi o piccolissime con la stessa identica dignità

Parole di Lulù adesso è un appuntamento poco noto ma vivo, atteso, a dimostrazione del fatto che ci sono cose che possono essere fatte ed essere incisive anche senza casse di risonanza puntate ad altissimo volume e definizione. I progetti realizzati sono tanti e più disparati e toccano realtà grandi o piccolissime con la stessa identica dignità. Una punta di rammarico resta nello sfogo di Fabi che sottolinea come questo sia un Paese dove fare beneficenza (autentica aggiungo io) sia molto difficile e dove ci si trovi costretti a scontrarsi con limiti burocratici e umani che l’umanità finiscono col negarla. Il viaggio di Lulù ad ogni modo continua tutti gli anni e tutti i giorni attraverso  la fondazione, a dare ragione a quel costruire che è sapere rinunciare alla perfezione o semplicemente non rinunciare alla forza che deriva dal saper essere fragili, senza vergogna e senza ostentazione e riuscire a farne concretezza.

Riguardo quelle immagini, proprio quelle, e mi convinco che non esiste nulla di più potente di quanto sta dietro ad occhi che hanno pianto, capaci di sorridere ancora. Meglio di prima.

 Parole di Lulù_1

 

 Parole di Lulù_3

 

www.paroledilulu.it/fondazione
 

 
Dalila Sansone
Abracadalbero – Parole senza radici
Dalila-Sansone_ConcretaMente

Dalila Sansone – Foto: Alessandro Schinco

 

Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no.

Le parole non hanno radici come gli

alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto.
Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione.
Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile.

Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto.

 

 

 

 

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