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	<title>segni concreti &#187; Articolo</title>
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	<description>segni concreti, associazione di creativi per il sociale con sede ad Arezzo</description>
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		<title>Il suono della solitudine &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Sep 2019 18:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Dalila Sansone  &#160; “ (…) Allora fai quello che veramente hai pensato: prendi un vecchio cappello a falde tese, nero, infili nella fascia di raso una piuma azzurra che strappi all’acchiappasogni appeso allo stipite della porta, lo metti in testa, sbirci di nuovo lo specchio, respiri forte e cominci a scrivere. Questo è uno dei tanti vantaggi della solitudine: non dover rendere conto a nessuno di cosa indossi. Hai imparato a costruire il mondo con le tue mani” Michele Marziani, Il suono della solitudine_Ediciclo Editore 2018 &#160; E’ il titolo di un libricino che puoi portare dietro come un taccuino, un appunto, un oggetto che finisce con l’appartenerti e si confonde tra le cose dentro la borsa, tant’è che puoi lasciarcelo: occupa poco spazio ma ci sta qualcosa di te o di chi hai conosciuto. Serve portarsi dei pezzi dietro, serve a ricordare, persino a incontrarsi. Serve come il nodo di un filo che lega il palloncino al polso. &#160; Sottotitolo  “Piccole cose da raccontare a te stesso”.  Storie sulla solitudine, sulla geografia interiore di una dimensione fatta di dettagli e di percorsi, un raccontare la mappa dell’approdo. Si perché l’immagine della solitudine che traccia Marziani è quella di un approdo nelle acque di un mare interiore su cui si scivola, pur sempre in balìa delle condizioni esterne, attraversando e guardando dal di fuori l’inquietudine che fa della propria diversità una colpa fino all’assoluzione, un esercizio costante di autoassoluzione. E che suono fa la solitudine? Michele Marziani scioglie un nodo, sgranando il rosario dei solitari, di quanti per distrazione capita osservino la strada accumulata dietro ai talloni esattamente lì, da quel punto di osservazione privilegiato che è una vita solitaria. &#160; &#160; Allora lei, la solitudine, fa tutt’uno con l’approdo, rassegnazione solo apparente alla propria natura, percepita come errata in un qualche tempo passato e poi nemmeno troppo capita, semplicemente accettata; è distacco dal superfluo, sacralità di riti personali che sono, esistono, senza costrutti. Si delineano in questo spazio a-geografico quasi fossero personaggi sulla scena, quasi la scena stessa diventasse personaggio e il solitario lo spazio della rappresentazione. E’ approdo dinamico però la solitudine, dalla bellezza “appesa a un filo di ragnatela”, un esercizio di equilibri in bilico sulla corda del dubbio, attenta ad avvertire il peso dei passi, vigile nell’intuire lo sbilanciamento impercettibile da cui dipende il limite che fa la differenza tra l’altezza e il baratro. Estrema consapevolezza, estremo rischio. Ma non è scelta la solitudine dunque, è propensione, indole intenta a cercare riparo dalle convenzioni, da quei riti che personali non sono, dalle necessità condizionate. Cerca spazio il solitario, spazio che ricava per sottrazione, rimuovendo, educandosi al distacco dove non può esserci piena presenza. Rimozione, distanza, presenza: i tre grani del rosario. Affiorano lattiginose il cosa e il come sono la solitudine, sospese e sospette come è l’attitudine ad una capacità di visione meno distratta, concentrata a cogliere (forse anche trattenere) il residuo di tutte le cose, la traccia sommersa che un posto troppo affollato nasconderebbe. Parrebbe un resoconto invischiato di malinconia trasposta in esperienza vissuta, ma non riesce ad esserlo, essendone precisamente l’opposto. E’ lucidità capace di guardare distintamente all’intero spettro delle emozioni, con pari dignità. La “realtà” delle solitudini traspare nel rapporto che sai avere con il vino, dice l’autore. La consapevolezza si riconosce sulle labbra appoggiate all’orlo di un bicchiere e si scioglie a contatto col calore del contenuto e lì trova requie, che sia sullo sfondo di una stanza vuota o specchiandosi nello spazio finito ma privo di restrizioni degli occhi di un altro. La solitudine è consapevolezza che non annega mai dimentica nella forma meno elegante di un bottiglione, annaspando in masse di liquido condannato a diventare indistinto. Ecco che suono fa la solitudine, quello di un buon vino versato senza fretta, quando il gesto si compie nella sua interezza e ne resta tutto il movimento dentro al bicchiere. Darsi forma con eleganza. Si sente solo dall’interno: è il rumore che fa esercitarsi continuamente alla libertà. Lo si fa da soli, lo si fa senza necessità di essere capiti per essere compresi. Lo si fa anche con una piccola àncora da tenere in borsa e poter stringere di tanto in tanto tra le mani. &#160; Michele Marziani sarà ospite della Feltrinelli Point di Arezzo il 10 ottobre alle ore 18:00. Segni Concreti in collaborazione con la libreria vi invitano all’incontro con l’autore e le sue parole.  Dalila Sansone Abracadalbero</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">a</span>lila Sansone</a> </span></span></h5>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>“ (…) Allora fai quello che veramente hai pensato: prendi un vecchio cappello a falde tese, nero, infili nella fascia di raso una piuma azzurra che strappi all’acchiappasogni appeso allo stipite della porta, lo metti in testa, sbirci di nuovo lo specchio, respiri forte e cominci a scrivere. Questo è uno dei tanti vantaggi della solitudine: non dover rendere conto a nessuno di cosa indossi. Hai imparato a costruire il mondo con le tue mani”</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Michele Marziani, Il suono della solitudine_Ediciclo Editore 2018</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ il titolo di un libricino che puoi portare dietro come un taccuino, un appunto, un oggetto che finisce con l’appartenerti e si confonde tra le cose dentro la borsa, tant’è che puoi lasciarcelo: occupa poco spazio ma ci sta qualcosa di te o di chi hai conosciuto. Serve portarsi dei pezzi dietro, serve a ricordare, persino a incontrarsi.</p>
<p>Serve come il nodo di un filo che lega il palloncino al polso.</p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/09/SUONO-SOLITUDINE-COP-def-01.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-13701" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/09/SUONO-SOLITUDINE-COP-def-01-199x300.jpg" alt="SUONO-SOLITUDINE-COP-def-01" width="199" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sottotitolo  “Piccole cose da raccontare a te stesso”.  Storie sulla solitudine, sulla geografia interiore di una dimensione fatta di dettagli e di percorsi, un raccontare la mappa dell’approdo. Si perché l’immagine della solitudine che traccia Marziani è quella di un approdo nelle acque di un mare interiore su cui si scivola, pur sempre in balìa delle condizioni esterne, attraversando e guardando dal di fuori l’inquietudine che fa della propria diversità una colpa fino all’assoluzione, un esercizio costante di autoassoluzione.</p>
<p>E che suono fa la solitudine?</p>
<p>Michele Marziani scioglie un nodo, sgranando il rosario dei solitari, di quanti per distrazione capita osservino la strada accumulata dietro ai talloni esattamente lì, da quel punto di osservazione privilegiato che è una vita solitaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">
<p><em>“Non si può essere solitari se non ci si riesce a guardare da fuori, da un’altra distanza”</em></p>
</div>
<p>Allora lei, la solitudine, fa tutt’uno con l’approdo, rassegnazione solo apparente alla propria natura, percepita come errata in un qualche tempo passato e poi nemmeno troppo capita, semplicemente accettata; è distacco dal superfluo, sacralità di riti personali che sono, esistono, senza costrutti. Si delineano in questo spazio a-geografico quasi fossero personaggi sulla scena, quasi la scena stessa diventasse personaggio e il solitario lo spazio della rappresentazione.</p>
<p>E’ approdo dinamico però la solitudine, dalla bellezza <em>“appesa a un filo di ragnatela”</em>, un esercizio di equilibri in bilico sulla corda del dubbio, attenta ad avvertire il peso dei passi, vigile nell’intuire lo sbilanciamento impercettibile da cui dipende il limite che fa la differenza tra l’altezza e il baratro. Estrema consapevolezza, estremo rischio.</p>
<p>Ma non è scelta la solitudine dunque, è propensione, indole intenta a cercare riparo dalle convenzioni, da quei riti che personali non sono, dalle necessità condizionate. Cerca spazio il solitario, spazio che ricava per sottrazione, rimuovendo, educandosi al distacco dove non può esserci piena presenza.</p>
<p>Rimozione, distanza, presenza: i tre grani del rosario.</p>
<p>Affiorano lattiginose il <em>cosa</em> e il <em>come</em> sono la solitudine, sospese e sospette come è l’attitudine ad una capacità di visione meno distratta, concentrata a cogliere (forse anche trattenere) il residuo di tutte le cose, la traccia sommersa che un posto troppo affollato nasconderebbe.</p>
<p>Parrebbe un resoconto invischiato di malinconia trasposta in esperienza vissuta, ma non riesce ad esserlo, essendone precisamente l’opposto. E’ lucidità capace di guardare distintamente all’intero spettro delle emozioni, con pari dignità.</p>
<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999"><em>“Un bicchiere è un buon compagno per la sera e il bottiglione l’anticamera della malinconia”</em></div>
<p>La “realtà” delle solitudini traspare nel rapporto che sai avere con il vino, dice l’autore. La consapevolezza si riconosce sulle labbra appoggiate all’orlo di un bicchiere e si scioglie a contatto col calore del contenuto e lì trova requie, che sia sullo sfondo di una stanza vuota o specchiandosi nello spazio finito ma privo di restrizioni degli occhi di un altro. La solitudine è consapevolezza che non annega mai dimentica nella forma meno elegante di un bottiglione, annaspando in masse di liquido condannato a diventare indistinto.</p>
<p>Ecco che suono fa la solitudine, quello di un buon vino versato senza fretta, quando il gesto si compie nella sua interezza e ne resta tutto il movimento dentro al bicchiere. Darsi forma con eleganza.</p>
<p>Si sente solo dall’interno: è il rumore che fa esercitarsi continuamente alla libertà. Lo si fa da soli, lo si fa senza necessità di essere capiti per essere compresi.</p>
<p>Lo si fa anche con una piccola àncora da tenere in borsa e poter stringere di tanto in tanto tra le mani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Michele Marziani sarà ospite della <span style="color: #000000;"><strong>Feltrinelli Point di Arezzo</strong></span> il <span style="color: #000000;"><strong>10 ottobre alle ore 18:00</strong></span>. Segni Concreti in collaborazione con la libreria vi invitano all’incontro con l’autore e le sue parole.</p>
<hr />
<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #333300;"> <span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #333300; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="text-decoration: underline; color: #ff0000;">a</span>lila Sanson</a>e</span></span></h5>
<p>Abracadalbero</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1-150x150.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="150" height="150" /></a></p>
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		<title>Raccontare il bello per costruire il bello &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jun 2019 17:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Dalila Sansone  &#160; “Vorrei consigliare, prima di addentrarvi nella lettura, di non ostinarvi a ragionare dentro schemi preconfezionati. Non vi fossilizzate sulla separazione “noi” e “loro”. Non ci sono più pronomi e non ci sono più colori. E’ finito il tempo della razza , non ha più senso guardare il mondo in  bianco e nero. L’Italia siamo noi, tutti noi.” Jacopo Storni, L&#8217;Italia siamo noi &#160; Il primo ciclo di Militanze Esistenziali_Storie di impegno e di passione si chiude con Jacopo Storni e l’incontro dal titolo Raccontare il bello per costruire il bello. Migrazione, story telling e progetti di educazione alle differenze dal basso, questo sabato, 29 Giugno, alle ore 18:00 presso la Feltrinelli Point di Arezzo. Giornalista fiorentino,  Storni incarna la militanza nei suoi risvolti narrativi ed educativi, partendo dal suo mestiere, quello di cronista appunto.  Un giornalista scrive di fatti, li indaga, ricostruisce, narra e proprio la narrazione è il cardine dell’interesse dell’autore, la funzione che ha nel condizionare o veicolare la percezione dei fatti stessi. Il tema è quello dell’immigrazione,  di stringente attualità e caleidoscopico nelle implicazioni.  Scrivendone si accorge che il modo di parlarne è tendenzialmente sbilanciato in negativo: si focalizza sulle tragedie, le questioni di difficile risoluzione piuttosto che sulle stonature di un processo, estremamente complesso, nell’ambito del quale è difficile scegliere di non adottare un punto di vista preferenziale o capire quando quel punto di vista, invece,  diventa strumentale. L’interrogativo che ne deriva è quanto effettivamente la modalità con cui si tratta un tema finisca con il condizionarne la percezione in chi legge o ascolta. La risposta è molto. Molto più di quanto si creda. Dunque dopo aver dato alle stampe Sparategli! Nuovi schiavi d’Italia (Editori Riuniti, 2011), reportage sulla condizione dei migranti in sei macroregioni del Paese, con i due volumi successivi L’Italia siamo noi (Catelvecchi editore, 2016) e Siamo tutti terroristi (Castelvecchi editore, 2018) l’autore decide di rovesciare la prospettiva della narrazione in positivo, raccontando le vite di migranti “di successo”,  persone di provenienze e formazione molto diverse, accomunate da storie di integrazione non limitata all’inserimento sociale e lavorativo ma di effettiva realizzazione professionale e professionale (scorrono tra le pagine le vite di imprenditori, ristoratori, medici, rappresentanti delle forze dell’ordine).  Il mestiere del giornalista implica l’assunzione di responsabilità importanti che sconfinano dal campo dell’etica e riguardano prima di tutto la cittadinanza, l’appartenenza ad un consorzio sociale di cui si fa parte e di cui si conoscono le dinamiche attraverso punti di osservazione privilegiati, ed è su questa linea sottile che Storni si muove convinto che si possa “narrare il bello per costruire il bello”. Una narrazione positiva, che metta in luce gli aspetti migliori all’interno di un amalgama spesso indistinta di questioni che non ne chiarisce nessuna,  è per lui uno dei possibili  punti di partenza per la costruzione di società più inclusive, per fare leva sulla percezione dei cittadini, sgretolando il pregiudizio e mettere meglio a fuoco le cose, come si fa con l’obiettivo di una macchina fotografica. E’ il fotografo che sceglie l’inquadratura e decide la messa a fuoco. L’effetto di una scena ritratta non è necessariamente lo stesso, dipende dalla decisione sul come eseguire lo scatto. Attraverso le storie delle donne e degli uomini che l’autore ha incontrato nel corso di un lungo viaggio per la penisola, emergono punti nodali della questione migratoria come le ragioni che hanno spinto a lasciare il proprio Paese, le motivazioni individuali, la somma delle piccole e grandi difficoltà. La migrazione non è un fenomeno dalla soluzione complessa, con rapporti di causa effetto ben definiti ed inquadrabili in un saggio di geopolitica o un’analisi sociologica, è il fondale di storie singole, di ciascuno dei nomi in calce riportati nel titolo dei capitoli dei libri. Prima ci sono le storie, poi le dinamiche sociali; davanti camminano le persone, dietro la storia o l’insieme delle situazioni e degli avvenimenti che prima o poi la faranno. La migrazione è risorsa e la convivenza tra  persone diverse, con storie e competenze distinte, rappresenta un potenziale di arricchimento culturale e sociale per il nostro Paese, come lo è stato già in passato per altri. E’ un processo non arrestabile del quale vanno tenute presenti le potenzialità di sviluppo, molte delle quali già in atto e consolidate. E su questa seconda linea muove l’altro ambito d’azione, quello dell’associazionismo, attraverso  l’esperienza di  Global Friends che mette in contatto bambini del Nord e del Sud del mondo attraverso la scrittura condivisa. I volontari si occupano di raccogliere le lettere, scritte dai bambini di alcune scuole elementari di Firenze, e consegnarle ai traduttori. L’associazione affronta le spese di traduzione e recapito  nei Paesi di destinazione, dove altri volontari consegneranno gli originali con la traduzione ai destinatari. Le lettere  sono individuali, non scaturiscono dal lavoro collettivo della classe, sono invece corrispondenza personale tra due bambini nati in situazioni  diametralmente opposte. Global Friends è un progetto di autoeducazione alla diversità dal basso, non veicolato o condizionato dagli adulti. L’amicizia di penna permette l’istaurarsi di un legame diretto che ha poco a che fare con etichette o pregiudizi ma si limita a definire la relazione tra due adulti di domani. Narrazione ed educazione quindi come chiavi per scardinare le forzature imposte e ossessivamente ricercate dentro un processo naturale che, prima ancora di essere etichettato come fenomeno  da osservare al microscopio o incasellare in categorie astratte, è e resta un fatto umano, di persone che interagiscono con delle altre, di essere umani che conoscono e vengono a contatto con l’altro. Si chiama integrazione appunto, e non è compito che spetta a una parte sola, coinvolge tutti, nessuno escluso. &#62;Vai alla pagina MILITANZE ESISTENZIALI  Dalila Sansone Abracadalbero</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org/jacopo-storni-2/">Raccontare il bello per costruire il bello &#8211; #ConcretaMente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org">segni concreti</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">a</span>lila Sansone</a> </span></span></h5>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>“Vorrei consigliare, prima di addentrarvi nella lettura, di non ostinarvi a ragionare dentro schemi preconfezionati. Non vi fossilizzate sulla separazione “noi” e “loro”. Non ci sono più pronomi e non ci sono più colori. E’ finito il tempo della razza , non ha più senso guardare il mondo in  bianco e nero. L’Italia siamo noi, tutti noi.”</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Jacopo Storni, L&#8217;Italia siamo noi</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Il primo ciclo di <span style="color: #000000;">Militanze Esistenziali_Storie di impegno e di passione</span> si chiude con Jacopo Storni e l’incontro dal titolo<span style="color: #000000;"> <strong>Raccontare il bello per costruire il bello. Migrazione, story telling e progetti di educazione alle differenze dal basso</strong></span>, questo sabato, 29 Giugno, alle ore 18:00 presso la Feltrinelli Point di Arezzo.</p>
<p style="text-align: left;">Giornalista fiorentino,  Storni incarna la militanza nei suoi risvolti narrativi ed educativi, partendo dal suo mestiere, quello di cronista appunto.  Un giornalista scrive di fatti, li indaga, ricostruisce, narra e proprio la narrazione è il cardine dell’interesse dell’autore, la funzione che ha nel condizionare o veicolare la percezione dei fatti stessi.</p>
<p style="text-align: left;"><span style="text-decoration: underline;">
<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999"></span>Il tema è quello dell’immigrazione,  di stringente attualità e caleidoscopico nelle implicazioni.  Scrivendone si accorge che il modo di parlarne è tendenzialmente sbilanciato in negativo: si focalizza sulle tragedie, le questioni di difficile risoluzione piuttosto che sulle stonature di un processo, estremamente complesso, nell’ambito del quale è difficile scegliere di non adottare un punto di vista preferenziale o capire quando quel punto di vista, invece,  diventa strumentale<span style="text-decoration: underline;"></div>
<p></span>Il tema è quello dell’immigrazione,  di stringente attualità e caleidoscopico nelle implicazioni.  Scrivendone si accorge che il modo di parlarne è tendenzialmente sbilanciato in negativo: si focalizza sulle tragedie, le questioni di difficile risoluzione piuttosto che sulle stonature di un processo, estremamente complesso, nell’ambito del quale è difficile scegliere di non adottare un punto di vista preferenziale o capire quando quel punto di vista, invece,  diventa strumentale. L’interrogativo che ne deriva è quanto effettivamente la modalità con cui si tratta un tema finisca con il condizionarne la percezione in chi legge o ascolta. La risposta è molto. Molto più di quanto si creda.</p>
<p style="text-align: left;">Dunque dopo aver dato alle stampe <span style="color: #000000;"><em>Sparategli! Nuovi schiavi d’Italia </em></span>(Editori Riuniti, 2011), reportage sulla condizione dei migranti in sei macroregioni del Paese, con i due volumi successivi <span style="color: #000000;"><em>L’Italia siamo noi</em></span> (Catelvecchi editore, 2016) e <span style="color: #000000;"><em>Siamo tutti terroristi</em> </span>(Castelvecchi editore, 2018) l’autore decide di rovesciare la prospettiva della narrazione in positivo, raccontando le vite di migranti “di successo”,  persone di provenienze e formazione molto diverse, accomunate da storie di integrazione non limitata all’inserimento sociale e lavorativo ma di effettiva realizzazione professionale e professionale (scorrono tra le pagine le vite di imprenditori, ristoratori, medici, rappresentanti delle forze dell’ordine).  Il mestiere del giornalista implica l’assunzione di responsabilità importanti che sconfinano dal campo dell’etica e riguardano prima di tutto la cittadinanza, l’appartenenza ad un consorzio sociale di cui si fa parte e di cui si conoscono le dinamiche attraverso punti di osservazione privilegiati, ed è su questa linea sottile che Storni si muove convinto che si possa “narrare il bello per costruire il bello”. Una narrazione positiva, che metta in luce gli aspetti migliori all’interno di un amalgama spesso indistinta di questioni che non ne chiarisce nessuna,  è per lui uno dei possibili  punti di partenza per la costruzione di società più inclusive, per fare leva sulla percezione dei cittadini, sgretolando il pregiudizio e mettere meglio a fuoco le cose, come si fa con l’obiettivo di una macchina fotografica. E’ il fotografo che sceglie l’inquadratura e decide la messa a fuoco. L’effetto di una scena ritratta non è necessariamente lo stesso, dipende dalla decisione sul come eseguire lo scatto.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Una narrazione positiva, che metta in luce gli aspetti migliori all’interno di un amalgama spesso indistinta di questioni che non ne chiarisce nessuna,  è per lui uno dei possibili  punti di partenza per la costruzione di società più inclusive, per fare leva sulla percezione dei cittadini, sgretolando il pregiudizio e mettere meglio a fuoco le cose, come si fa con l’obiettivo di una macchina fotografica</div>
</p>
<p style="text-align: left;">Attraverso le storie delle donne e degli uomini che l’autore ha incontrato nel corso di un lungo viaggio per la penisola, emergono punti nodali della questione migratoria come le ragioni che hanno spinto a lasciare il proprio Paese, le motivazioni individuali, la somma delle piccole e grandi difficoltà. La migrazione non è un fenomeno dalla soluzione complessa, con rapporti di causa effetto ben definiti ed inquadrabili in un saggio di geopolitica o un’analisi sociologica, è il fondale di storie singole, di ciascuno dei nomi in calce riportati nel titolo dei capitoli dei libri. Prima ci sono le storie, poi le dinamiche sociali; davanti camminano le persone, dietro la storia o l’insieme delle situazioni e degli avvenimenti che prima o poi la faranno.</p>
<p style="text-align: left;">La migrazione è risorsa e la convivenza tra  persone diverse, con storie e competenze distinte, rappresenta un potenziale di arricchimento culturale e sociale per il nostro Paese, come lo è stato già in passato per altri. E’ un processo non arrestabile del quale vanno tenute presenti le potenzialità di sviluppo, molte delle quali già in atto e consolidate.
<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999">Le lettere  sono individuali, non scaturiscono dal lavoro collettivo della classe, sono invece corrispondenza personale tra due bambini nati in situazioni  diametralmente opposte. Global Friends è un progetto di autoeducazione alla diversità dal basso, non veicolato o condizionato dagli adulti. L’amicizia di penna permette l’istaurarsi di un legame diretto che ha poco a che fare con etichette o pregiudizi ma si limita a definire la relazione tra due adulti di domani</div>
<p> E su questa seconda linea muove l’altro ambito d’azione, quello dell’associazionismo, attraverso  l’esperienza di  <span style="color: #000000;"><em>Global Friends</em></span> che mette in contatto bambini del Nord e del Sud del mondo attraverso la scrittura condivisa. I volontari si occupano di raccogliere le lettere, scritte dai bambini di alcune scuole elementari di Firenze, e consegnarle ai traduttori. L’associazione affronta le spese di traduzione e recapito  nei Paesi di destinazione, dove altri volontari consegneranno gli originali con la traduzione ai destinatari.<br />
Le lettere  sono individuali, non scaturiscono dal lavoro collettivo della classe, sono invece corrispondenza personale tra due bambini nati in situazioni  diametralmente opposte. <span style="color: #000000;"><em>Global Friends</em></span> è un progetto di autoeducazione alla diversità dal basso, non veicolato o condizionato dagli adulti. L’amicizia di penna permette l’istaurarsi di un legame diretto che ha poco a che fare con etichette o pregiudizi ma si limita a definire la relazione tra due adulti di domani.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/06/Global-friends.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-13639" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/06/Global-friends-300x225.jpeg" alt="Global friends" width="300" height="225" /></a>Narrazione ed educazione quindi come chiavi per scardinare le forzature imposte e ossessivamente ricercate dentro un processo naturale che, prima ancora di essere etichettato come fenomeno  da osservare al microscopio o incasellare in categorie astratte, è e resta un fatto umano, di persone che interagiscono con delle altre, di essere umani che conoscono e vengono a contatto con l’<em>altro</em>. Si chiama integrazione appunto, e non è compito che spetta a una parte sola, coinvolge tutti, nessuno escluso.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000; text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">&gt;</span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/">Vai alla pagina</a></span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/"> <span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;"><strong>MILITANZE ESISTENZIALI</strong></span></a></span></p>
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<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #333300;"> <span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #333300; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="text-decoration: underline; color: #ff0000;">a</span>lila Sanson</a>e</span></span></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Abracadalbero</h5>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1-150x150.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="150" height="150" /></a></p>
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		<title>Le Mafie di Mezzo &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2019 13:18:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Dalila Sansone  &#160; “Per quanto possa apparire scontato, riteniamo utile sottolineare che il concetto differisce da quello di organized crime. Le origine di quest’ultimo (del termine mafia ndr) vanno rintracciate nel dibattito politico e giudiziario, nell’ambito del quale è stato coniato per sottolinearne, a scopo repressivo, i tratti organizzativi e criminali. La mafia comprende questi due aspetti  &#8211; un’organizzazione, con finalità criminali – ma non può ridursi ad essi; va piuttosto indagata all’intersezione tra le dimensioni sociale, economica e politica che ne connotano la continuità storica nel tempo e nello spazio” Vittorio Martone, Le Mafie di Mezzo &#160; Il termine mafia è pervasivo, compare un po’ ovunque, tanto da avere la sensazione di averci fatto l’abitudine, ci si può persino scoprire a sorvolarlo distratti, salvo improvvisi slanci di scandalo destinati ad esaurirsi al primo clamore successivo. Nel calderone mediatico in cui le differenze spesso perdono consistenza e l’attenzione fatica a distinguere tra la cronaca di un evento piuttosto che il resoconto di un altro, è facile trascurare, attutire o dimenticare l’indignazione, a tutto vantaggio di un sistema di vascolarizzazione capillarmente distribuito al punto da sembrare assente o trascurabile. La semplificazione è un rischio sempre facile da correre eppure persistono settori, aree di indagine o di giudizio, per i quali dovrebbe essere bandita, in nome della sacrosanta importanza della percezione reale del rischio. Il lavoro di Vittorio Martone si dirama dentro questo nucleo problematico e tocca gli interessi tanto degli addetti ai lavori, quanto di chi vuole superare la barriera della semplificazione e imparare a leggere la realtà e i fenomeni come essi stessi impongono di fare: nella totalità ambivalente delle loro sfaccettature. Martone è un sociologo esperto di processi partecipativi nella governace ambientale, attualmente tiene l’insegnamento “Territorio Economia e Società” presso il corso di Laurea Magistrale in Comunicazione pubblica e politica dell’Università di Torino; si è occupato per anni dell’analisi sociologica dei fenomeni criminali, della corruzione e delle associazioni di stampo mafioso e loro corollari, quali le strategie di riuso sociale dei beni confiscati e i costi economici e sociali dei reati ambientali. Il lavoro di ricerca confluito nel volume Mafie di Mezzo, Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio (Donzelli Editore, 2017) raccoglie parte di questa esperienza, applicata al caso di Ostia e del basso litorale laziale, noto alle cronache per ragioni non solo giudiziarie ma anche per il particolare rilievo mediatico che ne ebbe la trattazione (con intimidazioni per “capocciate” e delegittimazioni politiche strumentali). Il testo mostra un punto di osservazione strategico perché il fenomeno mafioso, inteso come descrizione del modus operandi di gruppi criminali in un dato territorio, non viene affrontato dal punto di vista giudiziario ma sociologico. Non si tratta di classificare i fatti come reato di tipo mafioso o non, fattispecie che compete alla magistratura, bensì capire come il sistema di gestione degli affari criminali si muova dentro il lecito e lo deformi, sfruttando quelle che l’autore definisce “zone grigie”. L’esternalizzazione dei servizi da parte del gestore pubblico ha creato aree fertili per l’attecchimento delle logiche affaristiche criminali, come nel caso della gestione dell’emergenza migranti nell’inchiesta Mondo di Mezzo (più nota come Mafia Capitale) ma soprattutto come sistematicamente accade nel caso dei reati ambientali. Pensare di contrastare il fenomeno esclusivamente attraverso la repressione è un esempio di semplificazione. Far collimare intervento giudiziario e sociologico, invece, risponde ad una visione “integrata” e più realistica della risposta istituzionale e civile. Si tratta dunque di sistematizzare un metodo (analisi, strumenti preventivi, contrasto) in cui la partecipazione è decisiva. Per partecipazione si intende il coinvolgimento della società civile in tutte le fasi attive di prevenzione e contrasto, al fine di aumentare la consapevolezza rispetto al fenomeno e consolidare interesse e attenzione verso modalità di azione spesso considerate estranee alla dimensione privata, che non lo sono affatto per quella collettiva. Il riuso sociale dei beni confiscati alle mafie è un esempio molto chiaro del ruolo fondamentale della partecipazione. Coinvolgere la popolazione di un dato territorio nella valorizzazione socio-economica di un bene sottratto al crimine è un passaggio obbligato per la creazione di un nucleo di resistenza etica che funzioni da volano effettivo di sviluppo territoriale. I gruppi criminali sottraggono beni e servizi alla comunità, piegandoli alla logica dell’arricchimento privatistico. Il sequestro e la ricollocazione del capitale privato mafioso quindi non è misura di contrasto fine a sé stessa ma scelta etica e simbolica di scommettere sulle capacità e le possibilità di chi ne era stato estromesso. Una forma di educazione collettiva costruita su una ferita, che proprio per questo ha una potenzialità di radicamento più efficace di qualsiasi altro tipo di attività antimafia. Dall’identificazione sociologica delle mafie, alle implicazioni del concetto di bene comune e del ruolo strategico della società civile, fino all’interrogativo sulla possibile esistenza di una sostenibilità reale dell’ordinamento sociale come argine all’individualismo affaristico e al consumo irreversibile di risorse e di valori. Questo il percorso dell’incontro con l&#8217;autore che parlerà di tali aspetti, portando esempi concreti e intessendo relazioni che spesso sfuggono o appaiono poco chiare. La mafia dunque come vicino scomodo, che non alloggia sullo stesso pianerottolo o a un indirizzo specifico ma si annida nella mente e condiziona modi e risposte dello stato sociale. L’incontro dal titolo Le Mafie di Mezzo – Il riutilizzo dei beni confiscati e il contrasto ai fenomeni criminali tra Stato e società civile, si terrà il 15 Giugno, alle ore 18:00 presso la Feltrinelli Point di Arezzo. &#62;Vai alla pagina MILITANZE ESISTENZIALI  Dalila Sansone Abracadalbero</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">a</span>lila Sansone</a> </span></span></h5>
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<p><span style="color: #000000;"><em>“Per quanto possa apparire scontato, riteniamo utile sottolineare che il concetto differisce da quello di organized crime. Le origine di quest’ultimo (del termine mafia ndr) vanno rintracciate nel dibattito politico e giudiziario, nell’ambito del quale è stato coniato per sottolinearne, a scopo repressivo, i tratti organizzativi e criminali. La mafia comprende questi due aspetti  &#8211; un’organizzazione, con finalità criminali – ma non può ridursi ad essi; va piuttosto indagata all’intersezione tra le dimensioni sociale, economica e politica che ne connotano la continuità storica nel tempo e nello spazio”</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Vittorio Martone, Le Mafie di Mezzo</em></span></p>
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<p style="text-align: justify;">Il termine mafia è pervasivo, compare un po’ ovunque, tanto da avere la sensazione di averci fatto l’abitudine, ci si può persino scoprire a sorvolarlo distratti, salvo improvvisi slanci di scandalo destinati ad esaurirsi al primo clamore successivo. Nel calderone mediatico in cui le differenze spesso perdono consistenza e l’attenzione fatica a distinguere tra la cronaca di un evento piuttosto che il resoconto di un altro, è facile trascurare, attutire o dimenticare l’indignazione, a tutto vantaggio di un sistema di vascolarizzazione capillarmente distribuito al punto da sembrare assente o trascurabile.</p>
<p style="text-align: justify;">La semplificazione è un rischio sempre facile da correre eppure persistono settori, aree di indagine o di giudizio, per i quali dovrebbe essere bandita, in nome della sacrosanta importanza della percezione reale del rischio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro di <strong>Vittorio Martone</strong> si dirama dentro questo nucleo problematico e tocca gli interessi tanto degli addetti ai lavori, quanto di chi vuole superare la barriera della semplificazione e imparare a leggere la realtà e i fenomeni come essi stessi impongono di fare: nella totalità ambivalente delle loro sfaccettature.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/06/Vittorio-Martone_1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-13590" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/06/Vittorio-Martone_1-300x300.jpg" alt="Vittorio Martone_1" width="300" height="300" /></a>Martone</strong> è un sociologo esperto di processi partecipativi nella <em>governace</em> ambientale, attualmente tiene l’insegnamento “Territorio Economia e Società” presso il corso di Laurea Magistrale in <em>Comunicazione pubblica e politica</em> dell’Università di Torino; si è occupato per anni dell’analisi sociologica dei fenomeni criminali, della corruzione e delle associazioni di stampo mafioso e loro corollari, quali le strategie di riuso sociale dei beni confiscati e i costi economici e sociali dei reati ambientali. Il lavoro di ricerca confluito nel volume <em>Mafie di Mezzo, Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio</em> (Donzelli Editore, 2017) raccoglie parte di questa esperienza, applicata al caso di Ostia e del basso litorale laziale, noto alle cronache per ragioni non solo giudiziarie ma anche per il particolare rilievo mediatico che ne ebbe la trattazione (con intimidazioni per “capocciate” e delegittimazioni politiche strumentali).</p>
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<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999">Non si tratta di classificare i fatti come reato di tipo mafioso o non, fattispecie che compete alla magistratura, bensì capire come il sistema di gestione degli affari criminali si muova dentro il lecito e lo deformi, sfruttando quelle che l’autore definisce “zone grigie”</div>
<p>Il testo mostra un punto di osservazione strategico perché il fenomeno mafioso, inteso come descrizione del <em>modus operandi</em> di gruppi criminali in un dato territorio, non viene affrontato dal punto di vista giudiziario ma sociologico. Non si tratta di classificare i fatti come reato di tipo mafioso o non, fattispecie che compete alla magistratura, bensì capire come il sistema di gestione degli affari criminali si muova dentro il lecito e lo deformi, sfruttando quelle che l’autore definisce “zone grigie”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esternalizzazione dei servizi da parte del gestore pubblico ha creato aree fertili per l’attecchimento delle logiche affaristiche criminali, come nel caso della gestione dell’emergenza migranti nell’inchiesta Mondo di Mezzo (più nota come Mafia Capitale) ma soprattutto come sistematicamente accade nel caso dei reati ambientali. Pensare di contrastare il fenomeno esclusivamente attraverso la repressione è un esempio di semplificazione. Far collimare intervento giudiziario e sociologico, invece, risponde ad una visione “integrata” e più realistica della risposta istituzionale e civile.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta dunque di sistematizzare un metodo (analisi, strumenti preventivi, contrasto) in cui la partecipazione è decisiva. Per partecipazione si intende il coinvolgimento della società civile in tutte le fasi attive di prevenzione e contrasto, al fine di aumentare la consapevolezza rispetto al fenomeno e consolidare interesse e attenzione verso modalità di azione spesso considerate estranee alla dimensione privata, che non lo sono affatto per quella collettiva.</p>
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<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999">Il sequestro e la ricollocazione del capitale privato mafioso quindi non è misura di contrasto fine a sé stessa ma scelta etica e simbolica di scommettere sulle capacità e le possibilità di chi ne era stato estromesso. Una forma di educazione collettiva costruita su una ferita, che proprio per questo ha una potenzialità di radicamento più efficace di qualsiasi altro tipo di attività antimafia</div>
<p>Il riuso sociale dei beni confiscati alle mafie è un esempio molto chiaro del ruolo fondamentale della partecipazione. Coinvolgere la popolazione di un dato territorio nella valorizzazione socio-economica di un bene sottratto al crimine è un passaggio obbligato per la creazione di un nucleo di resistenza etica che funzioni da volano effettivo di sviluppo territoriale. I gruppi criminali sottraggono beni e servizi alla comunità, piegandoli alla logica dell’arricchimento privatistico. Il sequestro e la ricollocazione del capitale privato mafioso quindi non è misura di contrasto fine a sé stessa ma scelta etica e simbolica di scommettere sulle capacità e le possibilità di chi ne era stato estromesso. Una forma di educazione collettiva costruita su una ferita, che proprio per questo ha una potenzialità di radicamento più efficace di qualsiasi altro tipo di attività antimafia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’identificazione sociologica delle mafie, alle implicazioni del concetto di bene comune e del ruolo strategico della società civile, fino all’interrogativo sulla possibile esistenza di una sostenibilità reale dell’ordinamento sociale come argine all’individualismo affaristico e al consumo irreversibile di risorse e di valori. Questo il percorso dell’incontro con l&#8217;autore che parlerà di tali aspetti, portando esempi concreti e intessendo relazioni che spesso sfuggono o appaiono poco chiare.</p>
<p style="text-align: justify;">La mafia dunque come vicino scomodo, che non alloggia sullo stesso pianerottolo o a un indirizzo specifico ma si annida nella mente e condiziona modi e risposte dello stato sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro dal titolo <strong>Le Mafie di Mezzo – Il riutilizzo dei beni confiscati e il contrasto ai fenomeni criminali tra Stato e società civile</strong>, si terrà il 15 Giugno, alle ore 18:00 presso la Feltrinelli Point di Arezzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000; text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">&gt;</span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/">Vai alla pagina</a></span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/"> <span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;"><strong>MILITANZE ESISTENZIALI</strong></span></a></span></p>
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<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #333300;"> <span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #333300; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="text-decoration: underline; color: #ff0000;">a</span>lila Sanson</a>e</span></span></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Abracadalbero</h5>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1-150x150.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="150" height="150" /></a></p>
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		<title>Resistere e poi Esistere &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2019 18:02:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Di Dalila Sansone  &#160;  &#8220;Voi non credete in Dio, vero capitano?&#8221; &#8220;Direi di no, e non sai quanto mi dispiaccia.&#8221; &#8220;E perché?&#8221; &#8220;Perché non ci credo, o perché mi dispiace?&#8221; &#8220;La seconda che avete detto.&#8221; &#8220;Beh perché è tutto più difficile, per quanto chiaro. Ti faccio un esempio: se credessi in una giustizia ultraterrena, sarei molto più pronto a perdonare le ingiustizie di quaggiù, e magari ora me ne starei al calduccio in poltrona a leggere “Il Corriere”, con Brahms dentro il grammofono, approfittando degli scioperi. Io poi sono doppiamente sfigato, perché un dio non ce l’ho neppure quaggiù in terra. Avrei scelto Lenin, è vero ma è ben diverso da chi sceglie il denaro, il successo o cose di questo genere. Vedrai che giungla, al termine di questo dannato conflitto! Bisognerà farsi trovare pronti.&#8221; Mattia Speranza, Le orme degli uomini liberi &#160; Hai poco più di trent’anni, scrivi e scegli di scrivere il tuo primo libro raccontando due cose che ti appartengono, fanno parte di te: la Resistenza e la montagna. Il punto è che la Resistenza non è una ambientazione qualsiasi, come scrivere una storia sullo sfondo della Parigi degli anni Venti o dei vènti del mare del sud. La Resistenza non è pretesto letterario, non può esserlo. Se lo diventa fallisce. Presentare Le orme degli uomini liberi di Mattia Speranza (Scatole Parlanti, 2017) è un’opportunità di riflessione sul ruolo della letteratura ma prima ancora sull’eredità storica e morale dell’epoca e dei fatti di cui l’autore narra. Il libro muove da vicende realmente accadute e le vicende sono fatte di nomi, pelle e ossa, di tutti i frammenti della scena di un rastrellamento e di una Libera Repubblica Partigiana nata sulle Alpi, senza che nessuno di loro venga tradito dalla finzione narrativa. Le righe scritte riportano uomini  tra i sentieri, dentro notti buie e umide, mattini di luce abbacinante: se ne avverte ancora l’aria deformata quando le pagine vengono richiuse. Non sono fantasmi, è solo un indizio delle capacità di questo libro, di quanto può l’artificio delle lettere. Subito dopo la fine della guerra civile, si presentò urgente per molti dei protagonisti, intellettuali per lo più, l’esigenza di fissare attraverso la letteratura l’esperienza di cui erano stati testimoni. Protagonisti inconsapevoli di un’ epica di cui intuivano la portata ma della quale erano incapaci di prevedere gli sviluppi, a guerra finita si trovarono di fronte tutta la problematicità di affrontare un’impresa del genere. Sfuggire alla retorica era la preoccupazione principale, lasciando però trapelare il ruolo decisivo e senza precedenti che la Resistenza aveva avuto non soltanto in termini politici ma soprattutto individuali e collettivi. Parlavano ad interlocutori che in qualche modo ne erano stati essi stessi testimoni. In un testo fondamentale per inquadrare la questione, la prefazione all’edizione del 1964 del Sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino conclude affermando che l’urgenza di testimoniare crea un diaframma tra te e l’esperienza, trasfigurando la memoria, dalla quale si separano alcune immagini privilegiate, lasciandone deperire altre, violando quella che definisce “l’integrità naturale della memoria fluida e vivente”. Il romanzo di Mattia Speranza si incunea di necessità su questo punto cruciale. Se gli autori della narrativa resistenziale avevano per referenti dei contemporanei, lo stesso non vale per il nostro autore. Il tempo ha creato una soluzione di continuità inevitabile tra quel momento storico e chi ne scrive adesso. Dunque tra tutte le possibili risposte alle ragioni per le quali scrivere oggi di Resistenza, raccoglierne l’eredità senza il filtro della memoria personale, è un atto che restituisce vitalità e integrità alla memoria collettiva. Se vogliamo è un percorso  inverso a quello della narrativa resistenziale propriamente detta ma di stringente attualità. Di un lascito non va semplicemente gestito il peso, è la continuità che permette al passato di restare ancorato al presente, l’importanza da non trascurare. La Resistenza diventa quindi asse centrale per bilanciare passato e presente, e il libro compie materialmente questa operazione attraverso delle interruzioni nella successione narrativa che non sono anticipazioni ma richiami all’oggi: arrestando il flusso narrativo e riportando il lettore nel suo tempo, si accentua il dualismo non tanto tra le epoche ma tra chi ha vissuto l’una e chi sta nell’altra. Se la narrativa di per sé è in grado di creare empatie che non tengono conto dei concetti di spazio e di tempo, l’adozione di questa soluzione genera una tensione costante, obbliga a comprendere attraverso un confronto latente. L’autore non se ne fa carico: impedendo una trasposizione totale del lettore nel tempo della storia, glielo istiga nella mente. Proprio questo confronto, il dualismo e la visione critica cui costringe a soffermarsi, è un processo stratificato all’interno del libro, travolge passato e presente, come scelte individuali e collettive, repubblichini e partigiani, diventa alternativamente netto e sfumato tra i partigiani stessi. Una forma di dualismo è anche quello tra uomo e natura che nel libro diventa identificazione emotiva, nella vita dell’autore fulcro di azione. La scelta resistente ha implicato per buona parte delle formazioni partigiane doversi dare alla macchia, nascondersi e vivere la montagna, assorbirne i ritmi, amarne e odiarne le forme, impararne potenziali pericoli e possibilità. Non era scontato per tutti allora, meno che mai lo è adesso, comprendersi e rispettarsi, accettarsi reciprocamente. Tanta parte dell’eredità della Resistenza e dello sforzo di ricostruire una società che potesse definirsi razionale sono andati persi e se un parallelismo esiste con la condizione dell’uomo contemporaneo, questo sta sicuramente nell’esigenza di un ritorno a una dimensione autentica che, fatto fermo e saldo il presupposto della libertà civile e personale, oggi ha a che fare con un certo modo di intendere l’esistenza. Nella soluzione di continuità temporale che ci separa dalla Resistenza, la società si è emancipata in negativo dall’ambiente naturale. Allontanandosene per migliorarsi, ha finito col perdersi in logiche artificiali e stili di vita spesso incapaci di produrre senso, un senso logico connesso alla felicità reale. Si sono perse conoscenze tradizionali, capacità di vivere i territori, di scegliere alternative ai modelli precostituiti. E’ un fenomeno di cui sono diventati netti i contorni [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">Di D<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">a</span>lila Sansone</a> </span></span></h5>
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<h6 style="padding-left: 90px;"> <em>&#8220;Voi non credete in Dio, vero capitano?&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px; text-align: justify;"><em>&#8220;Direi di no, e non sai quanto mi dispiaccia.&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px; text-align: justify;"><em>&#8220;E perché?&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px; text-align: justify;"><em>&#8220;Perché non ci credo, o perché mi dispiace?&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px; text-align: justify;"><em>&#8220;La seconda che avete detto.&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px; text-align: justify;"><em>&#8220;Beh perché è tutto più difficile, per quanto chiaro. Ti faccio un esempio: se credessi in una giustizia ultraterrena, sarei molto più pronto a perdonare le ingiustizie di quaggiù, e magari ora me ne starei al calduccio in poltrona a leggere “Il Corriere”, con Brahms dentro il grammofono, approfittando degli scioperi. Io poi sono doppiamente sfigato, perché un dio non ce l’ho neppure quaggiù in terra. Avrei scelto Lenin, è vero ma è ben diverso da chi sceglie il denaro, il successo o cose di questo genere. Vedrai che giungla, al termine di questo dannato conflitto! Bisognerà farsi trovare pronti.&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px;"><em>Mattia Speranza, Le orme degli uomini liberi</em></h6>
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<p style="text-align: justify;">Hai poco più di trent’anni, scrivi e scegli di scrivere il tuo primo libro raccontando due cose che ti appartengono, fanno parte di te: la Resistenza e la montagna. Il punto è che la Resistenza non è una ambientazione qualsiasi, come scrivere una storia sullo sfondo della Parigi degli anni Venti o dei vènti del mare del sud. La Resistenza non è pretesto letterario, non può esserlo. Se lo diventa fallisce.</p>
<div id="attachment_13529" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/05/Mattia-Mulino_Cribari.jpg"><img class="size-medium wp-image-13529" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/05/Mattia-Mulino_Cribari-300x300.jpg" alt="Fotografia Emiliano Cribari" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Photo Credit Emiliano Cribari</p></div>
<p style="text-align: justify;">Presentare <em>Le orme degli uomini liberi</em> di Mattia Speranza (Scatole Parlanti, 2017) è un’opportunità di riflessione sul ruolo della letteratura ma prima ancora sull’eredità storica e morale dell’epoca e dei fatti di cui l’autore narra.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro muove da vicende realmente accadute e le vicende sono fatte di nomi, pelle e ossa, di tutti i frammenti della scena di un rastrellamento e di una Libera Repubblica Partigiana nata sulle Alpi, senza che nessuno di loro venga tradito dalla finzione narrativa. Le righe scritte riportano uomini  tra i sentieri, dentro notti buie e umide, mattini di luce abbacinante: se ne avverte ancora l’aria deformata quando le pagine vengono richiuse. Non sono fantasmi, è solo un indizio delle capacità di questo libro, di quanto può l’artificio delle lettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Subito dopo la fine della guerra civile, si presentò urgente per molti dei protagonisti, intellettuali per lo più, l’esigenza di fissare attraverso la letteratura l’esperienza di cui erano stati testimoni. Protagonisti inconsapevoli di un’ epica di cui intuivano la portata ma della quale erano incapaci di prevedere gli sviluppi, a guerra finita si trovarono di fronte tutta la problematicità di affrontare un’impresa del genere. Sfuggire alla retorica era la preoccupazione principale, lasciando però trapelare il ruolo decisivo e senza precedenti che la Resistenza aveva avuto non soltanto in termini politici ma soprattutto individuali e collettivi. Parlavano ad interlocutori che in qualche modo ne erano stati essi stessi testimoni. In un testo fondamentale per inquadrare la questione, la prefazione all’edizione del 1964 del <em>Sentiero dei nidi di ragno</em>, Italo Calvino conclude affermando che l’urgenza di testimoniare crea un diaframma tra te e l’esperienza, trasfigurando la memoria, dalla quale si separano alcune immagini privilegiate, lasciandone deperire altre, violando quella che definisce “l’integrità naturale della memoria fluida e vivente”. Il romanzo di Mattia Speranza si incunea di necessità su questo punto cruciale.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Se gli autori della narrativa resistenziale avevano per referenti dei contemporanei, lo stesso non vale per il nostro autore. Il tempo ha creato una soluzione di continuità inevitabile tra quel momento storico e chi ne scrive adesso. Dunque tra tutte le possibili risposte alle ragioni per le quali scrivere oggi di Resistenza, raccoglierne l’eredità senza il filtro della memoria personale, è un atto che restituisce vitalità e integrità alla memoria collettiva</div>
<p></span>Se gli autori della narrativa resistenziale avevano per referenti dei contemporanei, lo stesso non vale per il nostro autore. Il tempo ha creato una soluzione di continuità inevitabile tra quel momento storico e chi ne scrive adesso. Dunque tra tutte le possibili risposte alle ragioni per le quali scrivere oggi di Resistenza, raccoglierne l’eredità senza il filtro della memoria personale, è un atto che restituisce vitalità e integrità alla memoria collettiva. Se vogliamo è un percorso  inverso a quello della narrativa resistenziale propriamente detta ma di stringente attualità. Di un lascito non va semplicemente gestito il peso, è la continuità che permette al passato di restare ancorato al presente, l’importanza da non trascurare. La Resistenza diventa quindi asse centrale per bilanciare passato e presente, e il libro compie materialmente questa operazione attraverso delle interruzioni nella successione narrativa che non sono anticipazioni ma richiami all’oggi: arrestando il flusso narrativo e riportando il lettore nel suo tempo, si accentua il dualismo non tanto tra le epoche ma tra chi ha vissuto l’una e chi sta nell’altra. Se la narrativa di per sé è in grado di creare empatie che non tengono conto dei concetti di spazio e di tempo, l’adozione di questa soluzione genera una tensione costante, obbliga a comprendere attraverso un confronto latente. L’autore non se ne fa carico: impedendo una trasposizione totale del lettore nel tempo della storia, glielo istiga nella mente. Proprio questo confronto, il dualismo e la visione critica cui costringe a soffermarsi, è un processo stratificato all’interno del libro, travolge passato e presente, come scelte individuali e collettive, repubblichini e partigiani, diventa alternativamente netto e sfumato tra i partigiani stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una forma di dualismo è anche quello tra uomo e natura che nel libro diventa identificazione emotiva, nella vita dell’autore fulcro di azione. La scelta resistente ha implicato per buona parte delle formazioni partigiane doversi dare alla macchia, nascondersi e vivere la montagna, assorbirne i ritmi, amarne e odiarne le forme, impararne potenziali pericoli e possibilità. Non era scontato per tutti allora, meno che mai lo è adesso, comprendersi e rispettarsi, accettarsi reciprocamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanta parte dell’eredità della Resistenza e dello sforzo di ricostruire una società che potesse definirsi razionale sono andati persi e se un parallelismo esiste con la condizione dell’uomo contemporaneo, questo sta sicuramente nell’esigenza di un ritorno a una dimensione autentica che, fatto fermo e saldo il presupposto della libertà civile e personale, oggi ha a che fare con un certo modo di intendere l’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella soluzione di continuità temporale che ci separa dalla Resistenza, la società si è emancipata in negativo dall’ambiente naturale. Allontanandosene per migliorarsi, ha finito col perdersi in logiche artificiali e stili di vita spesso incapaci di produrre senso, un senso logico connesso alla felicità reale. Si sono perse conoscenze tradizionali, capacità di vivere i territori, di scegliere alternative ai modelli precostituiti. E’ un fenomeno di cui sono diventati netti i contorni e di cui si inizia ad avere consapevolezza. Una delle conseguenze più evidenti è stata lo spopolamento delle aree rurali, quelle montane in modo particolare, dove la vita era diventata incompatibile con i sistemi produttivi industriali, incentrati sugli spazi urbani. Poi ci si è accorti della mancanza di qualcosa, che dimenticare significa farsi travolgere e trascurare perdere. Così tornare in montagna, restituire vita ai territori sta diventando un moderno atto di resistenza che non ha valore individuale ma  implicazioni collettive cruciali.</p>
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<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999"><em>“L’Italia si salva se si salva la sua colonna vertebrale che è l’Appennino”</em> ripete spesso il poeta paesologo Franco Arminio e Mattia Speranza con gli amici-compagni della cooperativa In Quiete, fa proprio questo: contribuisce a salvare l’Appennino.</div>
<p><em>“L’Italia si salva se si salva la sua colonna vertebrale che è l’Appennino”</em> ripete spesso il poeta paesologo Franco Arminio e Mattia Speranza con gli amici-compagni della cooperativa <span style="color: #000000;"><strong>In Quiete</strong></span>, fa proprio questo: contribuisce a salvare l’Appennino. Per Appennino si intende un territorio definito e non generalizzabile ma Appennino è anche tutto ciò che è travolto dalla marginalità, abbandonato e tradito per alternative che hanno deluso o non hanno potuto compensare la perdita.</p>
<div id="attachment_13537" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/05/In-Quiete-2_Cribari.jpg"><img class="size-medium wp-image-13537" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/05/In-Quiete-2_Cribari-300x300.jpg" alt="Foto Emiliano Cribari" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Photo Credit Emiliano Cribari</p></div>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>In Quiete</strong></span> opera in Casentino, Appennino Tosco Romagnolo, e nasce per inquietudine e passione precorrendo i tempi, non ritorna ma resta. I quattro soci fondatori (<span style="color: #000000;">Sara Baldini, Andrea Gambassini e Alessandro Volpone insieme a Mattia Speranza</span>) nel 2014 scelgono di costruire un’alternativa lavorativa e di vita legandola ad un territorio. Iniziano con l’ecoturismo diventando tramite di una fruizione temporanea ed evasiva dell’ambiente naturale ma insistono perché l’immenso patrimonio naturale delle foreste Casentinesi non va ridotto a museo a cielo aperto e non è quello che vogliono. Quindi vanno avanti con attività di didattica, curando i progetti di volontariato nel parco (Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna) e collaborando alle attività di ricerca che si svolgono al suo interno.  Potrebbe bastare se non fosse che i territori vanno vissuti, ma a viverli non è sufficiente organizzarci le cose, serve che ne siano l’anima, che quelle stesse cose da loro nascano e a loro ritornino. Prendono vita in questo modo due progetti importanti come <em>Libra – Casentino book festival</em>, un festival diffuso di letteratura di ambientazione naturale e montana fuori dai circuiti del mercato editoriale tradizionale, che mantiene vivo il legame autentico tra autori, lettori e i libri stessi e <em>l’Antica Acquacoltura Molin di Bucchio</em>, attività di recupero di un antico impianto di itticoltura alle sorgenti dell’Arno, nel quale vengono allevate specie autoctone per il ripopolamento e il riequilibrio degli ecosistemi acquatici locali.</p>
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<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Genericamente si parla di <em>umanesimo delle montagne</em> ma è più corretto che le esperienze precedano le definizioni e, prima ancora che il nome spuntasse tra le righe di qualche articolo di giornale, In Quiete gli dava forma, ne creava la sostanza.</div>
<p></span>Genericamente si parla di <em>umanesimo delle montagne</em> ma è più corretto che le esperienze precedano le definizioni e, prima ancora che il nome spuntasse tra le righe di qualche articolo di giornale, <span style="color: #000000;"><strong>In Quiete</strong></span> gli dava forma, ne creava la sostanza. Le chiavi di volta di azioni di questo tipo sono impegno, conoscenza e consapevolezza. Il rapporto con la natura, le caratteristiche di un territorio (limiti e opportunità) che non sono solo naturali ma anche sociali (e quindi storiche e culturali), non si improvvisa ma scaturisce dalla combinazione necessaria di questi tre fattori. Essi sono fondamentali a costruire un equilibrio che sia potenzialità di sviluppo per il territorio e per la comunità che lo vive, tenendo conto del passato ma non negando le esigenze del presente. Creare le condizioni che tengano in vita un territorio senza snaturarlo, inoltre, ha una forte implicazione politica. Se le ricadute sociali delle attività di<span style="color: #000000;"><strong> In Quiete</strong> </span>sono facilmente intuibili, vale la pena soffermarsi sul valore politico delle scelte di questi ragazzi, che sono sì scelte individuali ma danno concretezza a quei principi di sostenibilità, tutela, partecipazione, pianificazione e inclusione di cui sono pieni i documenti programmatici ma che sulla carta restano parole sterili, nelle loro mani, invece, diventano vita di tutti i giorni, espressione dell’accezione propria e corretta della tanto bistrattata parola politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella parte finale di un documentario sull’impianto di acquacoltura Mattia Speranza sorride dicendo <em>“E’ un po’ una sfida ogni giorno venire qui e far andare avanti l’attività …”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un po’ una sfida ogni giorno essere espressione di quello in cui si crede. L’unica che valga la pena. La sola che possa definirsi vera resistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro con l’autore, <span style="color: #000000;"><strong>Resistere e poi Esistere: dalla letteratura all’Appennino Tosco-Romagnolo</strong></span>, si terra il 25 Maggio alle ore 18:00 presso la Feltrinelli Point di Arezzo, nell’ambito della rassegna Militanze Esistenziali_Storie di impegno e di passione</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000; text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">&gt;</span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/">Vai alla pagina</a></span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/"> <span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;"><strong>MILITANZE ESISTENZIALI</strong></span></a></span></p>
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<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #333300;"> <span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #333300; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="text-decoration: underline; color: #ff0000;">a</span>lila Sanson</a>e</span></span></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Abracadalbero</h5>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1-150x150.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="150" height="150" /></a></p>
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		<title>Le foreste insegnano, le foreste suggeriscono &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2019 10:06:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Di Dalila Sansone  &#160; “L’uomo civilizzato non pensa più alla natura come all’ambiente in cui inserire una vita sociale, ma a ciò che per antonomasia le si contrappone. La natura, per lui, è in molti casi più vicina al sogno che alla realtà. Eppure se è vero che le radici degli uomini non sono così lontane da quelle degli alberi, è necessario andare oltre il sogno. La via da percorrere è quella del recupero di un rapporto armonioso, tagliando agli estremi dell’aggressione e del sacro rispetto della natura vergine” Marco Paci, Le Foreste della mente &#8211; Quello che ci insegnano e quello che ci fanno immaginare   E’ indubbio che ci sia un ritorno, un “bisogno” di ritorno alla natura, risultato forse di una mancata produzione di senso da parte dei modelli sociali imperanti, più probabilmente conseguenza di una sinergia di cause tra le quali l’attrazione per l’autenticità gioca un ruolo decisivo. La partita è interessante ma rischiosa. Potremmo non accorgerci che ci stiamo giocando un’occasione. Marco Paci, docente di Ecologia presso l’Università degli studi di Firenze, è un ricercatore che di interazioni funzionali e di problematiche legate agli ecosistemi naturali né sa. Negli anni ha accompagnato al lavoro di ricerca strettamente scientifico, un’attività di divulgazione di straordinario pregio. Utilizzando esempi semplici è riuscito a tradurre il linguaggio scientifico in narrazione accessibile a tutti, dai bambini ai grandi.  La natura è complessa quanto semplice da comprendere, basta impararne la lingua. E’ da questo principio di base che Paci parte in rassegna di quello che le foreste sono in grado di insegnare alle società degli uomini e di quello che suggeriscono anche. L’approccio scientifico e quello che lui definisce antiscientifico (e che può definirsi umanistico, senza difettare in dignità) non sono antitetici ma complementari. Se si conosce la natura, e se ne apprendono i meccanismi che ne regolano le dinamiche, niente del suo fascino perde consistenza; al contrario sarà possibile riconoscersi parte di una dimensione universale che ha poco a che fare col misticismo ma praticamente tutto con la realtà. L’esigenza di ritrovare una misura più autentica dell’esistenza, attraverso il contatto o la riconnessione con i ritmi naturali, non va vista come alternativa o scelta contrapposta all’antropocentrismo bensì come possibilità di una sua integrazione e mitigazione. E’ questo il potenziale enorme insito nella contemporanea attenzione alle foreste e all’ambiente in generale. Se si sposta l’attenzione dalle ragioni (molteplici e complesse) alle conseguenze, è evidente che si sta aprendo la strada un recupero di consapevolezza che non ha e non deve avere niente a che vedere con la negazione o l’opposizione ma, al contrario, va in direzione della riscoperta di un rapporto armonico con l’ambiente naturale, che già apparteneva all’essere umano. Rapporto che presuppone oltre a conoscenza, rispetto e reciprocità. Tra uomo e natura, infatti, c’è un continuo scambio di informazioni: le trasformazioni dell’uno si riflettono sull’altra e viceversa. In questo senso, l’apprendimento che può derivare dall’osservazione della natura, e delle foreste in particolare, è in grado di suggerire una forma di esistenza più essenziale, autentica e logica: quella che l’autore definisce “una vita in prospettiva ecologica”. Ad esempio la capacità di recupero di un ecosistema forestale dopo un evento catastrofico (come  un incendio) tanto ha da insegnare sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei fattori di disturbo, non solo quelli fastidiosi che costringono a riorganizzarsi in qualche direzione ma anche quelli distruttivi, rispetto ai quali le foreste hanno saputo sviluppare strategie vincenti. Quello che in ecologia si definisce disturbo (fattore che altera la stabilità di un sistema) è quanto più la contemporaneità rifugge, dimenticandone il potenziale di risposta che arricchisce, migliora e induce nuovi equilibri, più funzionali del precedente (ci metterà il suo tempo ma un bosco distrutto dal fuoco ricresce, e lo farà mantenendo memoria di cosa e come ha avuto la meglio su di lui). Nell’antichità poi, le foreste sono state luogo di culto e di mistero, associate alla religione e alla legge. La necessità era duplice: tutelare una risorsa preziosa per la sopravvivenza e rispondere al bisogno di sacro connaturato alla natura umana. Non è anacronistico pensare che le foreste e quel loro fascino rappresentino oggi l’occasione imperdibile di recuperare una memoria ancestrale, istintiva, quella che ci ricorda appunto di essere parte e non ospiti o padroni dell’ambiente che ci circonda. La chiave di volta sta nella consapevolezza:  bisogna essere consapevoli di dover tornare a parlare una lingua dimenticata e farlo con umiltà. La differenza la fa la parte di campo sulla quale si gioca, avversaria sfidante o alleata leale. Una responsabilità non da poco. Gli alberi invece ruolo non l’hanno mai cambiato, se lo portano inscritto nel legno e gli sono restati intelligentemente fedeli. Mentre l’umanità dimenticava, qualcosa continuava a riaffiorare e ne resta tuttora traccia nelle suggestioni che le foreste sono riuscite ad avere sull’immaginario, dalle incisioni rupestri, passando per le arti,  ai trekking organizzati di oggi. Le foreste sono state da sempre un richiamo, fortissimo, all’autenticità, alle cose come devono essere, contrapposte a modelli sociali corrotti e divoratori di risorse (e per questo di senso).  Sono state il rifugio di personaggi (reali o di fantasia) perdenti nel senso comune del termine, capaci di incarnare valori di giustizia e di libertà di cui solo la natura sembra serbare memoria e ai quali val la pena rivolgere il pensiero, ogni tanto. Tutto questo e molto altro sta dentro il lavoro e la passione di Marco Paci, che all’ombra degli alberi ha insegnato a un numero indefinito di studenti la conoscenza e la meraviglia, mantenendo vivo un senso del sacro moderno, privo di riferimenti sovrannaturali ma tutto intriso di stupore e rispetto dinanzi alla perfezione e all’equilibrio della natura. Saremo in grado di ascoltare qual che gli alberi hanno da dirci e giocare bene per non perdere questa occasione? L’incontro del 20 Aprile ha tutti i presupposti per essere un buon punto di partenza. &#62;Vai alla pagina MILITANZE ESISTENZIALI  Dalila Sansone Abracadalbero &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org/marcopaci/">Le foreste insegnano, le foreste suggeriscono &#8211; #ConcretaMente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org">segni concreti</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h5><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">Di D<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">a</span>lila Sansone</a> </span></span></h5>
<p>&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: right;"><span style="color: #000000;"><em>“L’uomo civilizzato non pensa più alla natura come all’ambiente in cui inserire una vita sociale, ma a ciò che per antonomasia le si contrappone. La natura, per lui, è in molti casi più vicina al sogno che alla realtà. Eppure se è vero che le radici degli uomini non sono così lontane da quelle degli alberi, è necessario andare oltre il sogno. La via da percorrere è quella del recupero di un rapporto armonioso, tagliando agli estremi dell’aggressione e del sacro rispetto della natura vergine” </em></span></h6>
<h6 style="text-align: right;"><span style="color: #000000;"><em>Marco Paci, Le Foreste della mente &#8211; Quello che ci insegnano e quello che ci fanno immaginare</em></span></h6>
<h6><em> </em></h6>
<p style="text-align: justify;">E’ indubbio che ci sia un ritorno, un “bisogno” di ritorno alla natura, risultato forse di una mancata produzione di senso da parte dei modelli sociali imperanti, più probabilmente conseguenza di una sinergia di cause tra le quali l’attrazione per l’autenticità gioca un ruolo decisivo.</p>
<p style="text-align: justify;">La partita è interessante ma rischiosa. Potremmo non accorgerci che ci stiamo giocando un’occasione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Marco Paci</span></strong>, docente di Ecologia presso l’Università degli studi di Firenze, è un ricercatore che di interazioni funzionali e di problematiche legate agli ecosistemi naturali né sa. Negli anni ha accompagnato al lavoro di ricerca strettamente scientifico, un’attività di divulgazione di straordinario pregio. Utilizzando esempi semplici è riuscito a tradurre il linguaggio scientifico in narrazione accessibile a tutti, dai bambini ai grandi.</p>
<p> La natura è complessa quanto semplice da comprendere, basta impararne la lingua.</p>
<div style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img class="alignleft size-medium wp-image-13356" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/Foreste-casentinesi-300x200.jpg" alt="Foreste casentinesi" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text"><em>Photo Credit In Quiete Cooperativa</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">E’ da questo principio di base che <span style="color: #000000;"><strong>Paci</strong></span> parte in rassegna di quello che le foreste sono in grado di insegnare alle società degli uomini e di quello che suggeriscono anche. L’approccio scientifico e quello che lui definisce <em>antiscientifico</em> (e che può definirsi umanistico, senza difettare in dignità) non sono antitetici ma complementari. Se si conosce la natura, e se ne apprendono i meccanismi che ne regolano le dinamiche, niente del suo fascino perde consistenza; al contrario sarà possibile riconoscersi parte di una dimensione universale che ha poco a che fare col misticismo ma praticamente tutto con la realtà. L’esigenza di ritrovare una misura più autentica dell’esistenza, attraverso il contatto o la riconnessione con i ritmi naturali, non va vista come alternativa o scelta contrapposta all’antropocentrismo bensì come possibilità di una sua integrazione e mitigazione.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ questo il potenziale enorme insito nella contemporanea attenzione alle foreste e all’ambiente in generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si sposta l’attenzione dalle ragioni (molteplici e complesse) alle conseguenze, è evidente che si sta aprendo la strada un recupero di consapevolezza che non ha e non deve avere niente a che vedere con la negazione o l’opposizione ma, al contrario, va in direzione della riscoperta di un rapporto armonico con l’ambiente naturale, che già apparteneva all’essere umano.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">“Lì nei boschi le miserie umane e l’egoismo lasciano il posto a un senso di appartenenza prossimo alla magia. A una totalità non meglio definita, di sicuro capace di sovrastare le banalità di un’esistenza piatta e convenzionale”</div>
<p>Rapporto che presuppone oltre a conoscenza, rispetto e reciprocità. Tra uomo e natura, infatti, c’è un continuo scambio di informazioni: le trasformazioni dell’uno si riflettono sull’altra e viceversa. In questo senso, l’apprendimento che può derivare dall’osservazione della natura, e delle foreste in particolare, è in grado di suggerire una forma di esistenza più essenziale, autentica e logica: quella che l’autore definisce “una vita in prospettiva ecologica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio la capacità di recupero di un ecosistema forestale dopo un evento catastrofico (come  un incendio) tanto ha da insegnare sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei fattori di disturbo, non solo quelli fastidiosi che costringono a riorganizzarsi in qualche direzione ma anche quelli distruttivi, rispetto ai quali le foreste hanno saputo sviluppare strategie vincenti. Quello che in ecologia si definisce <em>disturbo</em> (fattore che altera la stabilità di un sistema) è quanto più la contemporaneità rifugge, dimenticandone il potenziale di risposta che arricchisce, migliora e induce nuovi equilibri, più funzionali del precedente (ci metterà il suo tempo ma un bosco distrutto dal fuoco ricresce, e lo farà mantenendo memoria di cosa e come ha avuto la meglio su di lui).</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’antichità poi, le foreste sono state luogo di culto e di mistero, associate alla religione e alla legge. La necessità era duplice: tutelare una risorsa preziosa per la sopravvivenza e rispondere al bisogno di sacro connaturato alla natura umana. Non è anacronistico pensare che le foreste e quel loro fascino rappresentino oggi l’occasione imperdibile di recuperare una memoria ancestrale, istintiva, quella che ci ricorda appunto di essere parte e non ospiti o padroni dell’ambiente che ci circonda. La chiave di volta sta nella consapevolezza:  bisogna essere consapevoli di dover tornare a parlare una lingua dimenticata e farlo con umiltà. La differenza la fa la parte di campo sulla quale si gioca, <em>avversaria sfidante</em> o <em>alleata leale</em>. Una responsabilità non da poco.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">“Per gli alberi è differente, perché certe cose gli alberi ve le fanno vedere e voi potete toccarle con mano. Certe cose sono scritte, nel legno degli alberi. E gli alberi scrivono con estrema chiarezza, perché a dettare la scrittura c’è una mente che pensa in grande”</div>
<p> Gli alberi invece ruolo non l’hanno mai cambiato, se lo portano inscritto nel legno e gli sono restati intelligentemente fedeli.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre l’umanità dimenticava, qualcosa continuava a riaffiorare e ne resta tuttora traccia nelle suggestioni che le foreste sono riuscite ad avere sull’immaginario, dalle incisioni rupestri, passando per le arti,  ai trekking organizzati di oggi. Le foreste sono state da sempre un richiamo, fortissimo, all’autenticità, alle cose come devono essere, contrapposte a modelli sociali corrotti e divoratori di risorse (e per questo di senso).  Sono state il rifugio di personaggi (reali o di fantasia) perdenti nel senso comune del termine, capaci di incarnare valori di giustizia e di libertà di cui solo la natura sembra serbare memoria e ai quali val la pena rivolgere il pensiero, ogni tanto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999">“Le foreste, spesso, sono la casa dei perdenti – un genere particolare di perdenti: quelli che, al di là delle sconfitte cui sono destinati, coi loro sogni mandano avanti il mondo in cui viviamo”</div>
<p>Tutto questo e molto altro sta dentro il lavoro e la passione di <span style="color: #000000;"><strong>Marco Paci</strong></span>, che all’ombra degli alberi ha insegnato a un numero indefinito di studenti la conoscenza e la meraviglia, mantenendo vivo un senso del sacro moderno, privo di riferimenti sovrannaturali ma tutto intriso di stupore e rispetto dinanzi alla perfezione e all’equilibrio della natura.</p>
<p style="text-align: justify;">Saremo in grado di ascoltare qual che gli alberi hanno da dirci e giocare bene per non perdere questa occasione?</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro del <span style="color: #000000;"><strong>20 Aprile</strong></span> ha tutti i presupposti per essere un buon punto di partenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000; text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">&gt;</span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/">Vai alla pagina</a></span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/"> <span style="color: #ff0000;"><strong>MILITANZE ESISTENZIALI</strong></span></a></span></p>
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<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #333300;"> <span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #333300; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="text-decoration: underline; color: #ff0000;">a</span>lila Sanson</a>e</span></span></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Abracadalbero</h5>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1-150x150.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="150" height="150" /></a></p>
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		<title>Militanze Esistenziali &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2019 17:16:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Di Dalila Sansone e Alessandro Ristori &#160; &#8220;Allora un lampo unisce gli occhi e il cuore con borbottio di tuono  muovono le parole e torna il tempo, torna l&#8217;energia, torna la vita&#8221; In Quieto C.S.I. &#160; Sono fatte così le intuizioni, in una frazione di secondo combinano sogno e possibilità, incastrandone i frammenti dentro un’idea. È nato in questo modo il ciclo di incontri che porta il titolo di Militanze Esistenziali e che prenderà il via il prossimo 20 Aprile: avevamo incontrato storie di impegno e di passione, autentiche, fatte di braccia e di testa, e si era fatta presto strada l’idea che esistesse una connessione tra le diverse scelte di vita e professionali dietro di esse; l’intuizione iniziale ha trovato conferma e abbiamo toccato con mano l’importanza delle relazioni nel costruire il valore dell&#8217;appartenenza. Volevamo che il nome della rassegna ne fosse anche il manifesto. La militanza è partecipazione attiva a qualcosa e niente richiede maggiore partecipazione dell’esistenza, quando le si riconosce il suo valore. Il desiderio di raccontare la militanza come segno concreto di un&#8217;esistenza piena mira a restaurare il senso di appartenenza ma anche  a riconoscere all’impegno il ruolo di asse portante della convivenza tra le persone e tra di esse e l’ambiente &#8211; naturale e sociale &#8211; che le ospita. L’insieme delle possibili forme in cui la militanza  si realizza ricorda l’intrico di radici che sorregge le foreste. All’ombra del ricamo delle chiome e dei rami che si intrecciano con il cielo, le radici di alberi diversi si fondono per favorire lo scambio di informazioni, nutrienti e rafforzare la stabilità dell’intera foresta. Anche se un albero viene tagliato o muore, quell’intrico di radici continua a funzionare e a costituirne le fondamenta. Ciascuna delle storie di impegno e di passione in rassegna è uno dei punti nodali di questo intrico ideale, interconnesso e inseparabile dagli altri. Oggi più che mai è auspicabile parlare di militanza: in una realtà satura di informazioni e interessi, di difficile decifrazione e contrastanti, incastrata in un sistema di valori mobili e spesso privi di radici sufficientemente salde, la militanza impone di scegliere da che parte stare e di fare di quella parte un modo di esistere; in aperta controtendenza, la militanza mira a creare punti di riferimento fissi, paragonabili all’ossatura montuosa di un paese o al disegno delle costellazioni sulla volta celeste. Militare non implica la sola adesione a un’idea o una visione ma di diventarne espressione vivente, incarnando concetti astratti come identità e coerenza: significa, in definitiva, scegliere. Ma la scelta che si chiede al militante è una scelta consapevole, convinta, spesso a prezzi non facili da pagare. Esiste una militanza educativa ed ecologica che muove dall’osservazione e dalla conoscenza dei sistemi naturali per trarne conclusioni utili alle società degli uomini. La natura segue infatti leggi e dinamiche non dissimili da quelle della mente umana: saperle riconoscere ci rende più consapevoli, capaci di coltivare il rispetto e di perseguire un equilibrio non ideologico ma frutto del bilanciamento tra ecologia, vita e pensiero. &#160; Marco Paci, docente di ecologia presso l’Università degli studi di Firenze, racconterà come l’ecologia possa essere una chiave di lettura applicabile ai sistemi sociali e come l’apprendimento della complessità dei sistemi biologici sia strumento di prevenzione e mitigazione dell’antropocentrismo del modello sociale attuale. Ne sarà prova il ruolo che le foreste hanno avuto sull’immaginario dalla notte dei tempi e di cui storia e arte recano traccia (20 Aprile). &#160; Il passaggio di testimone ideale porta all&#8217;esempio concreto di equilibrio tra uomo e natura della militanza letteraria e ambientale di Mattia Speranza, scrittore e socio fondatore della cooperativa In Quiete, realtà attiva nel settore dell’ecoturismo e della tutela della biodiversità e del territorio in Casentino, Appennino Tosco-Romagnolo. Speranza è autore di un romanzo sulla Resistenza in cui i valori che fecero da collante per il riscatto della libertà rivivono sullo sfondo di un ambiente naturale che è insieme riflesso e complice di uno dei momenti più duri della storia del nostro Paese, devastato dalla barbarie fascista. Dalla letteratura la militanza investe anche la natura, che l’autore e i suoi compagni hanno messo al centro di un&#8217;opera originale di riattivazione dei luoghi: la restituzione della loro anima a terre “emarginate dal progresso”offre all’essere umano l’occasione di capirsi tessera di un mosaico molto più vasto che comprende natura, storia e bellezza (25 Maggio). Snodo ideale tra l’ambiente naturale e società civile è rappresentato dalla militanza etica e sociale di Vittorio Martone, sociologo e docente presso l’Università degli studi di Torino. Martone racconterà delle connivenze e adiacenze dei fenomeni criminali per comprenderne cause, punti di forza e debolezze, e interrogarsi sugli anticorpi della società civile prima ancora che sulle responsabilità delle classi politica e amministrativa. Particolare attenzione sarà riservata al fenomeno delle ecomafie, mettendo in luce il processo di sottrazione di beni comuni alla collettività perpetrato dall’ottusa cecità di uomini incapaci di declinare i verbi al futuro a discapito delle generazioni a venire. Troveranno spazio anche riflessioni sulla gestione dei beni confiscati alle mafie, sul valore etico e simbolico del sottrarre ricchezza alle compagini criminali per creare impresa sostenibile &#8211; soprattutto nel settore chiave dell’agroalimentare &#8211; e le relative ripercussioni sulle opportunità lavorative e di sviluppo dei territori (15 Giugno). Chiuderà la rassegna il giornalista fiorentino Jacopo Storni, promotore di una militanza narrativa e educativa che si interroga intorno ai fenomeni migratori e alla necessità di costruire società più inclusive, basate sul riconoscimento di appartenenza reciproca. Storni focalizza l’attenzione sullo scollamento tra ragioni e problematiche reali dell’immigrazione e la sua percezione, lavorando per una narrazione che sia realmente descrittiva e non distorsiva del fenomeno. Non trascura però il ruolo degli adulti di domani: il giornalista è infatti tra gli autori di un interessante progetto che mette in contatto classi di bambini del sud e nord del mondo; attraverso lo scambio di lettere, i bambini possono raccontarsi e incontrarsi, utilizzando parole e codici estranei al pregiudizio e ai limiti dei grandi (29 Giugno). &#160; Militanze esistenziali non vuole proporre storie esemplari perché rifiuta [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h5><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">Di D<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">a</span>lila Sansone</a> e Al<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">e</span>ssandro Ristori</span></span></h5>
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<p style="text-align: right;"><em><span style="color: #000000;">&#8220;Allora un lampo unisce gli occhi e il cuore con borbottio di tuono</span></em></p>
<p style="text-align: right;"><em><span style="color: #000000;"> muovono le parole e torna il tempo, torna l&#8217;energia, torna la vita&#8221;</span></em></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #000000;"><em>In Quieto C.S.I.</em></span></p>
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<p>Sono fatte così le intuizioni, in una frazione di secondo combinano sogno e possibilità, incastrandone i frammenti dentro un’idea. È nato in questo modo il ciclo di incontri che porta il titolo di <em>Militanze Esistenziali </em>e che prenderà il via il prossimo 20 Aprile: avevamo incontrato storie di impegno e di passione, autentiche, fatte di braccia e di testa, e si era fatta presto strada l’idea che esistesse una connessione tra le diverse scelte di vita e professionali dietro di esse; l’intuizione iniziale ha trovato conferma e abbiamo toccato con mano l’importanza delle relazioni nel costruire il valore dell&#8217;<em>appartenenza</em>.</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Volevamo che il nome della rassegna ne fosse anche il manifesto.</strong></span></p>
<p>La militanza è partecipazione attiva a qualcosa e niente richiede maggiore partecipazione dell’esistenza, quando le si riconosce il suo valore. Il desiderio di raccontare la militanza come segno concreto di un&#8217;esistenza piena mira a restaurare il <em>senso di appartenenza </em>ma anche  a riconoscere all’<em>impegno</em> il ruolo di asse portante della convivenza tra le persone e tra di esse e l’ambiente &#8211; naturale e sociale &#8211; che le ospita.</p>
<p>L’insieme delle possibili forme in cui la militanza  si realizza ricorda l’intrico di radici che sorregge le foreste. All’ombra del ricamo delle chiome e dei rami che si intrecciano con il cielo, le radici di alberi diversi si fondono per favorire lo scambio di informazioni, nutrienti e rafforzare la stabilità dell’intera foresta. Anche se un albero viene tagliato o muore, quell’intrico di radici continua a funzionare e a costituirne le fondamenta. Ciascuna delle storie di impegno e di passione in rassegna è uno dei punti nodali di questo intrico ideale, interconnesso e inseparabile dagli altri.</p>
<p>Oggi più che mai è auspicabile parlare di militanza: in una realtà satura di informazioni e interessi, di difficile decifrazione e contrastanti, incastrata in un sistema di valori mobili e spesso privi di radici sufficientemente salde, la militanza impone di scegliere da che parte stare e di fare di quella parte un modo di esistere; in aperta controtendenza, la militanza mira a creare punti di riferimento fissi, paragonabili all’ossatura montuosa di un paese o al disegno delle costellazioni sulla volta celeste.</p>
<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999">Militare non implica la sola adesione a un’idea o una visione ma di diventarne espressione vivente, incarnando concetti astratti come identità e coerenza: significa, in definitiva, <em>scegliere</em>. Ma la scelta che si chiede al militante è una scelta consapevole, convinta, spesso a prezzi non facili da pagare.</div>
<p>Militare non implica la sola adesione a un’idea o una visione ma di diventarne espressione vivente, incarnando concetti astratti come identità e coerenza: significa, in definitiva, <em>scegliere</em>. Ma la scelta che si chiede al militante è una scelta consapevole, convinta, spesso a prezzi non facili da pagare.</p>
<p>Esiste una <strong><em>militanza educativa ed ecologica</em></strong> che muove dall’osservazione e dalla conoscenza dei sistemi naturali per trarne conclusioni utili alle società degli uomini. La natura segue infatti leggi e dinamiche non dissimili da quelle della mente umana: saperle riconoscere ci rende più consapevoli, capaci di coltivare il rispetto e di perseguire un equilibrio non ideologico ma frutto del bilanciamento tra ecologia, vita e pensiero.</p>
<p><strong><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/Marco-Paci_BN.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-12923" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/Marco-Paci_BN-150x150.jpg" alt="Marco Paci_B&amp;N" width="150" height="150" /></a></strong></p>
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<p><strong>Marco Paci</strong>, docente di ecologia presso l’Università degli studi di Firenze, racconterà come l’ecologia possa essere una chiave di lettura applicabile ai sistemi sociali e come l’apprendimento della complessità dei sistemi biologici sia strumento di prevenzione e mitigazione dell’antropocentrismo del modello sociale attuale. Ne sarà prova il ruolo che le foreste hanno avuto sull’immaginario dalla notte dei tempi e di cui storia e arte recano traccia (<strong>20 Aprile</strong>).</p>
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<p>Il passaggio di testimone ideale porta all&#8217;esempio concreto di equilibrio tra uomo e natura della <strong><em>militanza <a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/Mattia_Speranza_BN.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-12924" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/Mattia_Speranza_BN-150x150.jpg" alt="Mattia_Speranza_B&amp;N" width="150" height="150" /></a>letteraria e ambientale</em></strong> di <strong>Mattia Speranza</strong>, scrittore e socio fondatore della cooperativa <em>In Quiete</em>, realtà attiva nel settore dell’ecoturismo e della tutela della biodiversità e del territorio in Casentino, Appennino Tosco-Romagnolo. Speranza è autore di un romanzo sulla Resistenza in cui i valori che fecero da collante per il riscatto della libertà rivivono sullo sfondo di un ambiente naturale che è insieme riflesso e complice di uno dei momenti più duri della storia del nostro Paese, devastato dalla barbarie fascista. Dalla letteratura la militanza investe anche la natura, che l’autore e i suoi compagni hanno messo al centro di un&#8217;opera originale di riattivazione dei luoghi: la restituzione della loro anima a terre “emarginate dal progresso”offre all’essere umano l’occasione di capirsi tessera di un mosaico molto più vasto che comprende natura, storia e bellezza (<strong>25 Maggio</strong>).</p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/Vittorio-Martone_BN.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-12925" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/Vittorio-Martone_BN-150x150.jpg" alt="Vittorio-Martone_B&amp;N" width="150" height="150" /></a>Snodo ideale tra l’ambiente naturale e società civile è rappresentato dalla <strong><em>militanza etica e sociale</em></strong> di <strong>Vittorio Martone</strong>, sociologo e docente presso l’Università degli studi di Torino. Martone racconterà delle connivenze e adiacenze dei fenomeni criminali per comprenderne cause, punti di forza e debolezze, e interrogarsi sugli anticorpi della società civile prima ancora che sulle responsabilità delle classi politica e amministrativa. Particolare attenzione sarà riservata al fenomeno delle ecomafie, mettendo in luce il processo di sottrazione di beni comuni alla collettività perpetrato dall’ottusa cecità di uomini incapaci di declinare i verbi al futuro a discapito delle generazioni a venire. Troveranno spazio anche riflessioni sulla gestione dei beni confiscati alle mafie, sul valore etico e simbolico del sottrarre ricchezza alle compagini criminali per creare impresa sostenibile &#8211; soprattutto nel settore chiave dell’agroalimentare &#8211; e le relative ripercussioni sulle opportunità lavorative e di sviluppo dei territori (<strong>15 Giugno</strong>).</p>
<p>Chiuderà la rassegna il giornalista fiorentino <strong>Jacopo Storni</strong>, promotore di una <strong><em>militanza narrativa e <a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/Jacopo-Storni_BN.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-12922" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/Jacopo-Storni_BN-150x150.jpg" alt="Jacopo-Storni_B&amp;N" width="150" height="150" /></a>educativa </em></strong>che si interroga intorno ai fenomeni migratori e alla necessità di costruire società più inclusive, basate sul riconoscimento di appartenenza reciproca. Storni focalizza l’attenzione sullo scollamento tra ragioni e problematiche reali dell’immigrazione e la sua percezione, lavorando per una narrazione che sia realmente descrittiva e non distorsiva del fenomeno. Non trascura però il ruolo degli adulti di domani: il giornalista è infatti tra gli autori di un interessante progetto che mette in contatto classi di bambini del sud e nord del mondo; attraverso lo scambio di lettere, i bambini possono raccontarsi e incontrarsi, utilizzando parole e codici estranei al pregiudizio e ai limiti dei grandi (<strong>29 Giugno</strong>).</p>
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<p>Militanze esistenziali non vuole proporre storie esemplari perché rifiuta la visione <em>eroica</em> della scelta. Più che di eroi, la società moderna pare aver sete di coralità. Ha bisogno di liberarsi di modelli e leadership che codificano o personificano un’idea come unica via possibile al cambiamento. Sente la necessità di non disperdere tutte le altre possibili “resistenze” altrimenti alla deriva e di costruire reti. Gli autori che hanno contribuito a creare questa rassegna hanno scelto di far aderire la loro esistenza e le loro azioni a princìpi collettivi che necessitano solo di maggior coraggio per tornare attuali e proporsi senza timori. Militanze esistenziali si fa promotrice di questo intreccio ideale in cui ciascuno può trovare il proprio ruolo.</p>
<p>Tutti gli incontri si terranno alle <strong>ore 18</strong> presso <strong>La Feltrinelli Point</strong>di <strong>Arezzo</strong>. Informazioni di dettaglio e approfondimenti sono disponibili sui canali social e sul sito web di <em>Segni Concreti</em>.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000; text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">&gt;</span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/">Vai alla pagina</a></span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/"> <span style="color: #ff0000;"><strong>MILITANZE ESISTENZIALI</strong></span></a></span></p>
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<h5><span style="color: #333300;"> <span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #333300; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="text-decoration: underline; color: #ff0000;">a</span>lila Sanson</a>e</span></span></h5>
<h5>Abracadalbero</h5>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1-150x150.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="150" height="150" /></a></p>
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<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/47384043_10217333676874792_31062668068519936_o.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13243" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/04/47384043_10217333676874792_31062668068519936_o-150x150.jpg" alt="47384043_10217333676874792_31062668068519936_o" width="150" height="150" /></a></p>
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		<title>Giulio &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 21:18:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Giulio Di Dalila Sansone &#160;  “sfidare lo stato di emergenza e gli appelli alla stabilità e alla pace sociale giustificati dalla “guerra al terrorismo”, significa oggi, pur se indirettamente, mettere in discussione alla base la retorica su cui il regime (di Al-Sisi ndr) giustifica la sua stessa esistenza e la repressione della società civile” Giulio Regeni Parto da qui, dalle ultime righe di un articolo di Giulio, un articolo in cui riferiva del clima durante una riunione dei sindacati indipendenti nell’Egitto dell’ex generale Al-Sisi. Una dittatura. Militare. Parto da qui, perché ricordo perfettamente una delle prime interviste rilasciate da Paola Defendi, sua madre, immediatamente dopo il ritrovamento del corpo di Giulio.Diceva che Giulio credeva di poter migliorare la vita delle persone, nel ruolo della ricerca come strumento di emancipazione dell’uomo e della donna. Non entrerò nel merito della questione giudiziaria perché dovrebbe bastare il fatto elementare che un giovane uomo, libero e assetato di verità e giustizia sia stato rapito, torturato e ucciso, per chiudere i termini della questione e suscitare indignazione. Dovrebbe bastare sapere che a tre anni dalla scomparsa di Giulio non ci sono colpevoli e non ci sono state azioni significative e volontà politica di ammettere la verità e la verità è atroce. La verità è che i poteri forti si sono costruiti e vivono dentro l’agghiacciante convinzione di poter plasmare le società degli uomini a propria immagine e somiglianza: si esegue, non si discute, si annienta qualsiasi volontà che non risponda al riflesso dell’autorità. Mi fermo. Le connivenze, gli occultamenti e la vigliaccheria piegati agli interessi (commerciali, economici, politici) sono noti a tutti e se non lo fossero, per rispetto della memoria di Giulio, che lo siano: le possibilità di informarsi non mancano e nessun alibi o presunzione di assoluzione tengono in questa triste storia. La morte di Giulio e soprattutto la farsa delle indagini, l’imbellettamento ipocrita delle autorità di controparte che sanno di non esercitare nessun potere per fare giustizia, pongono una questione che coinvolge tutti, nessuno escluso. Che cosa abbiamo da dire adesso sulle nostre belle società occidentali, fondate sul diritto? Sul principio per cui la legge, gli stati sociali rappresenterebbero un consorzio solidale ad argine dell’abominio cui ha dimostrato di sapersi spingere l’uomo sull’uomo? Non basta l’idea della tortura a far saltare in piedi chiunque, a far rabbrividire la pelle e chiedere giustizia? Che Paese è quello che non pretende (realmente e ostinatamente) chiarezza su quanto accaduto? Che Paese è quello che sacrifica il dolore di una famiglia, foss’anche di un solo essere umano, in nome della ragione di stato (occulta) e quella ragione nemmeno la ammette a sé stesso? Di stato? O di alcuni? … quegli alcuni che sul piatto della bilancia pesano più dello strazio davanti alla morte violenta? La giustizia non è mero regolamento di conti; la giustizia è lo strumento più nobile a garanzia della convivenza civile. Quasi mai ripara il torto subito, e non restituisce un figlio alla sua famiglia, un cittadino al suo Paese, un uomo alla vita ma è un marchio, un marchio indelebile a certificare che l’errore deve essere punito, che la colpa è inammissibile. Ai responsabili non si chiede semplicemente di pagare: il riconoscimento della colpa equivale ad affermare la pubblica riprovazione, a rinnovare un patto sociale, un’alleanza di umanità. Non si tratta di una morte e basta. Tre anni fa hanno vinto la repressione, il senso di onnipotenza, la bestialità. No, bestialità è sbagliato, nessun essere animale uccide un suo simile volontariamente, meno che mai lo tortura dimostrando di non riconoscere nell’altro un proprio simile. E’ un male dilagante, l’uomo smette di appartenere se non si riconosce nell’altro, l’uomo diventa nulla se non prova pietà. E’ amnesia collettiva trascurare questa verità, colpa dimenticarla.  2500 anni fa Sofocle metteva in scena l’Antigone: la giovane figlia di Edipo sfidava le leggi dello stato per rendere gli onori funebri al fratello Polinice. Per dare esempio alla città, il tiranno Creonte ne aveva impedito la sepoltura, rito sacro agli dèi, perchè tutti sapessero a quale empia fine sarebbero stati destinati se avessero osato sfidarlo. Antigone ricopre il cadavere del fratello scavando la terra a mani nude e non si piega alla volontà di un uomo (leggi della tracotanza del potere), né si lascia contagiare dal timore degli altri, lo fa rivendicando léggi non scritte, quelle divine (leggi dell’accezione più alta del termine umanità). A che fine è destinata questa umanità che non difende con le unghie e con i denti i suoi simili, se non si sente coinvolta nel chiedere giustizia, se si scopre incapace di provare pietà e dolore? Rileggete l’Antigone. Si. Siamo tutti coinvolti e nessuno si senta assolto dall’impegno di pretendere verità e giustizia. Sempre. A Giulio, per Giulio. 25/01/2016 – 25/01/2019 &#160; &#160; Dalila Sansone Abracadalbero &#8211; Parole senza radici &#160; Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no. Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto. Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione. Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile. Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto.   &#160; &#160; &#160;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>Giulio</h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">
Di D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone</span></a></pre>
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<p><span style="color: #000000;"><strong> </strong></span><em>“sfidare lo stato di emergenza e gli appelli alla stabilità e alla pace sociale giustificati dalla “guerra al terrorismo”, significa oggi, pur se indirettamente, mettere in discussione alla base la retorica su cui il regime (di Al-Sisi ndr) giustifica la sua stessa esistenza e la repressione della società civile”</em></p>
<p>Giulio Regeni</p>
<p>Parto da qui, dalle ultime righe di un articolo di Giulio, un articolo in cui riferiva del clima durante una riunione dei sindacati indipendenti nell’Egitto dell’ex generale Al-Sisi. Una dittatura. Militare.</p>
<p>Parto da qui, perché ricordo perfettamente una delle prime interviste rilasciate da Paola Defendi, sua madre, immediatamente dopo il ritrovamento del corpo di Giulio.Diceva che Giulio credeva di poter migliorare la vita delle persone, nel ruolo della ricerca come strumento di emancipazione dell’uomo e della donna.</p>
<p>Non entrerò nel merito della questione giudiziaria perché dovrebbe bastare il fatto elementare che un giovane uomo, libero e assetato di verità e giustizia sia stato rapito, torturato e ucciso, per chiudere i termini della questione e suscitare indignazione. Dovrebbe bastare sapere che a tre anni dalla scomparsa di Giulio non ci sono colpevoli e non ci sono state azioni significative e volontà politica di ammettere la verità e la verità è atroce. La verità è che i poteri forti si sono costruiti e vivono dentro l’agghiacciante convinzione di poter plasmare le società degli uomini a propria immagine e somiglianza: si esegue, non si discute, si annienta qualsiasi volontà che non risponda al riflesso dell’autorità.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">La verità è che i poteri forti si sono costruiti e vivono dentro l’agghiacciante convinzione di poter plasmare le società degli uomini a propria immagine e somiglianza: si esegue, non si discute, si annienta qualsiasi volontà che non risponda al riflesso dell’autorità</div>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/01/egitto-ucciso.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-12375" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/01/egitto-ucciso-236x300.png" alt="egitto-ucciso" width="236" height="300" /></a>Mi fermo. Le connivenze, gli occultamenti e la vigliaccheria piegati agli interessi (commerciali, economici, politici) sono noti a tutti e se non lo fossero, per rispetto della memoria di Giulio, che lo siano: le possibilità di informarsi non mancano e nessun alibi o presunzione di assoluzione tengono in questa triste storia.</p>
<p>La morte di Giulio e soprattutto la farsa delle indagini, l’imbellettamento ipocrita delle autorità di controparte che sanno di non esercitare nessun potere per fare giustizia, pongono una questione che coinvolge tutti, nessuno escluso. Che cosa abbiamo da dire adesso sulle nostre belle società occidentali, fondate sul diritto? Sul principio per cui la legge, gli stati sociali rappresenterebbero un consorzio solidale ad argine dell’abominio cui ha dimostrato di sapersi spingere l’uomo sull’uomo? Non basta l’idea della tortura a far saltare in piedi chiunque, a far rabbrividire la pelle e chiedere giustizia?
<div class="shortcode-block-quote-center" style="color:#999999">Che cosa abbiamo da dire adesso sulle nostre belle società occidentali, fondate sul diritto? Sul principio per cui la legge, gli stati sociali rappresenterebbero un consorzio solidale ad argine dell’abominio cui ha dimostrato di sapersi spingere l’uomo sull’uomo? Non basta l’idea della tortura a far saltare in piedi chiunque, a far rabbrividire la pelle e chiedere giustizia?</div>
<p>Che Paese è quello che non pretende (realmente e ostinatamente) chiarezza su quanto accaduto? Che Paese è quello che sacrifica il dolore di una famiglia, foss’anche di un solo essere umano, in nome della ragione di stato (occulta) e quella ragione nemmeno la ammette a sé stesso? Di stato? O di alcuni? … quegli alcuni che sul piatto della bilancia pesano più dello strazio davanti alla morte violenta?</p>
<p>La giustizia non è mero regolamento di conti; la giustizia è lo strumento più nobile a garanzia della convivenza civile. Quasi mai ripara il torto subito, e non restituisce un figlio alla sua famiglia, un cittadino al suo Paese, un uomo alla vita ma è un marchio, un marchio indelebile a certificare che l’errore deve essere punito, che la colpa è inammissibile. Ai responsabili non si chiede semplicemente di pagare: il riconoscimento della colpa equivale ad affermare la pubblica riprovazione, a rinnovare un patto sociale, un’alleanza di umanità.</p>
<p>Non si tratta di una morte e basta. Tre anni fa hanno vinto la repressione, il senso di onnipotenza, la bestialità.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Non si tratta di una morte e basta. Tre anni fa hanno vinto la repressione, il senso di onnipotenza, la bestialità. No, bestialità è sbagliato, nessun essere animale uccide un suo simile volontariamente, meno che mai lo tortura dimostrando di non riconoscere nell’altro un proprio simile.</div>
<p> No, bestialità è sbagliato, nessun essere animale uccide un suo simile volontariamente, meno che mai lo tortura dimostrando di non riconoscere nell’altro un proprio simile.<br />
E’ un male dilagante, l’uomo smette di <em>appartenere</em> se non si riconosce nell’altro, l’uomo diventa nulla se non prova pietà. E’ amnesia collettiva trascurare questa verità, colpa dimenticarla.</p>
<p style="text-align: left;"> 2500 anni fa Sofocle metteva in scena l’Antigone: la giovane figlia di Edipo sfidava le leggi dello stato per rendere gli onori funebri al fratello Polinice. Per dare esempio alla città, il tiranno Creonte ne aveva impedito la sepoltura, rito sacro agli dèi, perchè tutti sapessero a quale empia fine sarebbero stati destinati se avessero osato sfidarlo.</p>
<p>Antigone ricopre il cadavere del fratello scavando la terra a mani nude e non si piega alla volontà di un uomo (leggi della tracotanza del potere), né si lascia contagiare dal timore degli altri, lo fa rivendicando l<img class="alignright size-medium wp-image-12366" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/01/Giulio-Regeni_3-241x300.jpg" alt="Giulio Regeni_Biani" width="241" height="300" />éggi non scritte, quelle divine (leggi dell’accezione più alta del termine umanità).</p>
<p>A che fine è destinata questa umanità che non difende con le unghie e con i denti i suoi simili, se non si sente coinvolta nel chiedere giustizia, se si scopre incapace di provare pietà e dolore?</p>
<p>Rileggete l’Antigone.</p>
<p>Si. Siamo tutti coinvolti e nessuno si senta assolto dall’impegno di pretendere verità e giustizia. Sempre.</p>
<p>A Giulio, per Giulio.</p>
<p>25/01/2016 – 25/01/2019</p>
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<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/01/Giulio-Regeni_1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-12376" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/01/Giulio-Regeni_1-300x212.jpg" alt="Giulio Regeni_1" width="300" height="212" /></a></p>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone<br />
</span></a>Abracadalbero &#8211; Parole senza radici</h5>
<div id="attachment_10597" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="250" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Dalila Sansone &#8211; Foto: Alessandro Schinco</p></div>
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<p><span style="color: #000000;">Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no.</span></p>
<p>Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto.</p>
<p>Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione.<br />
Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile.</p>
<p>Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto.</p>
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		<title>Las inflexiones del amor y el desamor: sus correlatos neurobiológicos &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Dec 2018 03:23:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Las inflexiones del amor y el desamor: sus correlatos neurobiológicos De Marucela Juana Uscamayta Ayvar &#160; Como diría un tema musical popular en Perú, “que levante la mano quien no sufrió por amor”, o la famosa cantante Amy Winehouse “el amor es un juego perdido, más de lo que pude soportar” y como diría cualquier persona con muchos años de experiencia viviendo en este mundo y que en algún momento se arriesgó a amar “no has vivido si no amaste y sufriste por amor”. Todos en algún momento de nuestras vidas hemos experimentado el desamor, la traición, o el rechazo de alguien más; no conozco a nadie, hasta este momento, quien haya tenido estas experiencias, que haya salido fácilmente y rápido de esta ola de emociones y sentimientos tan intensamente dolorosos. Según la Antropóloga Helen Fisher de la Universidad de Rutgers en EE.UU., el amor romántico no es solo una adicción muy fuerte, sino un deseo universal. Casi el 100 por ciento de todos los humanos han experimentado el amor romántico en algún momento, lo cual no se aplica necesariamente a otras adicciones, como el abuso de sustancias, el alcoholismo o la ludopatía. El amor romántico, en su máxima expresión, es una maravillosa adicción, no obstante, en el peor de los casos, conduce a la ansiedad, la depresión, al suicidio e incluso al asesinato. Estudios de escaneo cerebral, usando resonancia magnética funcional, muestran activación cerebral en las mismas regiones tanto cuando una persona está enamorada, como cuando es adicta a alguna droga, estas regiones incluyen el área tegmental ventral (VTA por sus siglas en inglés), que proyecta conexiones neuronales hacia otras áreas implicadas en el proceso, como el núcleo accumbens, el cuerpo estriado, la corteza cingulada anterior, el hipocampo, la amígdala y la corteza prefrontal. La dopamina es el neurotransmisor que media en la comunicación entre el VTA y el resto de las áreas. Las personas enamoradas también muestran actividad en el núcleo caudado, una antigua región del cerebro que ayuda a integrar nuestros pensamientos y sentimientos. Nuestra conducta está determinada esencialmente por las estructuras corticales y el sistema límbico; las primeras nos empujan hacia comportamientos más racionales, mientras que la segunda lo hace hacia los más instintivos, los de sobrevivencia (comer, reproducirnos, etc.). Al realizarse esas conductas, se segrega en el cerebro especialmente dopamina que provoca la sensación de placer, gracias a lo cual dirigimos nuestra conducta hacia la consecución del placer. Por lo tanto, la dopamina es la clave. Este neurotransmisor es el componente central del sistema de recompensa del cerebro. &#160; Gracias a este mecanismo, nuestro cerebro busca recompensas: el orgasmo, el chocolate, un buen vino, escuchar música, jugar, bailar, y hasta recibir likes en el Facebook, etc. Se activan señales neuronales que convergen en ese pequeño grupo de áreas cerebrales interconectadas: el núcleo accumbens, el VTA, la corteza prefrontal; este pequeño grupo de neuronas conforman la vía mesolímbica o circuito de recompensa, y es donde los humanos experimentamos en primera instancia el placer. Este mecanismo determina en muchas maneras nuestra conducta; para poder sobrevivir y reproducirnos, debemos sentir alguna recompensa al realizar actividades básicas como comer, beber o copular. Como dice Rafael Maldonado, Neurobiólogo, Neurocientífico del comportamiento de la Universidad Pompeu Fabra de Barcelona, “El placer es un motivador esencial para el aprendizaje de determinados comportamientos esenciales para la supervivencia”. Lo mismo ocurre con los animales. Se han llevado a cabo experimentos con ratas para saber más sobre ese circuito de recompensa. Los roedores son capaces de atravesar un espacio recubierto con alambres que les dan descargas eléctricas con tal de llegar hasta una palanca y suministrarse altas dosis de placer. De acuerdo con David Linden, Neurocientífico de la Facultad de Medicina de la&#160;Universidad Johns Hopkins, el ser humano comparte con el resto de los mamíferos estos circuitos consagrados al hedonismo. No obstante, somos algo más complejos, puesto que en nuestro caso se entremezclan con otras regiones cerebrales implicadas en la toma de decisiones, la planificación, las emociones, la memoria. Y justamente lo que otorga tanta fuerza al circuito de recompensa de nuestro cerebro, es el hecho de que mediante la interconexión de este circuito con otras áreas del cerebro sumamos a lo placentero, recuerdos, asociaciones, emociones, significado social. Es así, que cuando hablamos específicamente del consumo de drogas dopaminérgicas, estas activan el circuito de recompensa causando un fuerte aumento en la liberación de dopamina. A nivel del receptor, estos aumentos provocan una señal de recompensa que desencadena el aprendizaje asociativo o condicionamiento. En este tipo de aprendizaje Pavloviano, las repetidas experiencias de recompensa son asociadas con los estímulos ambientales que las preceden y rodean. Con la exposición repetida a la misma recompensa, las células no solo disparan dopamina en respuesta a la propia recompensa, sino también, disparan una respuesta anticipada a los estímulos condicionados &#8220;las señales&#8221; que logran, reiteramos, anticipar el suministro de la recompensa. Este proceso implica los mismos mecanismos moleculares que fortalecen las conexiones sinápticas durante la formación del aprendizaje y la memoria. De esta manera, los estímulos ambientales o datos sensoriales externos que están vinculados en varias ocasiones con el uso de drogas &#8220;las señales&#8221; – el lugar o lugares donde se ha consumido la droga (lo que observamos, olemos, oímos), personas con las que se ha consumido; y estímulos internos como el estado mental antes del consumo – pueden llegar a provocar una respuesta condicionada con oleadas rápidas de liberación de dopamina que desencadenan ansia por la droga que motivan conductas de búsqueda de la droga. Finalmente, relacionamos un valor placentero con la experiencia, de manera que en el futuro podemos decidir el esfuerzo y el riesgo que estamos dispuestos a asumir para volver a obtener el placer. Como es evidente, en este proceso, la dopamina desempeña un papel esencial. Se libera en las estructuras anteriores del sistema límbico y lo que hace es anticiparnos que se va a producir el placer. Es como si nos alertara y nos preparara para ello. La liberación de esta sustancia pone en marcha una [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>Las inflexiones del amor y el desamor: sus correlatos neurobiológicos</h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/marucelajuana"><span style="color: #000000;">
De Mar<span style="color: #ff0000;">u</span>cela Juana Uscamayta Ayvar</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong>&nbsp;</strong></span></p>
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<p>Como diría un tema musical popular en Perú, “que levante la mano quien no sufrió por amor”, o la famosa cantante Amy Winehouse “el amor es un juego perdido, más de lo que pude soportar” y como diría cualquier persona con muchos años de experiencia viviendo en este mundo y que en algún momento se arriesgó a amar “no has vivido si no amaste y sufriste por amor”. Todos en algún momento de nuestras vidas hemos experimentado el desamor, la traición, o el rechazo de alguien más; no conozco a nadie, hasta este momento, quien haya tenido estas experiencias, que haya salido fácilmente y rápido de esta ola de emociones y sentimientos tan intensamente dolorosos.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">el amor romántico no es solo una adicción muy fuerte, sino un deseo universal</div>
<p>Según la Antropóloga <span style="color: #000000;">Helen Fisher</span> de la Universidad de Rutgers en EE.UU., el amor romántico no es solo una adicción muy fuerte, sino un deseo universal. Casi el 100 por ciento de todos los humanos han experimentado el amor romántico en algún momento, lo cual no se aplica necesariamente a otras adicciones, como el abuso de sustancias, el alcoholismo o la ludopatía. El amor romántico, en su máxima expresión, es una maravillosa adicción, no obstante, en el peor de los casos, conduce a la ansiedad, la depresión, al suicidio e incluso al asesinato. Estudios de escaneo cerebral, usando resonancia magnética funcional, muestran activación cerebral en las mismas regiones tanto cuando una persona está enamorada, como cuando es adicta a alguna droga, estas regiones incluyen el área tegmental ventral (VTA por sus siglas en inglés), que proyecta conexiones neuronales hacia otras áreas implicadas en el proceso, como el núcleo accumbens, el cuerpo estriado, la corteza cingulada anterior, el hipocampo, la amígdala y la corteza prefrontal. La dopamina es el neurotransmisor que media en la comunicación entre el VTA y el resto de las áreas. Las personas enamoradas también muestran actividad en el núcleo caudado, una antigua región del cerebro que ayuda a integrar nuestros pensamientos y sentimientos.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Nuestra conducta está determinada esencialmente por las estructuras corticales y el sistema límbico; las primeras nos empujan hacia comportamientos más racionales, mientras que la segunda lo hace hacia los más instintivos, los de sobrevivencia </div>
<p>Nuestra conducta está determinada esencialmente por las estructuras corticales y el sistema límbico; las primeras nos empujan hacia comportamientos más racionales, mientras que la segunda lo hace hacia los más instintivos, los de sobrevivencia (comer, reproducirnos, etc.). Al realizarse esas conductas, se segrega en el cerebro especialmente dopamina que provoca la sensación de placer, gracias a lo cual dirigimos nuestra conducta hacia la consecución del placer. Por lo tanto, la dopamina es la clave. Este neurotransmisor es el componente central del sistema de recompensa del cerebro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Circuito-de-Recompensa.png"><img class="alignleft wp-image-11995" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Circuito-de-Recompensa-1024x547.png" alt="Circuito de Recompensa" width="300" height="160"></a>Gracias a este mecanismo, nuestro cerebro busca recompensas: el orgasmo, el chocolate, un buen vino, escuchar música, jugar, bailar, y hasta recibir likes en el Facebook, etc. Se activan señales neuronales que convergen en ese pequeño grupo de áreas cerebrales interconectadas: el núcleo accumbens, el VTA, la corteza prefrontal; este pequeño grupo de neuronas conforman la vía mesolímbica o circuito de recompensa, y es donde los humanos experimentamos en primera instancia el placer. Este mecanismo determina en muchas maneras nuestra conducta; para poder sobrevivir y reproducirnos, debemos sentir alguna recompensa al realizar actividades básicas como comer, beber o copular. Como dice <span style="color: #000000;">Rafael Maldonado</span>, Neurobiólogo, Neurocientífico del comportamiento de la Universidad Pompeu Fabra de Barcelona, “El placer es un motivador esencial para el aprendizaje de determinados comportamientos esenciales para la supervivencia”.</p>
<p>Lo mismo ocurre con los animales. Se han llevado a cabo experimentos con ratas para saber más sobre ese circuito de recompensa. Los roedores son capaces de atravesar un espacio recubierto con alambres que les dan descargas eléctricas con tal de llegar hasta una palanca y suministrarse altas dosis de placer. De acuerdo con <span style="color: #000000;">David Linden</span>, Neurocientífico de la Facultad de Medicina de la&nbsp;Universidad Johns Hopkins, el ser humano comparte con el resto de los mamíferos estos circuitos consagrados al hedonismo. No obstante, somos algo más complejos, puesto que en nuestro caso se entremezclan con otras regiones cerebrales implicadas en la toma de decisiones, la planificación, las emociones, la memoria. Y justamente lo que otorga tanta fuerza al circuito de recompensa de nuestro cerebro, es el hecho de que mediante la interconexión de este circuito con otras áreas del cerebro sumamos a lo placentero, recuerdos, asociaciones, emociones, significado social.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">En este tipo de aprendizaje Pavloviano, las repetidas experiencias de recompensa son asociadas con los estímulos ambientales que las preceden y rodean</div>
<p>Es así, que cuando hablamos específicamente del consumo de drogas dopaminérgicas, estas activan el circuito de recompensa causando un fuerte aumento en la liberación de dopamina. A nivel del receptor, estos aumentos provocan una señal de recompensa que desencadena el aprendizaje asociativo o condicionamiento. En este tipo de aprendizaje Pavloviano, las repetidas experiencias de recompensa son asociadas con los estímulos ambientales que las preceden y rodean. Con la exposición repetida a la misma recompensa, las células no solo disparan dopamina en respuesta a la propia recompensa, sino también, disparan una respuesta anticipada a los estímulos condicionados &#8220;las señales&#8221; que logran, reiteramos, anticipar el suministro de la recompensa. Este proceso implica los mismos mecanismos moleculares que fortalecen las conexiones sinápticas durante la formación del aprendizaje y la memoria. De esta manera, los estímulos ambientales o datos sensoriales externos que están vinculados en varias ocasiones con el uso de drogas &#8220;las señales&#8221; – el lugar o lugares donde se ha consumido la droga (lo que observamos, olemos, oímos), personas con las que se ha consumido; y estímulos internos como el estado mental antes del consumo – pueden llegar a provocar una respuesta condicionada con oleadas rápidas de liberación de dopamina que desencadenan ansia por la droga que motivan conductas de búsqueda de la droga. Finalmente, relacionamos un valor placentero con la experiencia, de manera que en el futuro podemos decidir el esfuerzo y el riesgo que estamos dispuestos a asumir para volver a obtener el placer.</p>
<p>Como es evidente, en este proceso, la dopamina desempeña un papel esencial. Se libera en las estructuras anteriores del sistema límbico y lo que hace es anticiparnos que se va a producir el placer. Es como si nos alertara y nos preparara para ello. La liberación de esta sustancia pone en marcha una serie de cambios en el cerebro, así como la cascada química de neurotransmisores, opiáceos endógenos (endorfinas, encefalinas y dinorfinas), que finalmente nos generan la sensación placentera.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">“Las tres situaciones naturales que nos activan el botón del placer son el sexo, la comida y las relaciones sociales”</div>
<p>Según <span style="color: #000000;">Rafael Maldonado</span>, “Las tres situaciones naturales que nos activan el botón del placer son el sexo, la comida y las relaciones sociales”. Este circuito de recompensa, basado en buena medida en la dopamina y refinado a lo largo de miles de años de evolución, puede también activarse con acciones como el deporte o la meditación, y evidentemente también con sustancias psicoactivas.</p>
<p>Otra variable a tomar en cuenta es la atracción sexual, que en las relaciones humanas es muy poderosa, tanto que es capaz de hacernos perder la cabeza. Para Helen Fisher, la atracción, precursora mamífera del amor romántico, evolucionó para permitir que los individuos busquen a la pareja predilecta o preferida sin gastar energía y tiempo en el cortejo. Lo mismo ocurrió con el gusto por el sexo. Venimos de fábrica con un poderoso apetito sexual que nos impulsa a buscar pareja. A diferencia del resto de los mamíferos, no sólo mantenemos relaciones sexuales cuando estamos en celo, durante los periodos fértiles.</p>
<p>Cuando se está enamorado, igual que cuando se es adicto, como es predecible, se activa el circuito del placer, segregando grandes cantidades de dopamina y también norepinefrina, que está muy relacionada con el insomnio, la pérdida de apetito, temblores, taquicardia, ansiedad y miedo, algunas de las respuestas físicas típicas de esta etapa. Y serotonina, otra sustancia involucrada en la neurobiología del amor romántico. En la fase erótico-sexual, la testosterona y los estrógenos incitan la libido. Es el momento de la intensa atracción sexual. A esta fase inicial, le sigue la de fijar la preferencia de pareja; es entonces cuando se inician el amor romántico y la pasión.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Este cóctel de elementos químicos puede impedirnos pensar o trabajar adecuadamente y, en algunos casos extremos, ocasionar episodios de comportamiento obsesivo compulsivo</div>
<p>Este cóctel de elementos químicos puede impedirnos pensar o trabajar adecuadamente y, en algunos casos extremos, ocasionar episodios de comportamiento obsesivo compulsivo. Las personas enamoradas no piensan más que en el objeto de su amor, pierden el apetito y duermen menos. Es más, se ha visto que en esta fase se desactiva la corteza prefrontal, uno de los centros del cerebro encargados de discernir; también se desactivan las zonas implicadas en la cognición y el juicio social. Por consiguiente, cuando alguien que nos atrae o la persona a quien queremos nos toca, nuestro sistema límbico recibe una estimulación sensorial a la que asocia un valor positivo y una sensación placentera. Durante el orgasmo, se desactiva el cerebelo, encargado de la coordinación muscular, y es lógico, porque durante el clímax, nuestros movimientos corporales resultan incontrolables. El placer intenso y breve da paso a una sensación persistente de bienestar, que los expertos consideran básica. Y de ello es responsable la oxitocina, una hormona que también se halla detrás de los vínculos sociales.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Las personas enamoradas anhelan su droga, “el ser amado”; distorsionan la realidad, se tornan arriesgadas, hacen cosas peligrosas y, en ocasiones, inapropiadas, y piensan de manera obsesiva sobre su ser amado, el centro de su mundo</div>
<p>Los enamorados y los adictos quieren más. En el caso del amor romántico, no puedes esperar a ver a esa persona otra vez, te sientes mal si no te llama (una sensación parecida a la ansiedad de separación), el placer y la felicidad puede ser absoluta cuando logras tener a esa persona a tu lado. Las personas enamoradas anhelan su droga, “el ser amado”; distorsionan la realidad, se tornan arriesgadas, hacen cosas peligrosas y, en ocasiones, inapropiadas, y piensan de manera obsesiva sobre su ser amado, el centro de su mundo.</p>
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<p>Y <span style="color: #000000;"><strong>¿qué pasa con el desamor?</strong></span> cuando se es rechazado, traicionado o abandonado, desprenderse de semejante vínculo afectivo es casi una tarea titánica, el sufrimiento psicológico experimentado suele ser <a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/corazonycerebro.jpg"><img class="alignleft wp-image-11996" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/corazonycerebro.jpg" alt="corazonycerebro" width="300" height="242"></a>devastador para el cerebro. Este proceso es inequívocamente muy similar al síndrome de abstinencia que padecen los adictos, una suerte de caos neuroquímico del que no es fácil desprenderse. Además, se corre el riesgo de sufrir recaídas. Y es en este punto, en el que todos los lugares donde estuvieron juntos con el ser amado, los aromas, los sonidos, las imágenes, las personas, “cualquiera de las señales” gatillan una respuesta condicionada con intensas y rápidas oleadas de liberación de dopamina que desencadenan ansia por tener al ser amado cerca otra vez, lo cual motivan conductas de búsqueda de nuestra “droga”, entonces sentimos la necesidad de contactar, y hasta de suplicar su atención, y en el peor de los casos estaríamos hablando de una manifestación de un perfil caracterizado por la dependencia afectiva, donde el síndrome de la abstinencia emocional pone a dicha persona en un estado de vulnerabilidad absoluta y sufrimiento extremo.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">cuando se es rechazado, traicionado o abandonado, desprenderse de semejante vínculo afectivo es casi una tarea titánica, el sufrimiento psicológico experimentado suele ser devastador para el cerebro</div>
<p>Por otro lado, cuando se trata de una relación teñida por la violencia, a menudo la persona (especialmente la victima dentro de la relación violenta) no puede entender por qué insiste en continuar con la relación cuando ya no le parece sana ni agradable. Esto se debe, en gran parte, al deseo de escapar de la ansiedad y angustia que siente cuando está en ausencia de “su droga” (el ser amado). Sin embargo, aunque los efectos de corta acción del aumento de los niveles de dopamina provocada por la presencia del “ser amado”, alivian temporalmente esta ansiedad y angustia, el resultado de la exposición o exposiciones prolongadas es la profundización de la disforia durante la retirada, lo que produce un círculo vicioso en la relación.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">el sufrimiento persistente es común en personas con una baja autoestima</div>
<p>Es importante mencionar que la condición psicológica marcada por el sufrimiento persistente es común en personas con una baja autoestima y que se caracterizan por una alta dependencia emocional sobre la pareja, son incapaces de cumplir el “contacto cero”, siempre encontrarán una excusa para buscar, contactar, llamar; a su vez, los dependientes emocionales generalmente son incapaces de tolerar el dolor emocional, y su reacción común es buscar más oportunidades para conseguir su objeto de adicción.</p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Corazon-e-mente-herida.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11998" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Corazon-e-mente-herida.jpg" alt="Corazon e mente herida" width="222" height="227"></a>Por otro lado, los elementos genéticos son decisivos para entender las distintas susceptibilidades individuales a las adicciones en general, estas pueden afectar a las familias, pero también es cierto que una persona, aunque tenga la vulnerabilidad genética, no necesariamente se convertirá en adicto. Finalmente dependerá también de factores medioambientales.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">“Es mejor haber amado y perdido que jamás haber amado”</div>
<p>Para <span style="color: #000000;">Alfred Tennyson</span>, “Es mejor haber amado y perdido que jamás haber amado”. Con el ánimo de ayudar a transitar en las inflexiones de la complejidad del amor y el desamor, coincido con <span style="color: #000000;">Tennyson</span>, está bien lanzarse al vacío de las incertidumbres del amor, esto nos da la posibilidad de descubrirnos, de saber cuan adictos, dependientes y/o ignorantes emocionales somos y cuanto hemos permitido el desarrollo de nuestra corteza prefrontal, además de otros recursos &#8211; tomando en cuenta que somos seres integrales- para equilibrar las caídas y salir fortalecidos de las mismas.</p>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/marucelajuana"><span style="color: #000000;">De Mar<span style="color: #ff0000;">u</span>cela Juana Uscamayta Ayvar</span></a></h5>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Maru-_Cusco_V2.jpg"><img class="alignleft wp-image-11999" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Maru-_Cusco_V2.jpg" alt="" width="230" height="212"></a>MSc. Marucela Juana Uscamayta Ayvar, Neuropsicóloga, Investigadora científica del Departamento de Neurología y Psiquiatría de la Escuela de Medicina de la Universidad de Texas Rio Grande Valley.</p>
<p>Nací en Cusco, Perú, estudié el pregrado en la Universidad Andina del Cusco y tuve el privilegio de estudiar la Maestría en la Universidad del Sur de Florida y en la Universidad de Harvard, en los Estados Unidos de Norteamérica, así como en la Universidad Peruana Cayetano Heredia.</p>
<p>Amo y respeto la naturaleza, amo a los perros y me llevo mejor con los gatos, practico el arte de la pintura, la música y el teatro y me fascina estudiar los misterios del funcionamiento del cerebro y la mente humana. Una de mis pasiones más grandes es el chocolate, que me recuerda a mi idioma materno, el Quechua, intenso, profundo y delicioso.</p>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org/las-inflexiones-del-amor-y-el-desamor-concretamente/">Las inflexiones del amor y el desamor: sus correlatos neurobiológicos &#8211; #ConcretaMente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org">segni concreti</a>.</p>
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		<title>Parole di Lulù &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Nov 2018 22:54:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Parole di Lulù Di Dalila Sansone &#160; Era tempo che volevo scrivere di “Parole di Lulù” ma non è facile perché, per definizione dello stesso Niccolò Fabi, Parole di Lulù è un sentimento e i sentimenti si raccontano male, a volte si ha la tentazione di credere possano essere vissuti e basta. Parole di Lulù è una fondazione creata nel 2010 dal cantautore romano e Shirin Amini che, attorno al 30 di Agosto di ogni anno, organizza un concerto evento itinerante per raccogliere fondi a supporto di progetti legati all’infanzia e per sostenere strutture che tutelano la salute dei bambini e l’organizzazione di attività ludiche ed educative che ne accompagnino la crescita. &#160;Una descrizione che la classifica tra le tante fondazioni o iniziative che, senza scopo di lucro, operano per supplire a quello che spesso manca o è troppo carente. Tutto riduttivo. Corretto, sintetico ma del tutto insufficiente a raccontare. Ecco il verbo che mi mancava: “raccontare”, le lettere che hanno fatto da ponte tra il dolore e la forza. Il 30 agosto è il compleanno di Olivia la bambina che Niccolò e Shirin hanno perso piccolissima per una forma di meningite acuta e Lulù era il nome con cui la chiamavano. Per scrivere ho spulciato tutto il materiale possibile e la chiave è arrivata quando ho guardato il video girato in occasione del concerto del 30 Agosto 2010, il primo, una jam session improvvisata durata tutta la notte a Casale sul Treja a trenta chilometri da Roma, fuori all’aperto. Erano montanti, assi, cavi a congiungersi, oggetti a prendere forma, persone a scendere dagli autobus, abbracci e parole, poche, dette appena in incroci continui e necessari di sguardi. Tanti sorrisi, sorrisi difficili, quelli tenaci, quelli che ci vogliono stare lo stesso a dispetto della piega che istintivamente prenderebbero le labbra quando il dolore, tuo o di un altro ha intriso l’aria. In un frammento si vede Shirin montare dei pezzi del palco, alzare lo sguardo e sorridere, sorridere con gli occhi. Non ci sono spiegazioni a certi tipi di dolore, quelli irrimediabili che spaccano creando fratture non risanabili. Dall’altra parte della crepa l’onda d’urto è tale da lasciar presagire l’impossibilità di recupero, la sicurezza di trascinarsi addosso una deturpazione invisibile e costante, eppure ci sono persone, ci sono forze capaci di custodire tutto questo con rispetto e scenderci a patti. Queste persone sanno che si tratta di scegliere che cosa si intende per vivere e che vivere significa imparare il coraggio di sorridere, quello di non arrendersi a quanto non può essere cambiato, perché “la gioia come il dolore si deve conservare, si deve trasformare”. Niccolò e Shirin attraverso Lulù hanno raccontato la trasformazione come chiave di convivenza col dolore. A differenza di tante altre situazioni in cui l’intento benefico e costruttivo&#160; finiscono quasi col diventare centrali e con l’assomigliare ad una sorta di “codice di buona condotta in caso di catastrofe”, ecco Parole di Lulù ha una consistenza diversa, come se l’aspetto organizzativo, l’evento reale fossero manifestazione immanente di qualcosa di molto più grande, diffuso. Il sentimento di cui parla Niccolò che è insieme spinta e coraggio ma anche volontà e non negazione del dolore, l’opposto della chiusura. In quelle immagini e negli sguardi che scorrono sul video compaiono occhi attoniti, incapaci di capire qual è la direzione in cui guardare ma non smarriti: sono sguardi non isolati, occhi in mezzo a tutto un resto di cose che si realizzano, consapevoli del luogo in cui sono, che può non essere chiaro dove sia collocato fisicamente o emotivamente ma &#160;popolato da altri sguardi e sembra l’unica cosa che conti. E’ l’unica cosa che conti. Niccolò e Shirin hanno preso in mano quello che non sapevano e non potevano gestire e non l’hanno nascosto, l’hanno fatto per istinto e senza una progettualità di lungo corso, l’hanno fatto per sopravviversi perché quando non sai cosa fare di cosa resta di te, hai una sola scelta possibile fidarti di quello che accade e farlo accadere, lasciare che siano gli incontri per strada a guidarti. Parole di Lulù adesso è un appuntamento poco noto ma vivo, atteso, a dimostrazione del fatto che ci sono cose che possono essere fatte ed essere incisive anche senza casse di risonanza puntate ad altissimo volume e definizione. I progetti realizzati sono tanti e più disparati e toccano realtà grandi o piccolissime con la stessa identica dignità. Una punta di rammarico resta nello sfogo di Fabi che sottolinea come questo sia un Paese dove fare beneficenza (autentica aggiungo io) sia molto difficile e dove ci si trovi costretti a scontrarsi con limiti burocratici e umani che l’umanità finiscono col negarla. Il viaggio di Lulù ad ogni modo continua tutti gli anni e tutti i giorni attraverso&#160; la fondazione, a dare ragione a quel costruire che è sapere rinunciare alla perfezione o semplicemente non rinunciare alla forza che deriva dal saper essere fragili, senza vergogna e senza ostentazione e riuscire a farne concretezza. Riguardo quelle immagini, proprio quelle, e mi convinco che non esiste nulla di più potente di quanto sta dietro ad occhi che hanno pianto, capaci di sorridere ancora. Meglio di prima. &#160; &#160; &#160; &#160; www.paroledilulu.it/fondazione &#160; &#160; Dalila Sansone Abracadalbero &#8211; Parole senza radici &#160; Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no. Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto. Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione. Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile. Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto. &#160; &#160; &#160; &#160;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Parole di Lulù</strong></h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">
Di D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong>&nbsp;</strong></span></p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_2.jpg"><img class=" wp-image-11664 size-large alignnone" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_2-1024x512.jpg" alt="" width="980" height="490"></a></p>
<p>Era tempo che volevo scrivere di “Parole di Lulù” ma non è facile perché, per definizione dello stesso Niccolò Fabi, Parole di Lulù è un sentimento e i sentimenti si raccontano male, a volte si ha la tentazione di credere possano essere vissuti e basta.</p>
<p>Parole di Lulù è una fondazione creata nel 2010 dal cantautore romano e Shirin Amini che, attorno al 30 di Agosto di ogni anno, organizza un concerto evento itinerante per raccogliere fondi a supporto di progetti legati all’infanzia e per sostenere strutture che tutelano la salute dei bambini e l’organizzazione di attività ludiche ed educative che ne accompagnino la crescita. &nbsp;Una descrizione che la classifica tra le tante fondazioni o iniziative che, senza scopo di lucro, operano per supplire a quello che spesso manca o è troppo carente.</p>
<p style="text-align: left;">
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><span style="color: #000000;">Ecco il verbo che mi mancava: “raccontare”, le lettere che hanno fatto da ponte tra il dolore e la forza</span></div>
<p>Tutto riduttivo. Corretto, sintetico ma del tutto insufficiente a raccontare. Ecco il verbo che mi mancava: “raccontare”, le lettere che hanno fatto da ponte tra il dolore e la forza.</p>
<p>Il 30 agosto è il compleanno di Olivia la bambina che Niccolò e Shirin hanno perso piccolissima per una forma di meningite acuta e Lulù era il nome con cui la chiamavano.</p>
<p style="text-align: left;">Per scrivere ho spulciato tutto il materiale possibile e la chiave è arrivata quando ho guardato il video girato in occasione del concerto del 30 Agosto 2010, il primo, una jam session improvvisata durata tutta la notte a Casale sul Treja a trenta chilometri da Roma, fuori all’aperto. Erano montanti, assi, cavi a congiungersi, oggetti a prendere forma, persone a scendere dagli autobus, abbracci e parole, poche, dette appena in incroci continui e necessari di sguardi. Tanti sorrisi, sorrisi difficili, quelli tenaci, quelli che ci vogliono stare lo stesso a dispetto della piega che istintivamente prenderebbero le labbra quando il dolore, tuo o di un altro ha intriso l’aria. In un frammento si vede Shirin montare dei pezzi del palco, alzare lo sguardo e sorridere, sorridere con gli occhi.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><span style="color: #000000;">Tanti sorrisi, sorrisi difficili, quelli tenaci, quelli che ci vogliono stare lo stesso a dispetto della piega che istintivamente prenderebbero le labbra quando il dolore, tuo o di un altro ha intriso l’aria. In un frammento si vede Shirin montare dei pezzi del palco, alzare lo sguardo e sorridere, sorridere con gli occhi</span></div>
</p>
<p style="text-align: left;">Non ci sono spiegazioni a certi tipi di dolore, quelli irrimediabili che spaccano creando fratture non risanabili. Dall’altra parte della crepa l’onda d’urto è tale da lasciar presagire l’impossibilità di recupero, la sicurezza di trascinarsi addosso una deturpazione invisibile e costante, eppure ci sono persone, ci sono forze capaci di custodire tutto questo con rispetto e scenderci a patti. Queste persone sanno che si tratta di scegliere che cosa si intende per vivere e che vivere significa imparare il coraggio di sorridere, quello di non arrendersi a quanto non può essere cambiato, perché <em>“la gioia come il dolore si deve conservare, si deve trasformare”</em>. Niccolò e Shirin attraverso Lulù hanno raccontato la trasformazione come chiave di convivenza col dolore. A differenza di tante altre situazioni in cui l’intento benefico e costruttivo&nbsp; finiscono quasi col diventare centrali e con l’assomigliare ad una sorta di “codice di buona condotta in caso di catastrofe”, ecco Parole di Lulù ha una consistenza diversa, come se l’aspetto organizzativo, l’evento reale fossero manifestazione immanente di qualcosa di molto più grande, diffuso. Il sentimento di cui parla Niccolò che è insieme spinta e coraggio ma anche volontà e non negazione del dolore, l’opposto della chiusura.</p>
<p>In quelle immagini e negli sguardi che scorrono sul video compaiono occhi attoniti, incapaci di capire qual è la direzione in cui guardare ma non smarriti: sono sguardi non isolati, occhi in mezzo a tutto un resto di cose che si realizzano, consapevoli del luogo in cui sono, che può non essere chiaro dove sia collocato fisicamente o emotivamente ma &nbsp;popolato da altri sguardi e sembra l’unica cosa che conti. E’ l’unica cosa che conti.</p>
<p>Niccolò e Shirin hanno preso in mano quello che non sapevano e non potevano gestire e non l’hanno nascosto, l’hanno fatto per istinto e senza una progettualità di lungo corso, l’hanno fatto per sopravviversi perché quando non sai cosa fare di cosa resta di te, hai una sola scelta possibile fidarti di quello che accade e farlo accadere, lasciare che siano gli incontri per strada a guidarti.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><span style="color: #000000;">Parole di Lulù adesso è un appuntamento poco noto ma vivo, atteso, a dimostrazione del fatto che ci sono cose che possono essere fatte ed essere incisive anche senza casse di risonanza puntate ad altissimo volume e definizione. I progetti realizzati sono tanti e più disparati e toccano realtà grandi o piccolissime con la stessa identica dignità</span></div>
<p>Parole di Lulù adesso è un appuntamento poco noto ma vivo, atteso, a dimostrazione del fatto che ci sono cose che possono essere fatte ed essere incisive anche senza casse di risonanza puntate ad altissimo volume e definizione. I progetti realizzati sono tanti e più disparati e toccano realtà grandi o piccolissime con la stessa identica dignità. Una punta di rammarico resta nello sfogo di Fabi che sottolinea come questo sia un Paese dove fare beneficenza (autentica aggiungo io) sia molto difficile e dove ci si trovi costretti a scontrarsi con limiti burocratici e umani che l’umanità finiscono col negarla. Il viaggio di Lulù ad ogni modo continua tutti gli anni e tutti i giorni attraverso&nbsp; la fondazione, a dare ragione a quel costruire che<em> è sapere rinunciare alla perfezione </em>o semplicemente non rinunciare alla forza che deriva dal saper essere fragili, senza vergogna e senza ostentazione e riuscire a farne concretezza.</p>
<p>Riguardo quelle immagini, proprio quelle, e mi convinco che non esiste nulla di più potente di quanto sta dietro ad occhi che hanno pianto, capaci di sorridere ancora. Meglio di prima.</p>
<p>&nbsp;<a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_1.jpg"><img class=" size-large wp-image-11663 alignnone" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_1-1024x512.jpg" alt="Parole di Lulù_1" width="980" height="490"></a></p>
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<p style="text-align: left;">&nbsp;<a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_3.jpg"><img class=" wp-image-11665 size-large alignnone" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_3-1024x512.jpg" alt="Parole di Lulù_3" width="980" height="490"></a></p>
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<h5><span style="text-decoration: underline; color: #000000;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="http://www.paroledilulu.it/fondazione/">www.<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">paroledilulu.it</span>/fondazione</a></span></h5>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone<br />
</span></a>Abracadalbero &#8211; Parole senza radici</h5>
<div id="attachment_10597" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="250" height="250"></a><p class="wp-caption-text">Dalila Sansone &#8211; Foto: Alessandro Schinco</p></div>
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<p><span style="color: #000000;">Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no.</span></p>
<p>Le parole non hanno radici come gli</p>
<p>alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto.<br />
Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione.<br />
Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile.</p>
<p>Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto.</p>
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		<title>Qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Nov 2018 10:54:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure. Rimmel. Di Dalila Sansone &#160; Non me lo avevano detto che avrei camminato per le strade del centro di notte, con l’odore di cucina impigliato tra i capelli, sotto il primo cielo d’estate, sulla corda immaginaria di un’equilibrista a cui ho rubato l’arte di stare sempre in bilico tra una vita presa di rincorsa e l’aver dimenticato come si declinano i verbi al futuro.&#160; Non me l’avevano detto che avrei camminato per le strade del centro di notte, ascoltando De Gregori nelle cuffiette dentro la stanchezza di un doppio lavoro per fingere di stare bene così. Non me l’avevano detto, quando cantavo Rimmel incastrata tra i sedili posteriori e quelli anteriori, accomodata alla meglio sullo spazio per il posacenere, dentro la vecchia Golf di mio padre, per stargli più vicina a mio padre. Conosco Rimmel a memoria, tutto l’album, pezzi di vetro e piccole mele della figlia di un dottore compresi, e il padrone di Pablo che non sembrava poi cattivo e mi chiedevo se potesse assomigliare a un qualche vecchio “padrone” di mio padre … tutto, parola per parola, anche se erano anni che non ci pensavo più. Ho cantato senza ascoltarmi la voce, cantato per istinto riflesso tutte le parole che sapevo da piccola: sono rimaste lì ancorate infondo a un pozzo che non vede secchi da troppo tempo. Chissà cosa pensavo da bambina di quel collo di pelliccia e del vento che ci passava sopra. Non lo sapevo che mi avrebbero dato della vincente ma uno zingaro sarebbe stato un trucco anche per me, che quella mattina mi sarei svegliata lucida nella luce viva del mattino a confondere i miei alibi e le ragioni di qualcun altro. Non lo sapevo ma conoscevo tutte le parole. Vorrei tenere ancora tra le mani quella vecchia musicassetta, la custodia rigida che iniziava a diventare opaca dove comparivano i primi graffi e la copertina di carta a righe, quel cammeo di donna un po’ sfocata che mi sembrava bellissima e così impossibile da arrivare: il tempo per i bambini è la somma di mille vite possibili e quindi non ne è nessuna. Quello che scopro di volere davvero è riprovare la sensazione di tenere in mano un oggetto sacro, un rettangolo di plastica col nastro avvolto dentro ed aver paura di sciuparlo, di vedere il nastro saltato e il terrore di sentire la voce che usciva dall’autoradio rovinata. Era l’unica che avevamo e tutto quello che sapevo era che non ce ne sarebbe stata un’altra. Era l’album preferito di mio padre, era un piccola cosa preziosa, più di qualunque altra abbia avuto tra le mani da grande e quando dopo l’autoradio è arrivato il mangianastri, a volte, l’andavo a prendere di nascosto e facevo divorare la cassetta dallo sportellino nero che l’accarezzava e scivolare quella linguetta nera tra le testine. Le so ancora tutte le parole, sono salite su da quel pozzo una per una: non stavano sparpagliate sul fondo, sono un grumo di cuore che è cresciuto tra i sedili della Golf, quando questo mio cuore era piccolo e doveva solo diventare più grande. Vorrei provare la stessa convinzione ostinata di sacralità da conferire ad un oggetto che avevo allora e che non ha niente di materiale o utilitaristico, da amare in modo viscerale e non razionale, perché è qualcun altro che lo ama, perché è qualcuno o qualcosa che ti evoca, perché è qualcuno che te lo insegna. Ricordarlo o poterlo ancora tenere tra le mani come un amuleto a cospetto del quale niente e nessuno possono nulla. Non serve la tecnologia, nemmeno la grafica o immagini confezionate che divorano la fantasia, o la certezza non consolatoria di riprodurre tutto sempre e all’infinito; serve una piccola musicassetta dimenticata chissà dove, che a solo pensarla mi fa sentire me com’ero poco meno di trent’anni fa o riporta la bambina dentro questo corpo di donna che non somiglia per niente alla ragazza della copertina. Però i quattro assi ce li ho, ho i miei, sono di un colore solo e sono rimasti buoni amici, ho avuto il mio futuro ingombrante e l’ho stracciato con la fantasia e nel destino non ci ho mai creduto. Ho imparato invece che capita che le cose tramino contro di te perché in un preciso istante, tu creda e sappia che la magia esiste, ed è talmente silenziosa, talmente discreta nel suo insinuarsi dentro la vita che devi dirle si e darle tutto quello che hai, se non vuoi che si dissolva illudendoti di non essere mai esistita. L’ho saputo senza capirlo dentro la Golf, imparando a memoria parole che non potevo comprendere ma non hanno mai stupito la mia ingenuità di allora e infatti se ne stanno ancora qui, pause comprese. Non me lo avevano detto che avrei camminato stanca per le strade del centro, facendo scivolare gli occhi dalle pietre su per i campanili, fino al cielo blu d’estate, qui lontana da casa, in una città delle tante che non mi sono appartenute, per ripulirli e rendere più nitide queste fessure che ti separano da un fuori che vuoi poter portare dentro, che sono sempre state grandi ma mai abbastanza per contenere tutto il mondo che vorrebbe starci dentro. Sto sempre attenta a non uscire di casa senza rimmel, adesso so che è tutto quello che ho di me. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Dalila Sansone Abracadalbero &#8211; Parole senza radici Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no. Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto. Le parole sono piuttosto semi, di quelli fatti per essere sparsi dal vento, e le radici ce le hanno dentro, in embrione. Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile. Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto. E&#8217; il contrasto che da evidenza alle cose. [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure.</strong></h1>
<p><strong>Rimmel.</strong></p>
<h1 style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/rimmel-front.jpg"><img class="alignnone wp-image-11597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/rimmel-front.jpg" alt="rimmel-front" width="600" height="575"></a><br />
</strong></h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">
Di D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong>&nbsp;</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">Non me lo avevano detto che avrei camminato per le strade del centro di notte, con l’odore di cucina impigliato tra i capelli, sotto il primo cielo d’estate, sulla corda immaginaria di un’equilibrista a cui ho rubato l’arte di stare sempre in bilico tra una vita presa di rincorsa e l’aver dimenticato come si declinano i verbi al futuro.&nbsp; Non me l’avevano detto che avrei camminato per le strade del centro di notte, ascoltando De Gregori nelle cuffiette dentro la stanchezza di un doppio lavoro per fingere di stare bene così. Non me l’avevano detto, quando cantavo Rimmel incastrata tra i sedili posteriori e quelli anteriori, accomodata alla meglio sullo spazio per il posacenere, dentro la vecchia Golf di mio padre, per stargli più vicina a mio padre. Conosco Rimmel a memoria, tutto l’album, pezzi di vetro e piccole mele della figlia di un dottore compresi, e il padrone di Pablo che non sembrava poi cattivo e mi chiedevo se potesse assomigliare a un qualche vecchio “padrone” di mio padre … tutto, parola per parola, anche se erano anni che non ci pensavo più. Ho cantato senza ascoltarmi la voce, cantato per istinto riflesso tutte le parole che sapevo da piccola: sono rimaste lì ancorate infondo a un pozzo che non vede secchi da troppo tempo. Chissà cosa pensavo da bambina di quel collo di pelliccia e del vento che ci passava sopra. Non lo sapevo che mi avrebbero dato della vincente ma uno zingaro sarebbe stato un trucco anche per me, che quella mattina mi sarei svegliata lucida nella luce viva del mattino a confondere i miei alibi e le ragioni di qualcun altro. Non lo sapevo ma conoscevo tutte le parole.</p>
<p style="text-align: left;">Vorrei tenere ancora tra le mani quella vecchia musicassetta, la custodia rigida che iniziava a diventare opaca dove comparivano i primi graffi e la copertina di carta a righe, quel cammeo di donna un po’ sfocata che mi sembrava bellissima e così impossibile da arrivare: il tempo per i bambini è la somma di mille vite possibili e quindi non ne è nessuna.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><span style="color: #000000;">Quello che scopro di volere davvero è riprovare la sensazione di tenere in mano un oggetto sacro, un rettangolo di plastica col nastro avvolto dentro ed aver paura di sciuparlo, di vedere il nastro saltato e il terrore di sentire la voce che usciva dall’autoradio rovinata. Era l’unica che avevamo e tutto quello che sapevo era che non ce ne sarebbe stata un’altra</span></div>
<p>Quello che scopro di volere davvero è riprovare la sensazione di tenere in mano un oggetto sacro, un rettangolo di plastica col nastro avvolto dentro ed aver paura di sciuparlo, di vedere il nastro saltato e il terrore di sentire la voce che usciva dall’autoradio rovinata. Era l’unica che avevamo e tutto quello che sapevo era che non ce ne sarebbe stata un’altra<strong>.</strong> Era l’album preferito di mio padre, era un piccola cosa preziosa, più di qualunque altra abbia avuto tra le mani da grande e quando dopo l’autoradio è arrivato il mangianastri, a volte, l’andavo a prendere di nascosto e facevo divorare la cassetta dallo sportellino nero che l’accarezzava e scivolare quella linguetta nera tra le testine. Le so ancora tutte le parole, sono salite su da quel pozzo una per una: non stavano sparpagliate sul fondo, sono un grumo di cuore che è cresciuto tra i sedili della Golf, quando questo mio cuore era piccolo e doveva solo diventare più grande.</p>
<p style="text-align: left;">Vorrei provare la stessa convinzione ostinata di sacralità da conferire ad un oggetto che avevo allora e che non ha niente di materiale o utilitaristico, da amare in modo viscerale e non razionale, perché è qualcun altro che lo ama, perché è qualcuno o qualcosa che ti evoca, perché è qualcuno che te lo insegna<strong>.</strong> Ricordarlo o poterlo ancora tenere tra le mani come un amuleto a cospetto del quale niente e nessuno possono nulla. Non serve la tecnologia, nemmeno la grafica o immagini confezionate che divorano la fantasia, o la certezza non consolatoria di riprodurre tutto sempre e all’infinito; serve una piccola musicassetta dimenticata chissà dove, che a solo pensarla mi fa sentire me com’ero poco meno di trent’anni fa o riporta la bambina dentro questo corpo di donna che non somiglia per niente alla ragazza della copertina. Però i quattro assi ce li ho, ho i miei, sono di un colore solo e sono rimasti buoni amici, ho avuto il mio futuro ingombrante e l’ho stracciato con la fantasia e nel destino non ci ho mai creduto. Ho imparato invece che capita che le cose tramino contro di te perché in un preciso istante, tu creda e sappia che la magia esiste, ed è talmente silenziosa, talmente discreta nel suo insinuarsi dentro la vita che devi dirle si e darle tutto quello che hai, se non vuoi che si dissolva illudendoti di non essere mai esistita. L’ho saputo senza capirlo dentro la Golf, imparando a memoria parole che non potevo comprendere ma non hanno mai stupito la mia ingenuità di allora e infatti se ne stanno ancora qui, pause comprese.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><span style="color: #000000;">Vorrei provare la stessa convinzione ostinata di sacralità da conferire ad un oggetto che avevo allora e che non ha niente di materiale o utilitaristico, da amare in modo viscerale e non razionale, perché è qualcun altro che lo ama, perché è qualcuno o qualcosa che ti evoca, perché è qualcuno che te lo insegna.&nbsp;Ricordarlo o poterlo ancora tenere tra le mani come un amuleto a cospetto del quale niente e nessuno possono nulla</span></div>
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<p style="text-align: left;">Non me lo avevano detto che avrei camminato stanca per le strade del centro, facendo scivolare gli occhi dalle pietre su per i campanili, fino al cielo blu d’estate, qui lontana da casa, in una città delle tante che non mi sono appartenute, per ripulirli e rendere più nitide queste fessure che ti separano da un fuori che vuoi poter portare dentro, che sono sempre state grandi ma mai abbastanza per contenere tutto il mondo che vorrebbe starci dentro.</p>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone<br />
</span></a>Abracadalbero &#8211; Parole senza radici</h5>
<div id="attachment_10597" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="250" height="250"></a><p class="wp-caption-text">Dalila Sansone &#8211; Foto: Alessandro Schinco</p></div>
<p><span style="color: #000000;">Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no.</span></p>
<p>Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto.<br />
Le parole sono piuttosto semi, di quelli fatti per essere sparsi dal vento, e le radici ce le hanno dentro, in embrione.<br />
Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile.</p>
<p>Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto. E&#8217; il contrasto che da evidenza alle cose.</p>
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