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	<title>segni concreti &#187; #ConcretaMente</title>
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		<title>Giulio &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 21:18:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Giulio Di Dalila Sansone &#160;  “sfidare lo stato di emergenza e gli appelli alla stabilità e alla pace sociale giustificati dalla “guerra al terrorismo”, significa oggi, pur se indirettamente, mettere in discussione alla base la retorica su cui il regime (di Al-Sisi ndr) giustifica la sua stessa esistenza e la repressione della società civile” Giulio Regeni Parto da qui, dalle ultime righe di un articolo di Giulio, un articolo in cui riferiva del clima durante una riunione dei sindacati indipendenti nell’Egitto dell’ex generale Al-Sisi. Una dittatura. Militare. Parto da qui, perché ricordo perfettamente una delle prime interviste rilasciate da Paola Defendi, sua madre, immediatamente dopo il ritrovamento del corpo di Giulio.Diceva che Giulio credeva di poter migliorare la vita delle persone, nel ruolo della ricerca come strumento di emancipazione dell’uomo e della donna. Non entrerò nel merito della questione giudiziaria perché dovrebbe bastare il fatto elementare che un giovane uomo, libero e assetato di verità e giustizia sia stato rapito, torturato e ucciso, per chiudere i termini della questione e suscitare indignazione. Dovrebbe bastare sapere che a tre anni dalla scomparsa di Giulio non ci sono colpevoli e non ci sono state azioni significative e volontà politica di ammettere la verità e la verità è atroce. La verità è che i poteri forti si sono costruiti e vivono dentro l’agghiacciante convinzione di poter plasmare le società degli uomini a propria immagine e somiglianza: si esegue, non si discute, si annienta qualsiasi volontà che non risponda al riflesso dell’autorità. Mi fermo. Le connivenze, gli occultamenti e la vigliaccheria piegati agli interessi (commerciali, economici, politici) sono noti a tutti e se non lo fossero, per rispetto della memoria di Giulio, che lo siano: le possibilità di informarsi non mancano e nessun alibi o presunzione di assoluzione tengono in questa triste storia. La morte di Giulio e soprattutto la farsa delle indagini, l’imbellettamento ipocrita delle autorità di controparte che sanno di non esercitare nessun potere per fare giustizia, pongono una questione che coinvolge tutti, nessuno escluso. Che cosa abbiamo da dire adesso sulle nostre belle società occidentali, fondate sul diritto? Sul principio per cui la legge, gli stati sociali rappresenterebbero un consorzio solidale ad argine dell’abominio cui ha dimostrato di sapersi spingere l’uomo sull’uomo? Non basta l’idea della tortura a far saltare in piedi chiunque, a far rabbrividire la pelle e chiedere giustizia? Che Paese è quello che non pretende (realmente e ostinatamente) chiarezza su quanto accaduto? Che Paese è quello che sacrifica il dolore di una famiglia, foss’anche di un solo essere umano, in nome della ragione di stato (occulta) e quella ragione nemmeno la ammette a sé stesso? Di stato? O di alcuni? … quegli alcuni che sul piatto della bilancia pesano più dello strazio davanti alla morte violenta? La giustizia non è mero regolamento di conti; la giustizia è lo strumento più nobile a garanzia della convivenza civile. Quasi mai ripara il torto subito, e non restituisce un figlio alla sua famiglia, un cittadino al suo Paese, un uomo alla vita ma è un marchio, un marchio indelebile a certificare che l’errore deve essere punito, che la colpa è inammissibile. Ai responsabili non si chiede semplicemente di pagare: il riconoscimento della colpa equivale ad affermare la pubblica riprovazione, a rinnovare un patto sociale, un’alleanza di umanità. Non si tratta di una morte e basta. Tre anni fa hanno vinto la repressione, il senso di onnipotenza, la bestialità. No, bestialità è sbagliato, nessun essere animale uccide un suo simile volontariamente, meno che mai lo tortura dimostrando di non riconoscere nell’altro un proprio simile. E’ un male dilagante, l’uomo smette di appartenere se non si riconosce nell’altro, l’uomo diventa nulla se non prova pietà. E’ amnesia collettiva trascurare questa verità, colpa dimenticarla.  2500 anni fa Sofocle metteva in scena l’Antigone: la giovane figlia di Edipo sfidava le leggi dello stato per rendere gli onori funebri al fratello Polinice. Per dare esempio alla città, il tiranno Creonte ne aveva impedito la sepoltura, rito sacro agli dèi, perchè tutti sapessero a quale empia fine sarebbero stati destinati se avessero osato sfidarlo. Antigone ricopre il cadavere del fratello scavando la terra a mani nude e non si piega alla volontà di un uomo (leggi della tracotanza del potere), né si lascia contagiare dal timore degli altri, lo fa rivendicando léggi non scritte, quelle divine (leggi dell’accezione più alta del termine umanità). A che fine è destinata questa umanità che non difende con le unghie e con i denti i suoi simili, se non si sente coinvolta nel chiedere giustizia, se si scopre incapace di provare pietà e dolore? Rileggete l’Antigone. Si. Siamo tutti coinvolti e nessuno si senta assolto dall’impegno di pretendere verità e giustizia. Sempre. A Giulio, per Giulio. 25/01/2016 – 25/01/2019 &#160; &#160; Dalila Sansone Abracadalbero &#8211; Parole senza radici &#160; Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no. Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto. Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione. Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile. Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto.   &#160; &#160; &#160;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>Giulio</h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">
Di D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone</span></a></pre>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong> </strong></span><em>“sfidare lo stato di emergenza e gli appelli alla stabilità e alla pace sociale giustificati dalla “guerra al terrorismo”, significa oggi, pur se indirettamente, mettere in discussione alla base la retorica su cui il regime (di Al-Sisi ndr) giustifica la sua stessa esistenza e la repressione della società civile”</em></p>
<p>Giulio Regeni</p>
<p>Parto da qui, dalle ultime righe di un articolo di Giulio, un articolo in cui riferiva del clima durante una riunione dei sindacati indipendenti nell’Egitto dell’ex generale Al-Sisi. Una dittatura. Militare.</p>
<p>Parto da qui, perché ricordo perfettamente una delle prime interviste rilasciate da Paola Defendi, sua madre, immediatamente dopo il ritrovamento del corpo di Giulio.Diceva che Giulio credeva di poter migliorare la vita delle persone, nel ruolo della ricerca come strumento di emancipazione dell’uomo e della donna.</p>
<p>Non entrerò nel merito della questione giudiziaria perché dovrebbe bastare il fatto elementare che un giovane uomo, libero e assetato di verità e giustizia sia stato rapito, torturato e ucciso, per chiudere i termini della questione e suscitare indignazione. Dovrebbe bastare sapere che a tre anni dalla scomparsa di Giulio non ci sono colpevoli e non ci sono state azioni significative e volontà politica di ammettere la verità e la verità è atroce. La verità è che i poteri forti si sono costruiti e vivono dentro l’agghiacciante convinzione di poter plasmare le società degli uomini a propria immagine e somiglianza: si esegue, non si discute, si annienta qualsiasi volontà che non risponda al riflesso dell’autorità.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">La verità è che i poteri forti si sono costruiti e vivono dentro l’agghiacciante convinzione di poter plasmare le società degli uomini a propria immagine e somiglianza: si esegue, non si discute, si annienta qualsiasi volontà che non risponda al riflesso dell’autorità</div>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/01/egitto-ucciso.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-12375" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/01/egitto-ucciso-236x300.png" alt="egitto-ucciso" width="236" height="300" /></a>Mi fermo. Le connivenze, gli occultamenti e la vigliaccheria piegati agli interessi (commerciali, economici, politici) sono noti a tutti e se non lo fossero, per rispetto della memoria di Giulio, che lo siano: le possibilità di informarsi non mancano e nessun alibi o presunzione di assoluzione tengono in questa triste storia.</p>
<p>La morte di Giulio e soprattutto la farsa delle indagini, l’imbellettamento ipocrita delle autorità di controparte che sanno di non esercitare nessun potere per fare giustizia, pongono una questione che coinvolge tutti, nessuno escluso. Che cosa abbiamo da dire adesso sulle nostre belle società occidentali, fondate sul diritto? Sul principio per cui la legge, gli stati sociali rappresenterebbero un consorzio solidale ad argine dell’abominio cui ha dimostrato di sapersi spingere l’uomo sull’uomo? Non basta l’idea della tortura a far saltare in piedi chiunque, a far rabbrividire la pelle e chiedere giustizia?
<div class="shortcode-block-quote-center" style="color:#999999">Che cosa abbiamo da dire adesso sulle nostre belle società occidentali, fondate sul diritto? Sul principio per cui la legge, gli stati sociali rappresenterebbero un consorzio solidale ad argine dell’abominio cui ha dimostrato di sapersi spingere l’uomo sull’uomo? Non basta l’idea della tortura a far saltare in piedi chiunque, a far rabbrividire la pelle e chiedere giustizia?</div>
<p>Che Paese è quello che non pretende (realmente e ostinatamente) chiarezza su quanto accaduto? Che Paese è quello che sacrifica il dolore di una famiglia, foss’anche di un solo essere umano, in nome della ragione di stato (occulta) e quella ragione nemmeno la ammette a sé stesso? Di stato? O di alcuni? … quegli alcuni che sul piatto della bilancia pesano più dello strazio davanti alla morte violenta?</p>
<p>La giustizia non è mero regolamento di conti; la giustizia è lo strumento più nobile a garanzia della convivenza civile. Quasi mai ripara il torto subito, e non restituisce un figlio alla sua famiglia, un cittadino al suo Paese, un uomo alla vita ma è un marchio, un marchio indelebile a certificare che l’errore deve essere punito, che la colpa è inammissibile. Ai responsabili non si chiede semplicemente di pagare: il riconoscimento della colpa equivale ad affermare la pubblica riprovazione, a rinnovare un patto sociale, un’alleanza di umanità.</p>
<p>Non si tratta di una morte e basta. Tre anni fa hanno vinto la repressione, il senso di onnipotenza, la bestialità.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Non si tratta di una morte e basta. Tre anni fa hanno vinto la repressione, il senso di onnipotenza, la bestialità. No, bestialità è sbagliato, nessun essere animale uccide un suo simile volontariamente, meno che mai lo tortura dimostrando di non riconoscere nell’altro un proprio simile.</div>
<p> No, bestialità è sbagliato, nessun essere animale uccide un suo simile volontariamente, meno che mai lo tortura dimostrando di non riconoscere nell’altro un proprio simile.<br />
E’ un male dilagante, l’uomo smette di <em>appartenere</em> se non si riconosce nell’altro, l’uomo diventa nulla se non prova pietà. E’ amnesia collettiva trascurare questa verità, colpa dimenticarla.</p>
<p style="text-align: left;"> 2500 anni fa Sofocle metteva in scena l’Antigone: la giovane figlia di Edipo sfidava le leggi dello stato per rendere gli onori funebri al fratello Polinice. Per dare esempio alla città, il tiranno Creonte ne aveva impedito la sepoltura, rito sacro agli dèi, perchè tutti sapessero a quale empia fine sarebbero stati destinati se avessero osato sfidarlo.</p>
<p>Antigone ricopre il cadavere del fratello scavando la terra a mani nude e non si piega alla volontà di un uomo (leggi della tracotanza del potere), né si lascia contagiare dal timore degli altri, lo fa rivendicando l<img class="alignright size-medium wp-image-12366" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/01/Giulio-Regeni_3-241x300.jpg" alt="Giulio Regeni_Biani" width="241" height="300" />éggi non scritte, quelle divine (leggi dell’accezione più alta del termine umanità).</p>
<p>A che fine è destinata questa umanità che non difende con le unghie e con i denti i suoi simili, se non si sente coinvolta nel chiedere giustizia, se si scopre incapace di provare pietà e dolore?</p>
<p>Rileggete l’Antigone.</p>
<p>Si. Siamo tutti coinvolti e nessuno si senta assolto dall’impegno di pretendere verità e giustizia. Sempre.</p>
<p>A Giulio, per Giulio.</p>
<p>25/01/2016 – 25/01/2019</p>
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<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/01/Giulio-Regeni_1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-12376" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/01/Giulio-Regeni_1-300x212.jpg" alt="Giulio Regeni_1" width="300" height="212" /></a></p>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone<br />
</span></a>Abracadalbero &#8211; Parole senza radici</h5>
<div id="attachment_10597" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="250" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Dalila Sansone &#8211; Foto: Alessandro Schinco</p></div>
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<p><span style="color: #000000;">Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no.</span></p>
<p>Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto.</p>
<p>Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione.<br />
Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile.</p>
<p>Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto.</p>
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		<title>Las inflexiones del amor y el desamor: sus correlatos neurobiológicos &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Dec 2018 03:23:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Segni Concreti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Las inflexiones del amor y el desamor: sus correlatos neurobiológicos De Marucela Juana Uscamayta Ayvar &#160; Como diría un tema musical popular en Perú, “que levante la mano quien no sufrió por amor”, o la famosa cantante Amy Winehouse “el amor es un juego perdido, más de lo que pude soportar” y como diría cualquier persona con muchos años de experiencia viviendo en este mundo y que en algún momento se arriesgó a amar “no has vivido si no amaste y sufriste por amor”. Todos en algún momento de nuestras vidas hemos experimentado el desamor, la traición, o el rechazo de alguien más; no conozco a nadie, hasta este momento, quien haya tenido estas experiencias, que haya salido fácilmente y rápido de esta ola de emociones y sentimientos tan intensamente dolorosos. Según la Antropóloga Helen Fisher de la Universidad de Rutgers en EE.UU., el amor romántico no es solo una adicción muy fuerte, sino un deseo universal. Casi el 100 por ciento de todos los humanos han experimentado el amor romántico en algún momento, lo cual no se aplica necesariamente a otras adicciones, como el abuso de sustancias, el alcoholismo o la ludopatía. El amor romántico, en su máxima expresión, es una maravillosa adicción, no obstante, en el peor de los casos, conduce a la ansiedad, la depresión, al suicidio e incluso al asesinato. Estudios de escaneo cerebral, usando resonancia magnética funcional, muestran activación cerebral en las mismas regiones tanto cuando una persona está enamorada, como cuando es adicta a alguna droga, estas regiones incluyen el área tegmental ventral (VTA por sus siglas en inglés), que proyecta conexiones neuronales hacia otras áreas implicadas en el proceso, como el núcleo accumbens, el cuerpo estriado, la corteza cingulada anterior, el hipocampo, la amígdala y la corteza prefrontal. La dopamina es el neurotransmisor que media en la comunicación entre el VTA y el resto de las áreas. Las personas enamoradas también muestran actividad en el núcleo caudado, una antigua región del cerebro que ayuda a integrar nuestros pensamientos y sentimientos. Nuestra conducta está determinada esencialmente por las estructuras corticales y el sistema límbico; las primeras nos empujan hacia comportamientos más racionales, mientras que la segunda lo hace hacia los más instintivos, los de sobrevivencia (comer, reproducirnos, etc.). Al realizarse esas conductas, se segrega en el cerebro especialmente dopamina que provoca la sensación de placer, gracias a lo cual dirigimos nuestra conducta hacia la consecución del placer. Por lo tanto, la dopamina es la clave. Este neurotransmisor es el componente central del sistema de recompensa del cerebro. &#160; Gracias a este mecanismo, nuestro cerebro busca recompensas: el orgasmo, el chocolate, un buen vino, escuchar música, jugar, bailar, y hasta recibir likes en el Facebook, etc. Se activan señales neuronales que convergen en ese pequeño grupo de áreas cerebrales interconectadas: el núcleo accumbens, el VTA, la corteza prefrontal; este pequeño grupo de neuronas conforman la vía mesolímbica o circuito de recompensa, y es donde los humanos experimentamos en primera instancia el placer. Este mecanismo determina en muchas maneras nuestra conducta; para poder sobrevivir y reproducirnos, debemos sentir alguna recompensa al realizar actividades básicas como comer, beber o copular. Como dice Rafael Maldonado, Neurobiólogo, Neurocientífico del comportamiento de la Universidad Pompeu Fabra de Barcelona, “El placer es un motivador esencial para el aprendizaje de determinados comportamientos esenciales para la supervivencia”. Lo mismo ocurre con los animales. Se han llevado a cabo experimentos con ratas para saber más sobre ese circuito de recompensa. Los roedores son capaces de atravesar un espacio recubierto con alambres que les dan descargas eléctricas con tal de llegar hasta una palanca y suministrarse altas dosis de placer. De acuerdo con David Linden, Neurocientífico de la Facultad de Medicina de la&#160;Universidad Johns Hopkins, el ser humano comparte con el resto de los mamíferos estos circuitos consagrados al hedonismo. No obstante, somos algo más complejos, puesto que en nuestro caso se entremezclan con otras regiones cerebrales implicadas en la toma de decisiones, la planificación, las emociones, la memoria. Y justamente lo que otorga tanta fuerza al circuito de recompensa de nuestro cerebro, es el hecho de que mediante la interconexión de este circuito con otras áreas del cerebro sumamos a lo placentero, recuerdos, asociaciones, emociones, significado social. Es así, que cuando hablamos específicamente del consumo de drogas dopaminérgicas, estas activan el circuito de recompensa causando un fuerte aumento en la liberación de dopamina. A nivel del receptor, estos aumentos provocan una señal de recompensa que desencadena el aprendizaje asociativo o condicionamiento. En este tipo de aprendizaje Pavloviano, las repetidas experiencias de recompensa son asociadas con los estímulos ambientales que las preceden y rodean. Con la exposición repetida a la misma recompensa, las células no solo disparan dopamina en respuesta a la propia recompensa, sino también, disparan una respuesta anticipada a los estímulos condicionados &#8220;las señales&#8221; que logran, reiteramos, anticipar el suministro de la recompensa. Este proceso implica los mismos mecanismos moleculares que fortalecen las conexiones sinápticas durante la formación del aprendizaje y la memoria. De esta manera, los estímulos ambientales o datos sensoriales externos que están vinculados en varias ocasiones con el uso de drogas &#8220;las señales&#8221; – el lugar o lugares donde se ha consumido la droga (lo que observamos, olemos, oímos), personas con las que se ha consumido; y estímulos internos como el estado mental antes del consumo – pueden llegar a provocar una respuesta condicionada con oleadas rápidas de liberación de dopamina que desencadenan ansia por la droga que motivan conductas de búsqueda de la droga. Finalmente, relacionamos un valor placentero con la experiencia, de manera que en el futuro podemos decidir el esfuerzo y el riesgo que estamos dispuestos a asumir para volver a obtener el placer. Como es evidente, en este proceso, la dopamina desempeña un papel esencial. Se libera en las estructuras anteriores del sistema límbico y lo que hace es anticiparnos que se va a producir el placer. Es como si nos alertara y nos preparara para ello. La liberación de esta sustancia pone en marcha una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.segniconcreti.org/las-inflexiones-del-amor-y-el-desamor-concretamente/">Las inflexiones del amor y el desamor: sus correlatos neurobiológicos &#8211; #ConcretaMente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.segniconcreti.org">segni concreti</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>Las inflexiones del amor y el desamor: sus correlatos neurobiológicos</h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/marucelajuana"><span style="color: #000000;">
De Mar<span style="color: #ff0000;">u</span>cela Juana Uscamayta Ayvar</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong>&nbsp;</strong></span></p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">&#8220;que levante la mano quien no sufrió por amor&#8221;</div>
<p>Como diría un tema musical popular en Perú, “que levante la mano quien no sufrió por amor”, o la famosa cantante Amy Winehouse “el amor es un juego perdido, más de lo que pude soportar” y como diría cualquier persona con muchos años de experiencia viviendo en este mundo y que en algún momento se arriesgó a amar “no has vivido si no amaste y sufriste por amor”. Todos en algún momento de nuestras vidas hemos experimentado el desamor, la traición, o el rechazo de alguien más; no conozco a nadie, hasta este momento, quien haya tenido estas experiencias, que haya salido fácilmente y rápido de esta ola de emociones y sentimientos tan intensamente dolorosos.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">el amor romántico no es solo una adicción muy fuerte, sino un deseo universal</div>
<p>Según la Antropóloga <span style="color: #000000;">Helen Fisher</span> de la Universidad de Rutgers en EE.UU., el amor romántico no es solo una adicción muy fuerte, sino un deseo universal. Casi el 100 por ciento de todos los humanos han experimentado el amor romántico en algún momento, lo cual no se aplica necesariamente a otras adicciones, como el abuso de sustancias, el alcoholismo o la ludopatía. El amor romántico, en su máxima expresión, es una maravillosa adicción, no obstante, en el peor de los casos, conduce a la ansiedad, la depresión, al suicidio e incluso al asesinato. Estudios de escaneo cerebral, usando resonancia magnética funcional, muestran activación cerebral en las mismas regiones tanto cuando una persona está enamorada, como cuando es adicta a alguna droga, estas regiones incluyen el área tegmental ventral (VTA por sus siglas en inglés), que proyecta conexiones neuronales hacia otras áreas implicadas en el proceso, como el núcleo accumbens, el cuerpo estriado, la corteza cingulada anterior, el hipocampo, la amígdala y la corteza prefrontal. La dopamina es el neurotransmisor que media en la comunicación entre el VTA y el resto de las áreas. Las personas enamoradas también muestran actividad en el núcleo caudado, una antigua región del cerebro que ayuda a integrar nuestros pensamientos y sentimientos.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Nuestra conducta está determinada esencialmente por las estructuras corticales y el sistema límbico; las primeras nos empujan hacia comportamientos más racionales, mientras que la segunda lo hace hacia los más instintivos, los de sobrevivencia </div>
<p>Nuestra conducta está determinada esencialmente por las estructuras corticales y el sistema límbico; las primeras nos empujan hacia comportamientos más racionales, mientras que la segunda lo hace hacia los más instintivos, los de sobrevivencia (comer, reproducirnos, etc.). Al realizarse esas conductas, se segrega en el cerebro especialmente dopamina que provoca la sensación de placer, gracias a lo cual dirigimos nuestra conducta hacia la consecución del placer. Por lo tanto, la dopamina es la clave. Este neurotransmisor es el componente central del sistema de recompensa del cerebro.</p>
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<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Circuito-de-Recompensa.png"><img class="alignleft wp-image-11995" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Circuito-de-Recompensa-1024x547.png" alt="Circuito de Recompensa" width="300" height="160"></a>Gracias a este mecanismo, nuestro cerebro busca recompensas: el orgasmo, el chocolate, un buen vino, escuchar música, jugar, bailar, y hasta recibir likes en el Facebook, etc. Se activan señales neuronales que convergen en ese pequeño grupo de áreas cerebrales interconectadas: el núcleo accumbens, el VTA, la corteza prefrontal; este pequeño grupo de neuronas conforman la vía mesolímbica o circuito de recompensa, y es donde los humanos experimentamos en primera instancia el placer. Este mecanismo determina en muchas maneras nuestra conducta; para poder sobrevivir y reproducirnos, debemos sentir alguna recompensa al realizar actividades básicas como comer, beber o copular. Como dice <span style="color: #000000;">Rafael Maldonado</span>, Neurobiólogo, Neurocientífico del comportamiento de la Universidad Pompeu Fabra de Barcelona, “El placer es un motivador esencial para el aprendizaje de determinados comportamientos esenciales para la supervivencia”.</p>
<p>Lo mismo ocurre con los animales. Se han llevado a cabo experimentos con ratas para saber más sobre ese circuito de recompensa. Los roedores son capaces de atravesar un espacio recubierto con alambres que les dan descargas eléctricas con tal de llegar hasta una palanca y suministrarse altas dosis de placer. De acuerdo con <span style="color: #000000;">David Linden</span>, Neurocientífico de la Facultad de Medicina de la&nbsp;Universidad Johns Hopkins, el ser humano comparte con el resto de los mamíferos estos circuitos consagrados al hedonismo. No obstante, somos algo más complejos, puesto que en nuestro caso se entremezclan con otras regiones cerebrales implicadas en la toma de decisiones, la planificación, las emociones, la memoria. Y justamente lo que otorga tanta fuerza al circuito de recompensa de nuestro cerebro, es el hecho de que mediante la interconexión de este circuito con otras áreas del cerebro sumamos a lo placentero, recuerdos, asociaciones, emociones, significado social.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">En este tipo de aprendizaje Pavloviano, las repetidas experiencias de recompensa son asociadas con los estímulos ambientales que las preceden y rodean</div>
<p>Es así, que cuando hablamos específicamente del consumo de drogas dopaminérgicas, estas activan el circuito de recompensa causando un fuerte aumento en la liberación de dopamina. A nivel del receptor, estos aumentos provocan una señal de recompensa que desencadena el aprendizaje asociativo o condicionamiento. En este tipo de aprendizaje Pavloviano, las repetidas experiencias de recompensa son asociadas con los estímulos ambientales que las preceden y rodean. Con la exposición repetida a la misma recompensa, las células no solo disparan dopamina en respuesta a la propia recompensa, sino también, disparan una respuesta anticipada a los estímulos condicionados &#8220;las señales&#8221; que logran, reiteramos, anticipar el suministro de la recompensa. Este proceso implica los mismos mecanismos moleculares que fortalecen las conexiones sinápticas durante la formación del aprendizaje y la memoria. De esta manera, los estímulos ambientales o datos sensoriales externos que están vinculados en varias ocasiones con el uso de drogas &#8220;las señales&#8221; – el lugar o lugares donde se ha consumido la droga (lo que observamos, olemos, oímos), personas con las que se ha consumido; y estímulos internos como el estado mental antes del consumo – pueden llegar a provocar una respuesta condicionada con oleadas rápidas de liberación de dopamina que desencadenan ansia por la droga que motivan conductas de búsqueda de la droga. Finalmente, relacionamos un valor placentero con la experiencia, de manera que en el futuro podemos decidir el esfuerzo y el riesgo que estamos dispuestos a asumir para volver a obtener el placer.</p>
<p>Como es evidente, en este proceso, la dopamina desempeña un papel esencial. Se libera en las estructuras anteriores del sistema límbico y lo que hace es anticiparnos que se va a producir el placer. Es como si nos alertara y nos preparara para ello. La liberación de esta sustancia pone en marcha una serie de cambios en el cerebro, así como la cascada química de neurotransmisores, opiáceos endógenos (endorfinas, encefalinas y dinorfinas), que finalmente nos generan la sensación placentera.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">“Las tres situaciones naturales que nos activan el botón del placer son el sexo, la comida y las relaciones sociales”</div>
<p>Según <span style="color: #000000;">Rafael Maldonado</span>, “Las tres situaciones naturales que nos activan el botón del placer son el sexo, la comida y las relaciones sociales”. Este circuito de recompensa, basado en buena medida en la dopamina y refinado a lo largo de miles de años de evolución, puede también activarse con acciones como el deporte o la meditación, y evidentemente también con sustancias psicoactivas.</p>
<p>Otra variable a tomar en cuenta es la atracción sexual, que en las relaciones humanas es muy poderosa, tanto que es capaz de hacernos perder la cabeza. Para Helen Fisher, la atracción, precursora mamífera del amor romántico, evolucionó para permitir que los individuos busquen a la pareja predilecta o preferida sin gastar energía y tiempo en el cortejo. Lo mismo ocurrió con el gusto por el sexo. Venimos de fábrica con un poderoso apetito sexual que nos impulsa a buscar pareja. A diferencia del resto de los mamíferos, no sólo mantenemos relaciones sexuales cuando estamos en celo, durante los periodos fértiles.</p>
<p>Cuando se está enamorado, igual que cuando se es adicto, como es predecible, se activa el circuito del placer, segregando grandes cantidades de dopamina y también norepinefrina, que está muy relacionada con el insomnio, la pérdida de apetito, temblores, taquicardia, ansiedad y miedo, algunas de las respuestas físicas típicas de esta etapa. Y serotonina, otra sustancia involucrada en la neurobiología del amor romántico. En la fase erótico-sexual, la testosterona y los estrógenos incitan la libido. Es el momento de la intensa atracción sexual. A esta fase inicial, le sigue la de fijar la preferencia de pareja; es entonces cuando se inician el amor romántico y la pasión.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Este cóctel de elementos químicos puede impedirnos pensar o trabajar adecuadamente y, en algunos casos extremos, ocasionar episodios de comportamiento obsesivo compulsivo</div>
<p>Este cóctel de elementos químicos puede impedirnos pensar o trabajar adecuadamente y, en algunos casos extremos, ocasionar episodios de comportamiento obsesivo compulsivo. Las personas enamoradas no piensan más que en el objeto de su amor, pierden el apetito y duermen menos. Es más, se ha visto que en esta fase se desactiva la corteza prefrontal, uno de los centros del cerebro encargados de discernir; también se desactivan las zonas implicadas en la cognición y el juicio social. Por consiguiente, cuando alguien que nos atrae o la persona a quien queremos nos toca, nuestro sistema límbico recibe una estimulación sensorial a la que asocia un valor positivo y una sensación placentera. Durante el orgasmo, se desactiva el cerebelo, encargado de la coordinación muscular, y es lógico, porque durante el clímax, nuestros movimientos corporales resultan incontrolables. El placer intenso y breve da paso a una sensación persistente de bienestar, que los expertos consideran básica. Y de ello es responsable la oxitocina, una hormona que también se halla detrás de los vínculos sociales.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Las personas enamoradas anhelan su droga, “el ser amado”; distorsionan la realidad, se tornan arriesgadas, hacen cosas peligrosas y, en ocasiones, inapropiadas, y piensan de manera obsesiva sobre su ser amado, el centro de su mundo</div>
<p>Los enamorados y los adictos quieren más. En el caso del amor romántico, no puedes esperar a ver a esa persona otra vez, te sientes mal si no te llama (una sensación parecida a la ansiedad de separación), el placer y la felicidad puede ser absoluta cuando logras tener a esa persona a tu lado. Las personas enamoradas anhelan su droga, “el ser amado”; distorsionan la realidad, se tornan arriesgadas, hacen cosas peligrosas y, en ocasiones, inapropiadas, y piensan de manera obsesiva sobre su ser amado, el centro de su mundo.</p>
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<p>Y <span style="color: #000000;"><strong>¿qué pasa con el desamor?</strong></span> cuando se es rechazado, traicionado o abandonado, desprenderse de semejante vínculo afectivo es casi una tarea titánica, el sufrimiento psicológico experimentado suele ser <a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/corazonycerebro.jpg"><img class="alignleft wp-image-11996" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/corazonycerebro.jpg" alt="corazonycerebro" width="300" height="242"></a>devastador para el cerebro. Este proceso es inequívocamente muy similar al síndrome de abstinencia que padecen los adictos, una suerte de caos neuroquímico del que no es fácil desprenderse. Además, se corre el riesgo de sufrir recaídas. Y es en este punto, en el que todos los lugares donde estuvieron juntos con el ser amado, los aromas, los sonidos, las imágenes, las personas, “cualquiera de las señales” gatillan una respuesta condicionada con intensas y rápidas oleadas de liberación de dopamina que desencadenan ansia por tener al ser amado cerca otra vez, lo cual motivan conductas de búsqueda de nuestra “droga”, entonces sentimos la necesidad de contactar, y hasta de suplicar su atención, y en el peor de los casos estaríamos hablando de una manifestación de un perfil caracterizado por la dependencia afectiva, donde el síndrome de la abstinencia emocional pone a dicha persona en un estado de vulnerabilidad absoluta y sufrimiento extremo.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">cuando se es rechazado, traicionado o abandonado, desprenderse de semejante vínculo afectivo es casi una tarea titánica, el sufrimiento psicológico experimentado suele ser devastador para el cerebro</div>
<p>Por otro lado, cuando se trata de una relación teñida por la violencia, a menudo la persona (especialmente la victima dentro de la relación violenta) no puede entender por qué insiste en continuar con la relación cuando ya no le parece sana ni agradable. Esto se debe, en gran parte, al deseo de escapar de la ansiedad y angustia que siente cuando está en ausencia de “su droga” (el ser amado). Sin embargo, aunque los efectos de corta acción del aumento de los niveles de dopamina provocada por la presencia del “ser amado”, alivian temporalmente esta ansiedad y angustia, el resultado de la exposición o exposiciones prolongadas es la profundización de la disforia durante la retirada, lo que produce un círculo vicioso en la relación.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">el sufrimiento persistente es común en personas con una baja autoestima</div>
<p>Es importante mencionar que la condición psicológica marcada por el sufrimiento persistente es común en personas con una baja autoestima y que se caracterizan por una alta dependencia emocional sobre la pareja, son incapaces de cumplir el “contacto cero”, siempre encontrarán una excusa para buscar, contactar, llamar; a su vez, los dependientes emocionales generalmente son incapaces de tolerar el dolor emocional, y su reacción común es buscar más oportunidades para conseguir su objeto de adicción.</p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Corazon-e-mente-herida.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11998" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Corazon-e-mente-herida.jpg" alt="Corazon e mente herida" width="222" height="227"></a>Por otro lado, los elementos genéticos son decisivos para entender las distintas susceptibilidades individuales a las adicciones en general, estas pueden afectar a las familias, pero también es cierto que una persona, aunque tenga la vulnerabilidad genética, no necesariamente se convertirá en adicto. Finalmente dependerá también de factores medioambientales.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">“Es mejor haber amado y perdido que jamás haber amado”</div>
<p>Para <span style="color: #000000;">Alfred Tennyson</span>, “Es mejor haber amado y perdido que jamás haber amado”. Con el ánimo de ayudar a transitar en las inflexiones de la complejidad del amor y el desamor, coincido con <span style="color: #000000;">Tennyson</span>, está bien lanzarse al vacío de las incertidumbres del amor, esto nos da la posibilidad de descubrirnos, de saber cuan adictos, dependientes y/o ignorantes emocionales somos y cuanto hemos permitido el desarrollo de nuestra corteza prefrontal, además de otros recursos &#8211; tomando en cuenta que somos seres integrales- para equilibrar las caídas y salir fortalecidos de las mismas.</p>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/marucelajuana"><span style="color: #000000;">De Mar<span style="color: #ff0000;">u</span>cela Juana Uscamayta Ayvar</span></a></h5>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Maru-_Cusco_V2.jpg"><img class="alignleft wp-image-11999" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/12/Maru-_Cusco_V2.jpg" alt="" width="230" height="212"></a>MSc. Marucela Juana Uscamayta Ayvar, Neuropsicóloga, Investigadora científica del Departamento de Neurología y Psiquiatría de la Escuela de Medicina de la Universidad de Texas Rio Grande Valley.</p>
<p>Nací en Cusco, Perú, estudié el pregrado en la Universidad Andina del Cusco y tuve el privilegio de estudiar la Maestría en la Universidad del Sur de Florida y en la Universidad de Harvard, en los Estados Unidos de Norteamérica, así como en la Universidad Peruana Cayetano Heredia.</p>
<p>Amo y respeto la naturaleza, amo a los perros y me llevo mejor con los gatos, practico el arte de la pintura, la música y el teatro y me fascina estudiar los misterios del funcionamiento del cerebro y la mente humana. Una de mis pasiones más grandes es el chocolate, que me recuerda a mi idioma materno, el Quechua, intenso, profundo y delicioso.</p>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.segniconcreti.org/las-inflexiones-del-amor-y-el-desamor-concretamente/">Las inflexiones del amor y el desamor: sus correlatos neurobiológicos &#8211; #ConcretaMente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.segniconcreti.org">segni concreti</a>.</p>
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		<title>Parole di Lulù &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Nov 2018 22:54:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Parole di Lulù Di Dalila Sansone &#160; Era tempo che volevo scrivere di “Parole di Lulù” ma non è facile perché, per definizione dello stesso Niccolò Fabi, Parole di Lulù è un sentimento e i sentimenti si raccontano male, a volte si ha la tentazione di credere possano essere vissuti e basta. Parole di Lulù è una fondazione creata nel 2010 dal cantautore romano e Shirin Amini che, attorno al 30 di Agosto di ogni anno, organizza un concerto evento itinerante per raccogliere fondi a supporto di progetti legati all’infanzia e per sostenere strutture che tutelano la salute dei bambini e l’organizzazione di attività ludiche ed educative che ne accompagnino la crescita. &#160;Una descrizione che la classifica tra le tante fondazioni o iniziative che, senza scopo di lucro, operano per supplire a quello che spesso manca o è troppo carente. Tutto riduttivo. Corretto, sintetico ma del tutto insufficiente a raccontare. Ecco il verbo che mi mancava: “raccontare”, le lettere che hanno fatto da ponte tra il dolore e la forza. Il 30 agosto è il compleanno di Olivia la bambina che Niccolò e Shirin hanno perso piccolissima per una forma di meningite acuta e Lulù era il nome con cui la chiamavano. Per scrivere ho spulciato tutto il materiale possibile e la chiave è arrivata quando ho guardato il video girato in occasione del concerto del 30 Agosto 2010, il primo, una jam session improvvisata durata tutta la notte a Casale sul Treja a trenta chilometri da Roma, fuori all’aperto. Erano montanti, assi, cavi a congiungersi, oggetti a prendere forma, persone a scendere dagli autobus, abbracci e parole, poche, dette appena in incroci continui e necessari di sguardi. Tanti sorrisi, sorrisi difficili, quelli tenaci, quelli che ci vogliono stare lo stesso a dispetto della piega che istintivamente prenderebbero le labbra quando il dolore, tuo o di un altro ha intriso l’aria. In un frammento si vede Shirin montare dei pezzi del palco, alzare lo sguardo e sorridere, sorridere con gli occhi. Non ci sono spiegazioni a certi tipi di dolore, quelli irrimediabili che spaccano creando fratture non risanabili. Dall’altra parte della crepa l’onda d’urto è tale da lasciar presagire l’impossibilità di recupero, la sicurezza di trascinarsi addosso una deturpazione invisibile e costante, eppure ci sono persone, ci sono forze capaci di custodire tutto questo con rispetto e scenderci a patti. Queste persone sanno che si tratta di scegliere che cosa si intende per vivere e che vivere significa imparare il coraggio di sorridere, quello di non arrendersi a quanto non può essere cambiato, perché “la gioia come il dolore si deve conservare, si deve trasformare”. Niccolò e Shirin attraverso Lulù hanno raccontato la trasformazione come chiave di convivenza col dolore. A differenza di tante altre situazioni in cui l’intento benefico e costruttivo&#160; finiscono quasi col diventare centrali e con l’assomigliare ad una sorta di “codice di buona condotta in caso di catastrofe”, ecco Parole di Lulù ha una consistenza diversa, come se l’aspetto organizzativo, l’evento reale fossero manifestazione immanente di qualcosa di molto più grande, diffuso. Il sentimento di cui parla Niccolò che è insieme spinta e coraggio ma anche volontà e non negazione del dolore, l’opposto della chiusura. In quelle immagini e negli sguardi che scorrono sul video compaiono occhi attoniti, incapaci di capire qual è la direzione in cui guardare ma non smarriti: sono sguardi non isolati, occhi in mezzo a tutto un resto di cose che si realizzano, consapevoli del luogo in cui sono, che può non essere chiaro dove sia collocato fisicamente o emotivamente ma &#160;popolato da altri sguardi e sembra l’unica cosa che conti. E’ l’unica cosa che conti. Niccolò e Shirin hanno preso in mano quello che non sapevano e non potevano gestire e non l’hanno nascosto, l’hanno fatto per istinto e senza una progettualità di lungo corso, l’hanno fatto per sopravviversi perché quando non sai cosa fare di cosa resta di te, hai una sola scelta possibile fidarti di quello che accade e farlo accadere, lasciare che siano gli incontri per strada a guidarti. Parole di Lulù adesso è un appuntamento poco noto ma vivo, atteso, a dimostrazione del fatto che ci sono cose che possono essere fatte ed essere incisive anche senza casse di risonanza puntate ad altissimo volume e definizione. I progetti realizzati sono tanti e più disparati e toccano realtà grandi o piccolissime con la stessa identica dignità. Una punta di rammarico resta nello sfogo di Fabi che sottolinea come questo sia un Paese dove fare beneficenza (autentica aggiungo io) sia molto difficile e dove ci si trovi costretti a scontrarsi con limiti burocratici e umani che l’umanità finiscono col negarla. Il viaggio di Lulù ad ogni modo continua tutti gli anni e tutti i giorni attraverso&#160; la fondazione, a dare ragione a quel costruire che è sapere rinunciare alla perfezione o semplicemente non rinunciare alla forza che deriva dal saper essere fragili, senza vergogna e senza ostentazione e riuscire a farne concretezza. Riguardo quelle immagini, proprio quelle, e mi convinco che non esiste nulla di più potente di quanto sta dietro ad occhi che hanno pianto, capaci di sorridere ancora. Meglio di prima. &#160; &#160; &#160; &#160; www.paroledilulu.it/fondazione &#160; &#160; Dalila Sansone Abracadalbero &#8211; Parole senza radici &#160; Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no. Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto. Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione. Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile. Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto. &#160; &#160; &#160; &#160;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Parole di Lulù</strong></h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">
Di D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong>&nbsp;</strong></span></p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_2.jpg"><img class=" wp-image-11664 size-large alignnone" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_2-1024x512.jpg" alt="" width="980" height="490"></a></p>
<p>Era tempo che volevo scrivere di “Parole di Lulù” ma non è facile perché, per definizione dello stesso Niccolò Fabi, Parole di Lulù è un sentimento e i sentimenti si raccontano male, a volte si ha la tentazione di credere possano essere vissuti e basta.</p>
<p>Parole di Lulù è una fondazione creata nel 2010 dal cantautore romano e Shirin Amini che, attorno al 30 di Agosto di ogni anno, organizza un concerto evento itinerante per raccogliere fondi a supporto di progetti legati all’infanzia e per sostenere strutture che tutelano la salute dei bambini e l’organizzazione di attività ludiche ed educative che ne accompagnino la crescita. &nbsp;Una descrizione che la classifica tra le tante fondazioni o iniziative che, senza scopo di lucro, operano per supplire a quello che spesso manca o è troppo carente.</p>
<p style="text-align: left;">
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><span style="color: #000000;">Ecco il verbo che mi mancava: “raccontare”, le lettere che hanno fatto da ponte tra il dolore e la forza</span></div>
<p>Tutto riduttivo. Corretto, sintetico ma del tutto insufficiente a raccontare. Ecco il verbo che mi mancava: “raccontare”, le lettere che hanno fatto da ponte tra il dolore e la forza.</p>
<p>Il 30 agosto è il compleanno di Olivia la bambina che Niccolò e Shirin hanno perso piccolissima per una forma di meningite acuta e Lulù era il nome con cui la chiamavano.</p>
<p style="text-align: left;">Per scrivere ho spulciato tutto il materiale possibile e la chiave è arrivata quando ho guardato il video girato in occasione del concerto del 30 Agosto 2010, il primo, una jam session improvvisata durata tutta la notte a Casale sul Treja a trenta chilometri da Roma, fuori all’aperto. Erano montanti, assi, cavi a congiungersi, oggetti a prendere forma, persone a scendere dagli autobus, abbracci e parole, poche, dette appena in incroci continui e necessari di sguardi. Tanti sorrisi, sorrisi difficili, quelli tenaci, quelli che ci vogliono stare lo stesso a dispetto della piega che istintivamente prenderebbero le labbra quando il dolore, tuo o di un altro ha intriso l’aria. In un frammento si vede Shirin montare dei pezzi del palco, alzare lo sguardo e sorridere, sorridere con gli occhi.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><span style="color: #000000;">Tanti sorrisi, sorrisi difficili, quelli tenaci, quelli che ci vogliono stare lo stesso a dispetto della piega che istintivamente prenderebbero le labbra quando il dolore, tuo o di un altro ha intriso l’aria. In un frammento si vede Shirin montare dei pezzi del palco, alzare lo sguardo e sorridere, sorridere con gli occhi</span></div>
</p>
<p style="text-align: left;">Non ci sono spiegazioni a certi tipi di dolore, quelli irrimediabili che spaccano creando fratture non risanabili. Dall’altra parte della crepa l’onda d’urto è tale da lasciar presagire l’impossibilità di recupero, la sicurezza di trascinarsi addosso una deturpazione invisibile e costante, eppure ci sono persone, ci sono forze capaci di custodire tutto questo con rispetto e scenderci a patti. Queste persone sanno che si tratta di scegliere che cosa si intende per vivere e che vivere significa imparare il coraggio di sorridere, quello di non arrendersi a quanto non può essere cambiato, perché <em>“la gioia come il dolore si deve conservare, si deve trasformare”</em>. Niccolò e Shirin attraverso Lulù hanno raccontato la trasformazione come chiave di convivenza col dolore. A differenza di tante altre situazioni in cui l’intento benefico e costruttivo&nbsp; finiscono quasi col diventare centrali e con l’assomigliare ad una sorta di “codice di buona condotta in caso di catastrofe”, ecco Parole di Lulù ha una consistenza diversa, come se l’aspetto organizzativo, l’evento reale fossero manifestazione immanente di qualcosa di molto più grande, diffuso. Il sentimento di cui parla Niccolò che è insieme spinta e coraggio ma anche volontà e non negazione del dolore, l’opposto della chiusura.</p>
<p>In quelle immagini e negli sguardi che scorrono sul video compaiono occhi attoniti, incapaci di capire qual è la direzione in cui guardare ma non smarriti: sono sguardi non isolati, occhi in mezzo a tutto un resto di cose che si realizzano, consapevoli del luogo in cui sono, che può non essere chiaro dove sia collocato fisicamente o emotivamente ma &nbsp;popolato da altri sguardi e sembra l’unica cosa che conti. E’ l’unica cosa che conti.</p>
<p>Niccolò e Shirin hanno preso in mano quello che non sapevano e non potevano gestire e non l’hanno nascosto, l’hanno fatto per istinto e senza una progettualità di lungo corso, l’hanno fatto per sopravviversi perché quando non sai cosa fare di cosa resta di te, hai una sola scelta possibile fidarti di quello che accade e farlo accadere, lasciare che siano gli incontri per strada a guidarti.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><span style="color: #000000;">Parole di Lulù adesso è un appuntamento poco noto ma vivo, atteso, a dimostrazione del fatto che ci sono cose che possono essere fatte ed essere incisive anche senza casse di risonanza puntate ad altissimo volume e definizione. I progetti realizzati sono tanti e più disparati e toccano realtà grandi o piccolissime con la stessa identica dignità</span></div>
<p>Parole di Lulù adesso è un appuntamento poco noto ma vivo, atteso, a dimostrazione del fatto che ci sono cose che possono essere fatte ed essere incisive anche senza casse di risonanza puntate ad altissimo volume e definizione. I progetti realizzati sono tanti e più disparati e toccano realtà grandi o piccolissime con la stessa identica dignità. Una punta di rammarico resta nello sfogo di Fabi che sottolinea come questo sia un Paese dove fare beneficenza (autentica aggiungo io) sia molto difficile e dove ci si trovi costretti a scontrarsi con limiti burocratici e umani che l’umanità finiscono col negarla. Il viaggio di Lulù ad ogni modo continua tutti gli anni e tutti i giorni attraverso&nbsp; la fondazione, a dare ragione a quel costruire che<em> è sapere rinunciare alla perfezione </em>o semplicemente non rinunciare alla forza che deriva dal saper essere fragili, senza vergogna e senza ostentazione e riuscire a farne concretezza.</p>
<p>Riguardo quelle immagini, proprio quelle, e mi convinco che non esiste nulla di più potente di quanto sta dietro ad occhi che hanno pianto, capaci di sorridere ancora. Meglio di prima.</p>
<p>&nbsp;<a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_1.jpg"><img class=" size-large wp-image-11663 alignnone" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_1-1024x512.jpg" alt="Parole di Lulù_1" width="980" height="490"></a></p>
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<p style="text-align: left;">&nbsp;<a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_3.jpg"><img class=" wp-image-11665 size-large alignnone" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/Parole-di-Lulù_3-1024x512.jpg" alt="Parole di Lulù_3" width="980" height="490"></a></p>
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<h5><span style="text-decoration: underline; color: #000000;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="http://www.paroledilulu.it/fondazione/">www.<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">paroledilulu.it</span>/fondazione</a></span></h5>
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<h5>&nbsp;</h5>
<h5><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone<br />
</span></a>Abracadalbero &#8211; Parole senza radici</h5>
<div id="attachment_10597" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="250" height="250"></a><p class="wp-caption-text">Dalila Sansone &#8211; Foto: Alessandro Schinco</p></div>
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<p><span style="color: #000000;">Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no.</span></p>
<p>Le parole non hanno radici come gli</p>
<p>alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto.<br />
Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione.<br />
Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile.</p>
<p>Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto.</p>
<p><span style="color: #000000;">&nbsp;</span></p>
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		<title>Qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Nov 2018 10:54:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure. Rimmel. Di Dalila Sansone &#160; Non me lo avevano detto che avrei camminato per le strade del centro di notte, con l’odore di cucina impigliato tra i capelli, sotto il primo cielo d’estate, sulla corda immaginaria di un’equilibrista a cui ho rubato l’arte di stare sempre in bilico tra una vita presa di rincorsa e l’aver dimenticato come si declinano i verbi al futuro.&#160; Non me l’avevano detto che avrei camminato per le strade del centro di notte, ascoltando De Gregori nelle cuffiette dentro la stanchezza di un doppio lavoro per fingere di stare bene così. Non me l’avevano detto, quando cantavo Rimmel incastrata tra i sedili posteriori e quelli anteriori, accomodata alla meglio sullo spazio per il posacenere, dentro la vecchia Golf di mio padre, per stargli più vicina a mio padre. Conosco Rimmel a memoria, tutto l’album, pezzi di vetro e piccole mele della figlia di un dottore compresi, e il padrone di Pablo che non sembrava poi cattivo e mi chiedevo se potesse assomigliare a un qualche vecchio “padrone” di mio padre … tutto, parola per parola, anche se erano anni che non ci pensavo più. Ho cantato senza ascoltarmi la voce, cantato per istinto riflesso tutte le parole che sapevo da piccola: sono rimaste lì ancorate infondo a un pozzo che non vede secchi da troppo tempo. Chissà cosa pensavo da bambina di quel collo di pelliccia e del vento che ci passava sopra. Non lo sapevo che mi avrebbero dato della vincente ma uno zingaro sarebbe stato un trucco anche per me, che quella mattina mi sarei svegliata lucida nella luce viva del mattino a confondere i miei alibi e le ragioni di qualcun altro. Non lo sapevo ma conoscevo tutte le parole. Vorrei tenere ancora tra le mani quella vecchia musicassetta, la custodia rigida che iniziava a diventare opaca dove comparivano i primi graffi e la copertina di carta a righe, quel cammeo di donna un po’ sfocata che mi sembrava bellissima e così impossibile da arrivare: il tempo per i bambini è la somma di mille vite possibili e quindi non ne è nessuna. Quello che scopro di volere davvero è riprovare la sensazione di tenere in mano un oggetto sacro, un rettangolo di plastica col nastro avvolto dentro ed aver paura di sciuparlo, di vedere il nastro saltato e il terrore di sentire la voce che usciva dall’autoradio rovinata. Era l’unica che avevamo e tutto quello che sapevo era che non ce ne sarebbe stata un’altra. Era l’album preferito di mio padre, era un piccola cosa preziosa, più di qualunque altra abbia avuto tra le mani da grande e quando dopo l’autoradio è arrivato il mangianastri, a volte, l’andavo a prendere di nascosto e facevo divorare la cassetta dallo sportellino nero che l’accarezzava e scivolare quella linguetta nera tra le testine. Le so ancora tutte le parole, sono salite su da quel pozzo una per una: non stavano sparpagliate sul fondo, sono un grumo di cuore che è cresciuto tra i sedili della Golf, quando questo mio cuore era piccolo e doveva solo diventare più grande. Vorrei provare la stessa convinzione ostinata di sacralità da conferire ad un oggetto che avevo allora e che non ha niente di materiale o utilitaristico, da amare in modo viscerale e non razionale, perché è qualcun altro che lo ama, perché è qualcuno o qualcosa che ti evoca, perché è qualcuno che te lo insegna. Ricordarlo o poterlo ancora tenere tra le mani come un amuleto a cospetto del quale niente e nessuno possono nulla. Non serve la tecnologia, nemmeno la grafica o immagini confezionate che divorano la fantasia, o la certezza non consolatoria di riprodurre tutto sempre e all’infinito; serve una piccola musicassetta dimenticata chissà dove, che a solo pensarla mi fa sentire me com’ero poco meno di trent’anni fa o riporta la bambina dentro questo corpo di donna che non somiglia per niente alla ragazza della copertina. Però i quattro assi ce li ho, ho i miei, sono di un colore solo e sono rimasti buoni amici, ho avuto il mio futuro ingombrante e l’ho stracciato con la fantasia e nel destino non ci ho mai creduto. Ho imparato invece che capita che le cose tramino contro di te perché in un preciso istante, tu creda e sappia che la magia esiste, ed è talmente silenziosa, talmente discreta nel suo insinuarsi dentro la vita che devi dirle si e darle tutto quello che hai, se non vuoi che si dissolva illudendoti di non essere mai esistita. L’ho saputo senza capirlo dentro la Golf, imparando a memoria parole che non potevo comprendere ma non hanno mai stupito la mia ingenuità di allora e infatti se ne stanno ancora qui, pause comprese. Non me lo avevano detto che avrei camminato stanca per le strade del centro, facendo scivolare gli occhi dalle pietre su per i campanili, fino al cielo blu d’estate, qui lontana da casa, in una città delle tante che non mi sono appartenute, per ripulirli e rendere più nitide queste fessure che ti separano da un fuori che vuoi poter portare dentro, che sono sempre state grandi ma mai abbastanza per contenere tutto il mondo che vorrebbe starci dentro. Sto sempre attenta a non uscire di casa senza rimmel, adesso so che è tutto quello che ho di me. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Dalila Sansone Abracadalbero &#8211; Parole senza radici Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no. Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto. Le parole sono piuttosto semi, di quelli fatti per essere sparsi dal vento, e le radici ce le hanno dentro, in embrione. Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile. Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto. E&#8217; il contrasto che da evidenza alle cose. [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure.</strong></h1>
<p><strong>Rimmel.</strong></p>
<h1 style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/rimmel-front.jpg"><img class="alignnone wp-image-11597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/11/rimmel-front.jpg" alt="rimmel-front" width="600" height="575"></a><br />
</strong></h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">
Di D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong>&nbsp;</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">Non me lo avevano detto che avrei camminato per le strade del centro di notte, con l’odore di cucina impigliato tra i capelli, sotto il primo cielo d’estate, sulla corda immaginaria di un’equilibrista a cui ho rubato l’arte di stare sempre in bilico tra una vita presa di rincorsa e l’aver dimenticato come si declinano i verbi al futuro.&nbsp; Non me l’avevano detto che avrei camminato per le strade del centro di notte, ascoltando De Gregori nelle cuffiette dentro la stanchezza di un doppio lavoro per fingere di stare bene così. Non me l’avevano detto, quando cantavo Rimmel incastrata tra i sedili posteriori e quelli anteriori, accomodata alla meglio sullo spazio per il posacenere, dentro la vecchia Golf di mio padre, per stargli più vicina a mio padre. Conosco Rimmel a memoria, tutto l’album, pezzi di vetro e piccole mele della figlia di un dottore compresi, e il padrone di Pablo che non sembrava poi cattivo e mi chiedevo se potesse assomigliare a un qualche vecchio “padrone” di mio padre … tutto, parola per parola, anche se erano anni che non ci pensavo più. Ho cantato senza ascoltarmi la voce, cantato per istinto riflesso tutte le parole che sapevo da piccola: sono rimaste lì ancorate infondo a un pozzo che non vede secchi da troppo tempo. Chissà cosa pensavo da bambina di quel collo di pelliccia e del vento che ci passava sopra. Non lo sapevo che mi avrebbero dato della vincente ma uno zingaro sarebbe stato un trucco anche per me, che quella mattina mi sarei svegliata lucida nella luce viva del mattino a confondere i miei alibi e le ragioni di qualcun altro. Non lo sapevo ma conoscevo tutte le parole.</p>
<p style="text-align: left;">Vorrei tenere ancora tra le mani quella vecchia musicassetta, la custodia rigida che iniziava a diventare opaca dove comparivano i primi graffi e la copertina di carta a righe, quel cammeo di donna un po’ sfocata che mi sembrava bellissima e così impossibile da arrivare: il tempo per i bambini è la somma di mille vite possibili e quindi non ne è nessuna.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><span style="color: #000000;">Quello che scopro di volere davvero è riprovare la sensazione di tenere in mano un oggetto sacro, un rettangolo di plastica col nastro avvolto dentro ed aver paura di sciuparlo, di vedere il nastro saltato e il terrore di sentire la voce che usciva dall’autoradio rovinata. Era l’unica che avevamo e tutto quello che sapevo era che non ce ne sarebbe stata un’altra</span></div>
<p>Quello che scopro di volere davvero è riprovare la sensazione di tenere in mano un oggetto sacro, un rettangolo di plastica col nastro avvolto dentro ed aver paura di sciuparlo, di vedere il nastro saltato e il terrore di sentire la voce che usciva dall’autoradio rovinata. Era l’unica che avevamo e tutto quello che sapevo era che non ce ne sarebbe stata un’altra<strong>.</strong> Era l’album preferito di mio padre, era un piccola cosa preziosa, più di qualunque altra abbia avuto tra le mani da grande e quando dopo l’autoradio è arrivato il mangianastri, a volte, l’andavo a prendere di nascosto e facevo divorare la cassetta dallo sportellino nero che l’accarezzava e scivolare quella linguetta nera tra le testine. Le so ancora tutte le parole, sono salite su da quel pozzo una per una: non stavano sparpagliate sul fondo, sono un grumo di cuore che è cresciuto tra i sedili della Golf, quando questo mio cuore era piccolo e doveva solo diventare più grande.</p>
<p style="text-align: left;">Vorrei provare la stessa convinzione ostinata di sacralità da conferire ad un oggetto che avevo allora e che non ha niente di materiale o utilitaristico, da amare in modo viscerale e non razionale, perché è qualcun altro che lo ama, perché è qualcuno o qualcosa che ti evoca, perché è qualcuno che te lo insegna<strong>.</strong> Ricordarlo o poterlo ancora tenere tra le mani come un amuleto a cospetto del quale niente e nessuno possono nulla. Non serve la tecnologia, nemmeno la grafica o immagini confezionate che divorano la fantasia, o la certezza non consolatoria di riprodurre tutto sempre e all’infinito; serve una piccola musicassetta dimenticata chissà dove, che a solo pensarla mi fa sentire me com’ero poco meno di trent’anni fa o riporta la bambina dentro questo corpo di donna che non somiglia per niente alla ragazza della copertina. Però i quattro assi ce li ho, ho i miei, sono di un colore solo e sono rimasti buoni amici, ho avuto il mio futuro ingombrante e l’ho stracciato con la fantasia e nel destino non ci ho mai creduto. Ho imparato invece che capita che le cose tramino contro di te perché in un preciso istante, tu creda e sappia che la magia esiste, ed è talmente silenziosa, talmente discreta nel suo insinuarsi dentro la vita che devi dirle si e darle tutto quello che hai, se non vuoi che si dissolva illudendoti di non essere mai esistita. L’ho saputo senza capirlo dentro la Golf, imparando a memoria parole che non potevo comprendere ma non hanno mai stupito la mia ingenuità di allora e infatti se ne stanno ancora qui, pause comprese.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><span style="color: #000000;">Vorrei provare la stessa convinzione ostinata di sacralità da conferire ad un oggetto che avevo allora e che non ha niente di materiale o utilitaristico, da amare in modo viscerale e non razionale, perché è qualcun altro che lo ama, perché è qualcuno o qualcosa che ti evoca, perché è qualcuno che te lo insegna.&nbsp;Ricordarlo o poterlo ancora tenere tra le mani come un amuleto a cospetto del quale niente e nessuno possono nulla</span></div>
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<p style="text-align: left;">Non me lo avevano detto che avrei camminato stanca per le strade del centro, facendo scivolare gli occhi dalle pietre su per i campanili, fino al cielo blu d’estate, qui lontana da casa, in una città delle tante che non mi sono appartenute, per ripulirli e rendere più nitide queste fessure che ti separano da un fuori che vuoi poter portare dentro, che sono sempre state grandi ma mai abbastanza per contenere tutto il mondo che vorrebbe starci dentro.</p>
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</span></a>Abracadalbero &#8211; Parole senza radici</h5>
<div id="attachment_10597" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="250" height="250"></a><p class="wp-caption-text">Dalila Sansone &#8211; Foto: Alessandro Schinco</p></div>
<p><span style="color: #000000;">Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no.</span></p>
<p>Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto.<br />
Le parole sono piuttosto semi, di quelli fatti per essere sparsi dal vento, e le radici ce le hanno dentro, in embrione.<br />
Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile.</p>
<p>Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto. E&#8217; il contrasto che da evidenza alle cose.</p>
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		<title>Ordinaria caparbietà &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2018 14:49:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ordinaria caparbietà Di Dalila Sansone   È di questi giorni la svolta sul caso Cucchi, la dichiarazione che riapre i termini del processo e dopo nove anni di vergogna istituzionale e giudiziaria ammette una verità nota ma da dimostrare, ché si taccia di essere meno vera se non dimostrata la verità. Il caso Cucchi è inevitabilmente legato al volto di Ilaria, sua sorella, una moderna dea della giustizia che ha lottato senza tregua perché la verità fosse scritta nero su bianco, perché non basta saperla, ci sono cose che non basta sapere, devono essere messe nero su bianco e una verità nero su bianco conta persino più del fatto che i colpevoli paghino, per un semplice fatto: che non resti impunita, che sia condannata e non si ripeta. E’ questo il senso della giustizia, è questa la ragione per cui è giusto definirla dea della giustizia, una sua personificazione. Una mia amica nel parlare di Ilaria mi ha detto: è stupefacente l’ordinaria caparbietà di questa donna. Ordinaria caparbietà, ecco! Ecco perché la personificazione con una divinità astratta non stona: è nell’ordinario che si sovverte l’ordine delle cose, molto più e con maggiore presunzione di durabilità rispetto alle rivoluzioni. E’ una riflessione che ho maturato in parallelo, mettendo insieme sentimenti di altri ad un lavoro che per altre ragioni stavo portando avanti. Mentre si parlava della svolta del caso Cucchi e a Ilaria si rendeva merito riconosciuto (sebbene sia rimasto lo stesso del primo giorno della sua battaglia), cercavo di ricostruire nella maniera più precisa possibile l’iter giuridico dell’abolizione della rilevanza penale della causa d’onore. No, non sono un giurista. Avevo iniziato a farlo perché casualmente un giorno ho citato Franca Viola e ho scoperto che il mio interlocutore non capiva a cosa mi riferissi. Così ho iniziato un piccolo sondaggio tra tutte le persone che incontravo, per una settimana. Solo tre di loro conoscono Franca Viola. Ecco Franca Viola è la Regina senza Re di cui parla una bellissima ballata popolare di Otello Profazio, che nel ritornello recita “su i picculi cose che cambiano o mundo e chiddi quadratu lo mutano an tundo” (sono le piccole cose che cambiano il mondo e da quadrato lo rendono tondo). Franca Viola fu la prima donna nel 1966, ad Alcamo in Sicilia, a rifiutare il matrimonio riparatore previsto dal codice penale all’art. 544. L’ordinamento italiano consentiva che in caso di matrimonio si estinguesse il reato di stupro per il colpevole ed eventuali complici. Il parallelismo con Ilaria Cucchi? L’ordinaria caparbietà di Franca. Aveva diciotto anni, per l’epoca non era nemmeno maggiorenne ed era figlia di contadini nell’entroterra siciliano. Non era una femminista, tanto meno un’eroina, solo una ragazza bellissima che non voleva sposare il nipote di un malavitoso locale, e non lo ha voluto nemmeno dopo che lui l’ha segregata per otto giorni, stuprandola per poi “riconsegnarla” alla famiglia e chiederne la mano. Non oso nemmeno immaginare lo strazio della violenza su una bambina appena diventata donna ma meno ancora cosa abbia provato di fronte alla riprovazione sociale per la sua scelta. Lei non voleva, non ha rilasciato interviste, ha continuato a vivere ad Alcamo e salutare i complici del suo aguzzino incontrandoli per strada. Nel 2014 è stata insignita dell’onorificenza di Grande Ufficiale al merito della Repubblica e in quell’occasione pronunciò un umilissimo discorso in cui disse che il suo non fu un gesto coraggioso, si era limitata a fare quello che le diceva il suo cuore, si descrisse come una ragazza semplicemente orgogliosa e che quel che fece, fu possibile grazie all’appoggio di due uomini, suo padre che se ne fregò di motivazioni d’onore riconosciute persino dall’ordinamento giuridico e chi la sposò poi, nonostante il tentativo di allontanamento di Franca, che temeva ritorsioni nei suoi confronti da parte della famiglia del suo carnefice. L’art. 544 del codice penale fu abrogato nel 1981 e lo stupro viene riconosciuto reato contro la persona e non contro la morale nel 1996, trent’anni dopo. L’altro ieri, come dice Franca. Ordinaria caparbietà, come quella della senatrice che propose la legge di abrogazione nel 1979. Li ho letti gli atti delle discussioni parlamentari, consegnano il ritratto di un Paese ancorato a macigni di inamovibilità culturale ed emotiva. Si chiamava Carla Ravaioli, il suo nome l’ho letto sul testo della proposta di legge e della legge approvata poi il 5 agosto del 1981. Se digitate su google il nome di Carla Ravaioli, trovate qualche suo scritto e generiche biografie, nessuna delle quali la riporta come prima firmataria di una legge che ha significato diventare un po’ più civili, se non umani e comunque tardi. Ordinaria caparbietà è quella di chi ha imparato che è un delitto non rubare il pane quando si ha fame (De Andrè), di quelli a cui il cuore non dà di continuare davanti a qualcuno che soffre senza poterlo impedire (Leopardi). Adesso penso a Mimmo Lucano e all’esperienza di Riace, punta dell’iceberg di un colosso di resistenza alle derive di civiltà a cui assistiamo noi, che le battaglie per la civiltà non le abbiamo mai fatte. Forse bisogna imparare a sostituire il termine civiltà con umanità e quello di rivoluzione (o cambiamento per quelli a cui il termine rivoluzione fa venire la pelle d’oca) con ordinaria caparbietà. La rilevanza giuridica della causa d’onore ha iniziato a scricchiolare quando Franca Viola è entrata in un commissariato a denunciare il suo stupratore, guardatelo il suo viso appoggiata alla scrivania in quei giorni, poi guardate quello di Ilaria Cucchi che tiene lo sguardo alto anche quando il dolore deve strozzarle ogni organo interno e sente infangare la memoria di suo fratello e poi, ancora, quello di Mimmo Lucano che prende le sue cose e viene costretto ad andarsene da dove è stato semplicemente un uomo. Poi cercate arroganza e compiacimento nelle loro voci. Come? Non ci sono? Ecco è questa l’ordinaria caparbietà, le sembianze che prende la giustizia in mezzo a noi comuni mortali e che, a noi comuni mortali, il mondo lo rende migliore. &#160; &#160; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.segniconcreti.org/ordinaria-caparbieta-concretamente/">Ordinaria caparbietà &#8211; #ConcretaMente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.segniconcreti.org">segni concreti</a>.</p>
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</strong></h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">
Di D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong> </strong></span></p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Ilaria-Cucchi-1350.jpg"><img class="alignnone wp-image-11521" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Ilaria-Cucchi-1350.jpg" alt="" width="900" height="367" /></a></p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">ci sono cose che non basta sapere, devono essere messe nero su bianco e una verità nero su bianco conta persino più del fatto che i colpevoli paghino, per un semplice fatto: che non resti impunita, che sia condannata e non si ripeta</div>
<p>È di questi giorni la svolta sul caso Cucchi, la dichiarazione che riapre i termini del processo e dopo nove anni di vergogna istituzionale e giudiziaria ammette una verità nota ma da dimostrare, ché si taccia di essere meno vera se non dimostrata la verità. Il caso Cucchi è inevitabilmente legato al volto di Ilaria, sua sorella, una moderna dea della giustizia che ha lottato senza tregua perché la verità fosse scritta nero su bianco, perché non basta saperla, ci sono cose che non basta sapere, devono essere messe nero su bianco e una verità nero su bianco conta persino più del fatto che i colpevoli paghino, per un semplice fatto: che non resti impunita, che sia condannata e non si ripeta. E’ questo il senso della giustizia, è questa la ragione per cui è giusto definirla dea della giustizia, una sua personificazione.</p>
<p>Una mia amica nel parlare di Ilaria mi ha detto: è stupefacente l’ordinaria caparbietà di questa donna. Ordinaria caparbietà, ecco! Ecco perché la personificazione con una divinità astratta non stona: è nell’ordinario che si sovverte l’ordine delle cose, molto più e con maggiore presunzione di durabilità rispetto alle rivoluzioni. E’ una riflessione che ho maturato in parallelo, mettendo insieme sentimenti di altri ad un lavoro che per altre ragioni stavo portando avanti.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"><em>su i picculi cose che cambiano o mundo e chiddi quadratu lo mutano an tundo</em></div>
<p>Mentre si parlava della svolta del caso Cucchi e a Ilaria si rendeva merito riconosciuto (sebbene sia rimasto lo stesso del primo giorno della sua battaglia), cercavo di ricostruire nella maniera più precisa possibile l’iter giuridico dell’abolizione della rilevanza penale della causa d’onore. No, non sono un giurista. Avevo iniziato a farlo perché casualmente un giorno ho citato Franca Viola e ho scoperto che il mio interlocutore non capiva a cosa mi riferissi. Così ho iniziato un piccolo sondaggio tra tutte le persone che incontravo, per una settimana. Solo tre di loro conoscono Franca Viola. Ecco Franca Viola è la Regina senza Re di cui parla una bellissima ballata popolare di Otello Profazio, che nel ritornello recita “<em>su i picculi cose che cambiano o mundo e chiddi quadratu lo mutano an tundo” </em>(sono le piccole cose che cambiano il mondo e da quadrato lo rendono tondo).</p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Franca-Viola.jpg"><img class=" size-full wp-image-11523 alignleft" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Franca-Viola.jpg" alt="Franca Viola" width="268" height="188" /></a>Franca Viola fu la prima donna nel 1966, ad Alcamo in Sicilia, a rifiutare il matrimonio riparatore previsto dal codice penale all’art. 544. L’ordinamento italiano consentiva che in caso di matrimonio si estinguesse il reato di stupro per il colpevole ed eventuali complici.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">l’art. 544 del codice penale fu abrogato nel 1981 e lo stupro viene riconosciuto reato contro la persona e non contro la morale nel 1996, trent’anni dopo. L’altro ieri, come dice Franca.</div>
<p>Il parallelismo con Ilaria Cucchi? L’ordinaria caparbietà di Franca. Aveva diciotto anni, per l’epoca non era nemmeno maggiorenne ed era figlia di contadini nell’entroterra siciliano. Non era una femminista, tanto meno un’eroina, solo una ragazza bellissima che non voleva sposare il nipote di un malavitoso locale, e non lo ha voluto nemmeno dopo che lui l’ha segregata per otto giorni, stuprandola per poi “riconsegnarla” alla famiglia e chiederne la mano. Non oso nemmeno immaginare lo strazio della violenza su una bambina appena diventata donna ma meno ancora cosa abbia provato di fronte alla riprovazione sociale per la sua scelta. Lei non voleva, non ha rilasciato interviste, ha continuato a vivere ad Alcamo e salutare i complici del suo aguzzino incontrandoli per strada. Nel 2014 è stata insignita dell’onorificenza di Grande Ufficiale al merito della Repubblica e in quell’occasione pronunciò un umilissimo discorso in cui disse che il suo non fu un gesto coraggioso, si era limitata a fare quello che le diceva il suo cuore, si descrisse come una ragazza semplicemente orgogliosa e che quel che fece, fu possibile grazie all’appoggio di due uomini, suo padre che se ne fregò di motivazioni d’onore riconosciute persino dall’ordinamento giuridico e chi la sposò poi, nonostante il tentativo di allontanamento di Franca, che temeva ritorsioni nei suoi confronti da parte della famiglia del suo carnefice. L’art. 544 del codice penale fu abrogato nel 1981 e lo stupro viene riconosciuto reato contro la persona e non contro la morale nel 1996, trent’anni dopo. L’altro ieri, come dice Franca.</p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Carla-Ravaioli.jpg"><img class="alignleft wp-image-11522" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Carla-Ravaioli.jpg" alt="Carla Ravaioli" width="268" height="354" /></a>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">ordinaria caparbietà, come quella della senatrice che propose la legge di abrogazione nel 1979</div>
<p>Ordinaria caparbietà, come quella della senatrice che propose la legge di abrogazione nel 1979. Li ho letti gli atti delle discussioni parlamentari, consegnano il ritratto di un Paese ancorato a macigni di inamovibilità culturale ed emotiva. Si chiamava Carla Ravaioli, il suo nome l’ho letto sul testo della proposta di legge e della legge approvata poi il 5 agosto del 1981. Se digitate su google il nome di Carla Ravaioli, trovate qualche suo scritto e generiche biografie, nessuna delle quali la riporta come prima firmataria di una legge che ha significato diventare un po’ più civili, se non umani e comunque tardi.</p>
<p>Ordinaria caparbietà è quella di chi ha imparato che è un delitto non rubare il pane quando si ha fame (De Andrè), di quelli a cui il cuore non dà di continuare davanti a qualcuno che soffre senza poterlo impedire (Leopardi). Adesso penso a Mimmo Lucano e all’esperienza di Riace, punta dell’iceberg di un colosso di resistenza alle derive di civiltà a cui assistiamo noi, che le battaglie per la civiltà non le abbiamo mai fatte.</p>
<p>Forse bisogna imparare a sostituire il termine civiltà con umanità e quello di rivoluzione (o cambiamento per quelli a cui il termine rivoluzione fa venire la pelle d’oca) con ordinaria caparbietà.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">penso a Mimmo Lucano e all’esperienza di Riace, punta dell’iceberg di un colosso di resistenza alle derive di civiltà a cui assistiamo noi, che le battaglie per la civiltà non le abbiamo mai fatte</div>
<p>La rilevanza giuridica della causa d’onore ha iniziato a scricchiolare quando Franca Viola è entrata in un commissariato a denunciare il suo stupratore, guardatelo il suo viso appoggiata alla scrivania in quei giorni, poi guardate quello di Ilaria Cucchi che tiene lo sguardo alto anche quando il dolore deve strozzarle ogni organo interno e sente infangare la memoria di suo fratello e poi, ancora, quello di Mimmo Lucano che prende le sue cose e viene costretto ad andarsene da dove è stato semplicemente un uomo. Poi cercate arroganza e compiacimento nelle loro voci.</p>
<p>Come? Non ci sono? Ecco è questa l’ordinaria caparbietà, le sembianze che prende la giustizia in mezzo a noi comuni mortali e che, a noi comuni mortali, il mondo lo rende migliore.</p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/mimmo-lucano-2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11524" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/mimmo-lucano-2.jpg" alt="mimmo lucano-2" width="1000" height="563" /></a></p>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone<br />
</span></a>Abracadalbero &#8211; Parole senza radici</h5>
<div id="attachment_10597" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="250" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Dalila Sansone &#8211; Foto: Alessandro Schinco</p></div>
<p><span style="color: #000000;">Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no.</span></p>
<p>Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto.<br />
Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione.<br />
Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile.</p>
<p>Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto.</p>
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		<title>Emociones desbordadas &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 12:47:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Emociones desbordadas Di Nadia Ayvar Iparraguirre &#160; Hace algún tiempo recuerdo que le comentaba a un amigo que mi ciudad, Lima, me parecía una ciudad muy agresiva y recordaba dos ocasiones en concreto en las que la agresividad se sentía a flor de piel. En una de ellas recuerdo que yo caminaba por una vereda mientras escuchaba música en mi celular y veía probablemente algún mensaje de whatsapp, cuando de pronto… AAAAAHHHHH!!!!&#8230;un grito fortísimo en mi oído que me despertó como de un sueño, voltee a mirar hacia atrás y vi al hombre que gritó en mi oído sin motivo alguno, alejándose. ¿Qué significaba esto?, ¿por qué alguien siente la necesidad y se siente en libertad de gritarme al oído, no palabras, no expresar una idea sino gritar simple y llanamente?, ¿qué explica este comportamiento? Mi teoría es que esta persona debe haber percibido que yo estaba desconectada de la realidad y fue su modo de obligarme a conectar con ella. ¿Por qué lo tenía que hacer así?, ¿qué le faltaban a las palabras que sí tenía el grito? Hace unos días fueron las elecciones de alcaldía de mi ciudad, las discusiones sobre las opciones válidas para votar estaban a pedir de boca. Y no sin razón. El Perú viene viviendo, así como muchos países de Sudamérica, una fuerte deslegitimización de los políticos, la corrupción ha invadido las instituciones y las representaciones, y se siente la indignación y el hartazgo de una parte de la población que encuentra un medio de expresión en las redes. Y ahí se juntan con otras voces, parecidas, diferentes y hasta opuestas. Uno puede ver entonces cómo se expresa el disgusto y la inconformidad, cómo aparece la agresividad, los insultos, los calificativos denigrando a la otra parte, y ves claramente entonces cómo la agresividad se convierte en un ping pong. Motivos no nos faltan para indignarnos, desde causas sociales, hasta causas personales. El político que usa la necesidad de la gente para llegar al poder y enriquecerse, el violador que sale libre y la familia que no halla justicia, el pastor que se enriquece a costa de la necesidad de fe de su comunidad, la amiga que te traicionó, la persona que te rompió el corazón. ¿Cómo reaccionamos ante estas realidades? Cada uno hace lo que puede, lo que le enseñaron, lo que fue aprendiendo. A veces sale el dragón que llevamos dentro, a veces nos alejamos, a veces marchamos en las calles, a veces gritamos, a veces lloramos. Hacemos lo que podemos, lo que nuestra historia, nuestro aprendizaje y nuestra voluntad nos lo permiten; pero muchas veces no nos damos cuenta que esa amargura y ese rencor se queda con nosotros, alojado ahí, en un rincón, y a quien más hace daño no es a nuestro presunto agresor sino a nosotros. Hiere, nos hiere, y sangramos. No creo que haya una reacción particular que ‘tengamos’ que tener frente a algo que nos mueve las entrañas, ¿cómo puedo exigirle yo al hombre que fue abandonado de niño que no sienta cólera, que no grite, que no quiera insultar a ese padre ausente?, ¿cómo puedo exigirle a esa niña que no supo lo que es ser tratada con amor que de grande no sienta esa indignación que la consume por aquello que no recibió? Nadie ha vivido nuestra historia, nadie sabe lo que es el cúmulo de experiencias que hemos acumulado, ni con qué nos hemos quedado, ni qué hemos soltado. Pero llega un momento en la vida en el que toca ver qué hemos atesorado durante todos estos años, y qué de lo que nos aferramos nos hace daño, toca mirar y toca examinar, toca intentar entender y hablar, toca ponerle un nombre y expresar en palabras eso que sentimos porque de lo contrario a quien va a destrozar no es a esa otro, es a ti. ¿Qué significa esto, que todo debe ser permitido?, ¿todo es relativo?, ¿excusamos todo porque cada uno vive con su demonio dentro? No. Lo que digo es que como ser humano uno puede entender que una respuesta agresiva suele darse para proteger una herida, eso no significa que toleremos ni demos rienda suelta indiscriminadamente a todo tipo de respuestas agresivas, eso quiere decir que para poder atender la consecuencia (respuesta agresiva), primero hay que entender y atender la causa (la herida). Tampoco es cierto que empezar a hacerle frente a nuestra agresividad tenga que romper con asumir la responsabilidad que conllevan las decisiones tomadas. El político que roba debe ir a la cárcel, la persona que te hirió seguro ya no tiene espacio en tu vida, son consecuencias de nuestras decisiones, pero se pueden dar sin que nos consuman. Resalto acá que nos consuman. No me refiero a indignación, porque la indignación hasta cierto punto es sana y muestra de nuestra humanidad, pero dejarnos consumir al punto de enfermarnos o de alejar a la gente basado únicamente en la discrepancia sobre una opinión ¿qué tan sano, o en otras palabras, qué tan conveniente es para nosotros mismos? Regresemos al hombre que gritó en mi oído del que les hablé al comienzo de este relato y asumamos mi supuesto como cierto. Sus competencias emocionales no fueron suficientes para poder poner en palabras aquello que vio y que tocó una fibra suya. No pudo ponerle nombre, no pudo traducirlo. Y ese es un gran problema en nuestra sociedad, no educamos en emociones. Las emociones crecen como hierba silvestre, como van saliendo. Poca atención le ponemos a asegurarnos que los niños identifiquen y expresen sus emociones. Poca tolerancia tenemos a ver y acompañar el dolor, lo acallamos y queremos que el llanto desaparezca para creer que ha pasado. Entonces de adultos no sabemos qué estamos sintiendo, no sabemos cómo se comparte, cómo abrirnos, cómo mostrar lo que llevamos dentro, y terminamos siendo una olla a presión que luego estalla en forma de agresividad. Comencemos a liberar la presión, comencemos a hablar, no importa si es la etiqueta correcta o no, lo que [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>Emociones desbordadas</h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/nadia.ayvar.5"><span style="color: #000000;">Di N<span style="color: #ff0000;">a</span>dia Ayvar Iparraguirre</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong>&nbsp;</strong></span></p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/segni-4_BN.jpg"><img class="alignleft wp-image-11505 size-full" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/segni-4_BN.jpg" alt="" width="600" height="400"></a></p>
<p>Hace algún tiempo recuerdo que le comentaba a un amigo que mi ciudad, Lima, me parecía una ciudad muy agresiva y recordaba dos ocasiones en concreto en las que la agresividad se sentía a flor de piel. En una de ellas recuerdo que yo caminaba por una vereda mientras escuchaba música en mi celular y veía probablemente algún mensaje de whatsapp, cuando de pronto… AAAAAHHHHH!!!!&#8230;un grito fortísimo en mi oído que me despertó como de un sueño, voltee a mirar hacia atrás y vi al hombre que gritó en mi oído sin motivo alguno, alejándose. ¿Qué significaba esto?, ¿por qué alguien siente la necesidad y se siente en libertad de gritarme al oído, no palabras, no expresar una idea sino gritar simple y llanamente?, ¿qué explica este comportamiento? Mi teoría es que esta persona debe haber percibido que yo estaba desconectada de la realidad y fue su modo de obligarme a conectar con ella. ¿Por qué lo tenía que hacer así?, ¿qué le faltaban a las palabras que sí tenía el grito?
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">y vi al hombre que gritó en mi oído sin motivo alguno</div>
<p>Hace unos días fueron las elecciones de alcaldía de mi ciudad, las discusiones sobre las opciones válidas para votar estaban a pedir de boca. Y no sin razón. El Perú viene viviendo, así como muchos países de Sudamérica, una fuerte deslegitimización de los políticos, la corrupción ha invadido las instituciones y las representaciones, y se siente la indignación y el hartazgo de una parte de la población que encuentra un medio de expresión en las redes. Y ahí se juntan con otras voces, parecidas, diferentes y hasta opuestas. Uno puede ver entonces cómo se expresa el disgusto y la inconformidad, cómo aparece la agresividad, los insultos, los calificativos denigrando a la otra parte, y ves claramente entonces cómo la agresividad se convierte en un ping pong.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">y ves claramente entonces cómo la agresividad se convierte en un ping pong.</div>
<p>Motivos no nos faltan para indignarnos, desde causas sociales, hasta causas personales. El político que usa la necesidad de la gente para llegar al poder y enriquecerse, el violador que sale libre y la familia que no halla justicia, el pastor que se enriquece a costa de la necesidad de fe de su comunidad, la amiga que te traicionó, la persona que te rompió el corazón. ¿Cómo reaccionamos ante estas realidades? Cada uno hace lo que puede, lo que le enseñaron, lo que fue aprendiendo. A veces sale el dragón que llevamos dentro, a veces nos alejamos, a veces marchamos en las calles, a veces gritamos, a veces lloramos. Hacemos lo que podemos, lo que nuestra historia, nuestro aprendizaje y nuestra voluntad nos lo permiten; pero muchas veces no nos damos cuenta que esa amargura y ese rencor se queda con nosotros, alojado ahí, en un rincón, y a quien más hace daño no es a nuestro presunto agresor sino a nosotros. Hiere, nos hiere, y sangramos.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Motivos no nos faltan para indignarnos</div>
<p>No creo que haya una reacción particular que ‘tengamos’ que tener frente a algo que nos mueve las entrañas, ¿cómo puedo exigirle yo al hombre que fue abandonado de niño que no sienta cólera, que no grite, que no quiera insultar a ese padre ausente?, ¿cómo puedo exigirle a esa niña que no supo lo que es ser tratada con amor que de grande no sienta esa indignación que la consume por aquello que no recibió? Nadie ha vivido nuestra historia, nadie sabe lo que es el cúmulo de experiencias que hemos acumulado, ni con qué nos hemos quedado, ni qué hemos soltado. <mark> Pero llega un momento en la vida en el que toca ver qué hemos atesorado durante todos estos años, y qué de lo que nos aferramos nos hace daño, toca mirar y toca examinar, toca intentar entender y hablar, toca ponerle un nombre y expresar en palabras eso que sentimos porque de lo contrario a quien va a destrozar no es a esa otro, es a ti.</mark></p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">¿Qué significa esto, que todo debe ser permitido?</div>
<p> ¿Qué significa esto, que todo debe ser permitido?, ¿todo es relativo?, ¿excusamos todo porque cada uno vive con su demonio dentro? No. Lo que digo es que como ser humano uno puede entender que una respuesta agresiva suele darse para proteger una herida, eso no significa que toleremos ni demos rienda suelta indiscriminadamente a todo tipo de respuestas agresivas, eso quiere decir que para poder atender la consecuencia (respuesta agresiva), primero hay que entender y atender la causa (la herida). Tampoco es cierto que empezar a hacerle frente a nuestra agresividad tenga que romper con asumir la responsabilidad que conllevan las decisiones tomadas. El político que roba debe ir a la cárcel, la persona que te hirió seguro ya no tiene espacio en tu vida, son consecuencias de nuestras decisiones, pero se pueden dar sin que nos consuman. Resalto acá <span style="text-decoration: underline;">que nos consuman</span>. No me refiero a indignación, porque la indignación hasta cierto punto es sana y muestra de nuestra humanidad, pero dejarnos consumir al punto de enfermarnos o de alejar a la gente basado únicamente en la discrepancia sobre una opinión ¿qué tan sano, o en otras palabras, qué tan conveniente es para nosotros mismos?</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Y ese es un gran problema en nuestra sociedad, no educamos en emociones. Las emociones crecen como hierba silvestre</div>
<p>Regresemos al hombre que gritó en mi oído del que les hablé al comienzo de este relato y asumamos mi supuesto como cierto. Sus competencias emocionales no fueron suficientes para poder poner en palabras aquello que vio y que tocó una fibra suya. No pudo ponerle nombre, no pudo traducirlo. Y ese es un gran problema en nuestra sociedad, no educamos en emociones. Las emociones crecen como hierba silvestre, como van saliendo. Poca atención le ponemos a asegurarnos que los niños identifiquen y expresen sus emociones. Poca tolerancia tenemos a ver y acompañar el dolor, lo acallamos y queremos que el llanto desaparezca para creer que ha pasado. Entonces de adultos no sabemos qué estamos sintiendo, no sabemos cómo se comparte, cómo abrirnos, cómo mostrar lo que llevamos dentro, y terminamos siendo una olla a presión que luego estalla en forma de agresividad. Comencemos a liberar la presión, comencemos a hablar, no importa si es la etiqueta correcta o no, lo que importa es comenzar; de lo contrario seremos aquel que grita por la calle.</p>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/nadia.ayvar.5"><span style="color: #000000;">N<span style="color: #ff0000;">a</span>dia Ayvar Iparraguirre</span></a></h5>
<div id="attachment_10718" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Nadia_Ayvar_DSCN4588.jpg"><img class="wp-image-10718" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Nadia_Ayvar_DSCN4588.jpg" alt="" width="250" height="230"></a><p class="wp-caption-text">Nadia Ayvar Iparraguirre &#8211; #ConcretaMente &#8211; www.segniconcreti.org</p></div>
<p><span style="color: #000000;"><span id="m_8544387794754345149gmail-m_7690130496923889795gmail-result_box" class="m_8544387794754345149gmail-m_7690130496923889795gmail-" lang="es">Nadia Ayvar, nacida en Perú el 4 de mayo de 1985. Licenciada en Comunicaciones y Magister en Liderazgo. Consultora en comunicación interna y cultura. Ama leer en el parque, las conversaciones de café y las caminatas en buena compañía. Escribe para compartir un poco de sí con el mundo, con la esperanza de contribuir con cambios sociales y personas felices.&nbsp;</span></span></p>
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		<title>Le orme degli uomini liberi &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 19:12:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Le orme degli uomini liberi Ritrovare sapore perduto tra le lettere &#160; “E’ la realtà che si infrange contro i sogni, non viceversa. La realtà è un vetro opaco pieno di ditate. I sogni sono confusi totem tutti d’un pezzo. I sogni sono forti, la realtà è debole. Ma è nella debolezza che sta la sua vittoria, nell’esser pronta a farsi in mille pezzettini senza per questo scomporre il suo potere.” &#160; Di Dalila Sansone &#160; Antico. E’ un libro antico quanto antica era la sensazione di continuità tra l’attrito della terra sotto la suola delle scarpe ed i contorni definiti delle cose dentro le retine degli occhi, senza interruzioni o distrazioni. Antico come appaiono antichi i ritmi delle stagioni e l’idea che gli uomini potessero cadenzarsi dentro di esse, ritrovarsele vesti ai pensieri e fondali all’azione. Non avresti voluta leggerla mai la nota sull’autore, ché a ogni affondo emozionale è una spina, uno scossone alla coscienza. Se non l’avessi fatto, l’avresti considerato un libro nato dagli anni di cui narra, tessuto dentro agli occhi che avevano visto o le orecchie che avevano ascoltato. Invece no. Invece no e non basta, perché è un’opera prima e tanta maturità e presenza di scrittura è roba che lascia traccia altrove, in date anagrafiche ed editoriali completamente diverse. E’antica la cura cucita sulla coincidenza di gesti e di ritmi, gesti che si sovrappongono mentre ritmi e ingranaggi li assorbono, una doppia esposizione di materiale fotosensibile che vincola gli uni agli altri secondo i dettami di una duplice necessità, etica e naturale. Una vicenda accaduta, intessuta di finzione narrativa che riempie i vuoti del resoconto di materia estranea alle cronache e agli annali, un misto di passione, paure, dovere e fatalità che lascia il sapore in bocca di umanità. E’ la primavera del 1944 a sorprendere uomini che hanno compiuto una precisa scelta di libertà in Valgrande, Piemonte ai confini con la Svizzera e a travolgere l’assunzione di responsabilità di quella scelta. La storia di un rastrellamento, della nascita di una Repubblica libera in attesa dei movimenti decisi dallo scacchiere internazionale, di un fondale luminoso in cui si districano le stelle, s’imparano a leggere le mappe ed intuirne le leggi. Un luccichio occultato alla vista da banchi di tenebre, talora rade altre orribilmente dense. Ancora è cura la ricostruzione storica, la descrizione dei luoghi, attenta e fedele che non cede mai alla lusinghe di una compiaciuta ostentazione o, peggio, di una facile retorica. Avvenimenti e luoghi si stagliano tra le righe, facendosi spazio tra le parole, chiamando il lettore dentro le pagine. La narrazione è scandita da tre sospensioni, tre interruzioni alla stregua di un sogno percorso a ritroso, che spiega le ragioni, i conflitti di una genesi radicata nella coscienza, tormentata dalla contaminazione con un presente diametralmente opposto al tempo della storia e offuscato di dubbi e maschere di distrazione. Anche lo stile narrativo cambia, si sfilaccia, insinua, provoca, quasi che la dialettica con le contraddizioni di un presente attuale sia condannata inevitabilmente a confligere con la monoliticità della scelta di parte. La partigianeria che assorbe, che piega ogni bisogno o inclinazione in scelta ripetuta, necessità morale più forte di qualsiasi istinto naturale. Questa intromissione, che può apparire non immediatamente comprensibile, ha un merito netto, inequivocabile: sottolineare la distanza da un tipo di umanità che non esiste più. Una dimensione umana talmente viva non solo nei dettagli fisici, tanto più definiti quanto più aspro è il contrasto con l’ambiente naturale in cui si muove, ma soprattutto nella riflessione, nell’esercizio continuo di ripetere e sostenere quella precisa scelta di parte. Non c’è schieramento necessario nella forma tra buoni e cattivi, gli uni si distinguono dagli altri per luce riflessa, come fossero mezzi diversi con proprietà di assorbire lo spirito critico del lettore in modo completamente opposto. La caratterizzazione dei personaggi è potente, giocata su contrapposizioni o sovrapposizioni forti come le personalità sui due lati e sullo stesso dello scacchiere. I due riferimenti partigiani in particolare, Muneghina e Superti, estremi di uno spettro ottico sputati fuori da un prisma, non opposti ma estremi, baluardi di un continuo di intensità che scemano l’una nell’altra. Intensità di colori più netti o confusi di personaggi minori che di minore hanno soltanto il tempo di calpestìo sulla scena e la propria scelta di rimessa dentro agli estremi dello spettro. Rifrazione contrapposta a monocromia. Complessa meraviglia delle leggi di natura antitetica ad asettici sistemi isolati. Poi lei la natura, impassibile e bella ritratta per scorci, passaggi, ritmi che assomigliano a gesti rubati ad un’intimità ignara di essere spiata. La cura, per lei, cede il passo all’amore, quello istintivo privo di ragioni, che non si pone il problema di essere ricambiato e riesce per questo a rasentare la poesia. Ultimo aspetto degno di nota, relativo alla narrazione, è la qualità di contenuto altro, la comparsa di riflessioni aderenti al contesto, ai fatti intesi come vicenda personale di singoli, che oltre a dare compiutezza allo stile, ricordano l’enorme divario generazionale di tipo temporale che sussiste tra l’oggi e il tempo in cui si imponevano scelte di vita e di libertà di cui il presente appare appena consapevole. Erano uomini diversi, diversi per circostanze e per formazione, più presenti a sé stessi ma anche al resto. La somma di tutti questi elementi pungola la mente, la obbliga a riflettere, a fermarsi subito dopo averla tenuta sospesa con l’arte della finzione narrativa, istiga il lettore a chiedere conto a sé stesso per contrasto o empatia. E’ un libro dal sapore antico appunto, di coincidenze tra immagini e sentire, scevro della grandiosità dei capolavori, piuttosto della stessa bellezza delle foglie che iniziano a distendersi tra le pèrule a primavera, movimento impercettibile, silenzioso, sempre uguale a sè stesso. Un sempre finito, che nell’essere finito racchiude tutta la sua bellezza. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Dalila Sansone* Abracadalbero &#8211; Parole senza radici Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no. Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Le orme degli uomini liberi </strong></h1>
<h3><strong>Ritrovare sapore perduto tra le lettere</strong></h3>
<h1><strong>&nbsp;</strong></h1>
<blockquote><p><em>“E’ la realtà che si infrange contro i sogni, non viceversa. La realtà è un vetro opaco pieno di ditate. I sogni sono confusi totem tutti d’un pezzo. I sogni sono forti, la realtà è debole. Ma è nella debolezza che sta la sua vittoria, nell’esser pronta a farsi in mille pezzettini senza per questo scomporre il suo potere.”</em></p></blockquote>
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<pre><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">
Di D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong>&nbsp;</strong></span></p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Le-orme-degli-uomini-liberi_800.jpg"><img class="alignleft wp-image-11478" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Le-orme-degli-uomini-liberi_800.jpg" alt="" width="550" height="419"></a></p>
<p>Antico. E’ un libro antico quanto antica era la sensazione di continuità tra l’attrito della terra sotto la suola delle scarpe ed i contorni definiti delle cose dentro le retine degli occhi, senza interruzioni o distrazioni.</p>
<p>Antico come appaiono antichi i ritmi delle stagioni e l’idea che gli uomini potessero cadenzarsi dentro di esse, ritrovarsele vesti ai pensieri e fondali all’azione.</p>
<p>Non avresti voluta leggerla mai la nota sull’autore, ché a ogni affondo emozionale è una spina, uno scossone alla coscienza. Se non l’avessi fatto, l’avresti considerato un libro nato dagli anni di cui narra, tessuto dentro agli occhi che avevano visto o le orecchie che avevano ascoltato. Invece no.</p>
<p>Invece no e non basta, perché è un’opera prima e tanta maturità e presenza di scrittura è roba che lascia traccia altrove, in date anagrafiche ed editoriali completamente diverse.</p>
<p><strong>E’antica la cura cucita sulla coincidenza di gesti e di ritmi, gesti che si sovrappongono mentre ritmi e ingranaggi li assorbono, una doppia esposizione di materiale fotosensibile che vincola gli uni agli altri secondo i dettami di una duplice necessità, etica e naturale.</strong></p>
<p>Una vicenda accaduta, intessuta di finzione narrativa che riempie i vuoti del resoconto di materia estranea alle cronache e agli annali, un misto di passione, paure, dovere e fatalità che lascia il sapore in bocca di umanità.</p>
<p><strong>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"></strong>E’ la primavera del 1944 a sorprendere uomini che hanno compiuto una precisa scelta di libertà in Valgrande, Piemonte ai confini con la Svizzera e a travolgere l’assunzione di responsabilità di quella scelta.<strong></div>
<p>E’ la primavera del 1944 a sorprendere uomini che hanno compiuto una precisa scelta di libertà in Valgrande, Piemonte ai confini con la Svizzera e a travolgere l’assunzione di responsabilità di quella scelta. </strong>La storia di un rastrellamento, della nascita di una Repubblica libera in attesa dei movimenti decisi dallo scacchiere internazionale, di un fondale luminoso in cui si districano le stelle, s’imparano a leggere le mappe ed intuirne le leggi. Un luccichio occultato alla vista da banchi di tenebre, talora rade altre orribilmente dense.</p>
<p>Ancora è cura la ricostruzione storica, la descrizione dei luoghi, attenta e fedele che non cede mai alla lusinghe di una compiaciuta ostentazione o, peggio, di una facile retorica. Avvenimenti e luoghi si stagliano tra le righe, facendosi spazio tra le parole, chiamando il lettore dentro le pagine.</p>
<p>La narrazione è scandita da tre sospensioni, tre interruzioni alla stregua di un sogno percorso a ritroso, che spiega le ragioni, i conflitti di una genesi radicata nella coscienza, tormentata dalla contaminazione con un presente diametralmente opposto al tempo della storia e offuscato di dubbi e maschere di distrazione.</p>
<p>Anche lo stile narrativo cambia, si sfilaccia, insinua, provoca, quasi che la dialettica con le contraddizioni di un presente attuale sia condannata inevitabilmente a confligere con la monoliticità della scelta di parte. La partigianeria che assorbe, che piega ogni bisogno o inclinazione in scelta ripetuta, necessità morale più forte di qualsiasi istinto naturale. Questa intromissione, che può apparire non immediatamente comprensibile, ha un merito netto, inequivocabile: sottolineare la distanza da un tipo di umanità che non esiste più.</p>
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<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999"></strong>Non c’è schieramento necessario nella forma tra buoni e cattivi, gli uni si distinguono dagli altri per luce riflessa, come fossero mezzi diversi con proprietà di assorbire lo spirito critico del lettore in modo completamente opposto.<strong></div>
<p></strong> Una dimensione umana talmente viva non solo nei dettagli fisici, tanto più definiti quanto più aspro è il contrasto con l’ambiente naturale in cui si muove, ma soprattutto nella riflessione, nell’esercizio continuo di ripetere e sostenere quella precisa scelta di parte. <strong>Non c’è schieramento necessario nella forma tra buoni e cattivi, gli uni si distinguono dagli altri per luce riflessa, come fossero mezzi diversi con proprietà di assorbire lo spirito critico del lettore in modo completamente opposto.</strong><strong><br />
</strong></p>
<p>La caratterizzazione dei personaggi è potente, giocata su contrapposizioni o sovrapposizioni forti come le personalità sui due lati e sullo stesso dello scacchiere. I due riferimenti partigiani in particolare, Muneghina e Superti, estremi di uno spettro ottico sputati fuori da un prisma, non opposti ma estremi, baluardi di un continuo di intensità che scemano l’una nell’altra. Intensità di colori più netti o confusi di personaggi minori che di minore hanno soltanto il tempo di calpestìo sulla scena e la propria scelta di rimessa dentro agli estremi dello spettro. Rifrazione contrapposta a monocromia. Complessa meraviglia delle leggi di natura antitetica ad asettici sistemi isolati.</p>
<p><strong>Poi lei la natura, impassibile e bella ritratta per scorci, passaggi, ritmi che assomigliano a gesti rubati ad un’intimità ignara di essere spiata. La cura, per lei, cede il passo all’amore, quello istintivo privo di ragioni, che non si pone il problema di essere ricambiato e riesce per questo a rasentare la poesia.</strong></p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Pèrule-faggio.jpg"><img class="alignleft wp-image-11479" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Pèrule-faggio.jpg" alt="Pèrule faggio" width="400" height="402"></a>Ultimo aspetto degno di nota, relativo alla narrazione, è la qualità di contenuto altro, la comparsa di riflessioni aderenti al contesto, ai fatti intesi come vicenda personale di singoli, che oltre a dare compiutezza allo stile, ricordano l’enorme divario generazionale di tipo temporale che sussiste tra l’oggi e il tempo in cui si imponevano scelte di vita e di libertà di cui il presente appare appena consapevole. Erano uomini diversi, diversi per circostanze e per formazione, più presenti a sé stessi ma anche al resto.</p>
<p><strong>La somma di tutti questi elementi pungola la mente, la obbliga a riflettere, a fermarsi subito dopo averla tenuta sospesa con l’arte della finzione narrativa, istiga il lettore a chiedere conto a sé stesso per contrasto o empatia.</strong></p>
<p>E’ un libro dal sapore antico appunto, di coincidenze tra immagini e sentire, scevro della grandiosità dei capolavori, piuttosto della stessa bellezza delle foglie che iniziano a distendersi tra le pèrule a primavera, movimento impercettibile, silenzioso, sempre uguale a sè stesso. Un sempre finito, che nell’essere finito racchiude tutta la sua bellezza.</p>
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<div class="message-box-title">Le orme degli uomini liberi</div>
<div class="message-box-content"></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Mattia Speranza</span></strong> <span style="color: #ff0000;">|</span> <strong>Scatole parlanti editore</strong> <span style="color: #ff0000;">|</span> Collana Voci</p>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/dalila.sansone"><span style="color: #000000;">D<span style="color: #ff0000;">a</span>lila Sansone*<br />
</span></a>Abracadalbero &#8211; Parole senza radici</h5>
<div id="attachment_10597" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="250" height="250"></a><p class="wp-caption-text">Dalila Sansone &#8211; Foto: Alessandro Schinco</p></div>
<p><span style="color: #000000;">Prima di parlare rifletto, prima di scrivere no.</span></p>
<p>Le parole non hanno radici come gli alberi e non sono fatte per ancorarsi alla terra in un solo punto.<br />
Le parole sono piuttosto semi, fatte per essere sparse dal vento e le radici ce le hanno dentro, in embrione.<br />
Aspettano che ad accoglierle non sia terra ma animo fertile.</p>
<p>Sostanzialmente estranea a me stessa, ne riconosco tratti in quello che amo, di più in quello che detesto.</p>
<p><span style="color: #000000;">*Dottore forestale</span><br />
<span style="color: #000000;"> Assegnista di ricerca presso il Consiglio per la ricerca e l’analisi dell’economia agraria, Centro di Ricerca Foreste e Legno</span></p>
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		<title>Mare e terra &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Oct 2018 14:18:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Mare e terra Di Emma Boncompagni &#160; Volgo lo sguardo verso il finestrino. Mare e terra si baciano danzando in linee frastagliate. Non mi sento a miglia di distanza da loro, la lontananza fisica non ne comporta una emotiva. Sono lì con loro, con la voglia di volare senza artifici sotto i piedi e, un po’, grazie a loro, lo faccio. Volare per vedere, volare per conoscere. Prospettive mai sperimentate prima e un’apertura che solo terre e mari diversi da quelli che ci hanno partorito possono ispirarci. Ecco le aspettative del volo. Seduta in un sedile dell’aereo perdo lo sguardo nella Terra, in quei colori sfumati che leggiamo come portatori di distinzioni: mare e terra. Uno di quegli Ying e Yang che commuovono. Non pensiamo mai alla linearità, alla continuità, all’uniformità di ciò che fin da piccoli ci insegnano a incamerare come elementi distinti. Eppure, c’è un po’ di terra in mare e un po’ di acqua in terra… Se pensassimo più spesso a quante similitudini esistono al mondo probabilmente avremmo molti meno timori e molta più curiosità. Volare per conoscere, volare per comprendere. Chiudo gli occhi qualche istante. Non è facile prepararsi all’atterraggio. In valigia ho relazioni, ricordi, luoghi, amori… non so ancora cosa dovrò lasciare per strada, cosa entrerà in me e che tipo di spazio mi richiederà. Non so se dove sto andando potrò tenere i miei difetti, i miei sorrisi. So che qualcosa di nuovo arriverà alle mie orecchie, e qualcos’altro alla mia bocca. Molto altro alla mia testa. Tutto questo dipingerà nuove linee con nuovi colori nel dipinto del mio tempo. Qualcosa di precedente verrà ricoperto da nuove pennellate. E si potrà notare un piccolo rilievo là dove il sovrapporsi delle esperienze creerà una piccola increspatura nel colore. Volare per comprendere, volare per mutare. Volo per andare ad abbracciare una fetta più grande di mondo. Volo in direzione della Spagna, perché accompagni per qualche mese i miei studi e le mie esperienze. Volo perché siamo sempre troppo grandi per la piccolezza di un solo luogo e siamo sempre troppo limitati per accogliere la ricchezza che ognuno di questi ha da darci. Buon volo a tutti. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Emma Boncompagni Studentessa &#160; Nata in Italia, in cerca di una nazionalità che prescinda dai confini politici. Convive con due idee tanto strampalate quanto affascinanti: imparare ad osservare e a cogliere le contraddizioni dell&#8217;uomo e far sì che queste non interferiscano con la ricerca del benessere di tutti. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>Mare e terra</h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/emma.boncompagni.5"><span style="color: #000000;">Di Emm<span style="color: #ff0000;">a</span> Boncompagni</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong>&nbsp;</strong></span></p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Emma_MG_3518_850.jpg"><img class="alignleft wp-image-11417" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Emma_MG_3518_850.jpg" alt="" width="600" height="450"></a>Volgo lo sguardo verso il finestrino. Mare e terra si baciano danzando in linee frastagliate. Non mi sento a miglia di distanza da loro, <strong>la lontananza fisica non ne comporta una emotiva</strong>. Sono lì con loro, con la voglia di volare senza artifici sotto i piedi e, un po’, grazie a loro, lo faccio.
<div class="shortcode-block-quote-center" style="color:#999999">la lontananza fisica non ne comporta una emotiva</div>
<p>Volare per vedere, volare per conoscere. Prospettive mai sperimentate prima e un’apertura che solo terre e mari diversi da quelli che ci hanno partorito possono ispirarci. Ecco le aspettative del volo.</p>
<div class="shortcode-block-quote-center" style="color:#999999">molti meno timori e molta più curiosità</div>
<p> Seduta in un sedile dell’aereo perdo lo sguardo nella Terra, in quei colori sfumati che leggiamo come portatori di distinzioni: mare e terra. Uno di quegli Ying e Yang che commuovono. Non pensiamo mai alla linearità, alla continuità, all’uniformità di ciò che fin da piccoli ci insegnano a incamerare come elementi distinti. Eppure, c’è un po’ di terra in mare e un po’ di acqua in terra… Se pensassimo più spesso a quante similitudini esistono al mondo probabilmente avremmo molti meno timori e molta più curiosità.</p>
<p>Volare per conoscere, volare per comprendere. Chiudo gli occhi qualche istante. Non è facile prepararsi all’atterraggio. In valigia ho relazioni, ricordi, luoghi, amori… non so ancora cosa dovrò lasciare per strada, cosa entrerà in me e che tipo di spazio mi richiederà. Non so se dove sto andando potrò tenere i miei difetti, i miei sorrisi. So che qualcosa di nuovo arriverà alle mie orecchie, e qualcos’altro alla mia bocca. Molto altro alla mia testa. Tutto questo dipingerà nuove linee con nuovi colori nel dipinto del mio tempo. Qualcosa di precedente verrà ricoperto da nuove pennellate. E si potrà notare un piccolo rilievo là dove il sovrapporsi delle esperienze creerà una piccola increspatura nel colore.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">nuove linee con nuovi colori nel dipinto del mio tempo</div>
<p>Volare per comprendere, volare per mutare.</p>
<p>Volo per andare ad abbracciare una fetta più grande di mondo. Volo in direzione della Spagna, perché accompagni per qualche mese i miei studi e le mie esperienze. Volo perché siamo sempre troppo grandi per la piccolezza di un solo luogo e siamo sempre troppo limitati per accogliere la ricchezza che ognuno di questi ha da darci.</p>
<p><mark>Buon volo a tutti.</mark></p>
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<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Emma_1850_500.jpg"><img class="alignleft wp-image-11416 size-full" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Emma_1850_500.jpg" alt="" width="500" height="667"></a></p>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/emma.boncompagni.5"><span style="color: #000000;">Emm<span style="color: #ff0000;">a</span> Boncompagni</span></a><br />
Studentessa</h5>
<div id="attachment_11419" style="width: 270px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Emma_ConcretaMente_Piccola.jpg"><img class="wp-image-11419" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/10/Emma_ConcretaMente_Piccola.jpg" alt="" width="260" height="218"></a><p class="wp-caption-text">Emma Boncompagni &#8211; #ConcretaMente &#8211; www.segniconcreti.org</p></div>
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<div>Nata in Italia, in cerca di una nazionalità che prescinda dai confini politici.</div>
<div>Convive con due idee tanto strampalate quanto affascinanti: imparare ad osservare e a cogliere le contraddizioni dell&#8217;uomo e far sì che queste non interferiscano con la ricerca del benessere di tutti.</div>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.segniconcreti.org/mare-e-terra-concretamente/">Mare e terra &#8211; #ConcretaMente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.segniconcreti.org">segni concreti</a>.</p>
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		<title>Puertas abiertas &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Aug 2018 14:13:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Segni Concreti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Puertas abiertas Di Nadia Ayvar Iparraguirre* &#160; Estos días de mi vida se llaman maratón. Estoy trabajando sin descanso, no paro, el tiempo que tengo para mí es el del transporte de regreso desde la oficina en la que hoy estoy hasta mi casa. Es ahí cuando reviso el whatsapp, cuando a las justas veo las últimas publicaciones de Facebook, o cuando acepto las etiquetas y post acumulados que mis amigas me hacen. He tenido la suerte de estar al otro extremo, he tenido la suerte de trabajar desde casa o desde un café; más aún, he tenido la suerte de no trabajar y dedicarme solo a mí por un tiempo. ¡Qué distinta puede ser la vida!, ¿no? La maratón que tengo este mes puede ser la vida regular de otra persona al otro lado del mundo. ¿Cómo negarle la posibilidad de cambiar esa realidad, de querer tener una vida que disfrutar?, ¿cómo cerrarle las puertas a alguien que desesperadamente necesita entrar? Es cierto, cada sociedad se ha ido forjando con esfuerzo, en los frutos prósperos de una sociedad está reflejado el esfuerzo de sus miembros. Es cierto, sí, pero ojo, no nos engañemos, ninguna sociedad se ha forjado sola. Hace demasiados años la humanidad dejó de ser un cúmulo de civilizaciones aisladas, somos parte de un todo, co-dependientes, nos guste o no. Y nuestra prosperidad ya no se la debemos solo a nuestros ciudadanos, se la debemos al mundo. ¿De dónde es la ropa que vestimos?, ¿de dónde vienen los alimentos que comemos?, ¿de dónde vienen los productos audiovisuales que consumimos?, ¿de dónde viene el combustible con el que nos movemos? Si rastrean toda la cadena de valor van a darse cuenta de que en la mayoría de los casos pasan por países con condiciones de vida ampliamente diferentes. La realidad es simple, cada una de nuestras decisiones alimenta una cadena, somos un sistema, estamos concatenados, no aislados. Somos uno. Y esto se repite a personal. Hace poco despedía en el aeropuerto a una de mis mejores amigas que se iba a vivir a Europa con su novio español; hace unos meses conocí a un chico de Estados Unidos que era trotamundos, decidió pasar una temporada en Perú porque trabajaba con unas monedas virtuales y usaba mucha electricidad, y Perú le resultaba atractivo por el reducido costo de la energía; hace algunos años mi hermano hizo su MBA en Alemania; hace algún tiempo mi amigo se fue reforzar su inglés a Canadá; y mi amiga conoció a su esposo, un profesor de inglés estadounidense y residente en Perú. Hace mucho tiempo dejamos de ser de un solo lugar.&#160;&#160; Entonces, ¿con qué autoridad moral le cerramos la puerta de nuestros países a esas personas que hoy están tocando nuestra puerta?, más aún, si lo que tienen al otro lado no es solo exceso de trabajo sino hambre y muerte. Como en muchos países de Latinoamerica en Perú, mi país, hay muchos inmigrantes venezolanos, están huyendo por las condiciones críticas de vida que enfrentan. Aquí hay una polémica porque hay gente que está en contra de ingresen a Perú, en algunos casos los señalan y les ponen adjetivos. Generalizan el comportamiento de unos como si fuese el de todos. Me hace pensar mucho en la época de García (ex – presidente del Perú), cuando miles de peruanos huían de nuestro país en busca de sobrevivir y ayudar a sus familias a sobrevivir, y cuando también a nosotros nos han calificado negativamente. Parece que a veces olvidamos que ‘ese otro’ no es tan distinto de mí. Como país el Perú ha recibido a los inmigrantes venezolanos. Es cierto que esta inmigración tiene un impacto, como cualquier cambio mueve los elementos de juego y nos obliga a reacomodarnos, y es ahí donde nosotros como individuos tenemos la oportunidad de ver el vaso medio lleno o medio vacío. Los cambios, a veces dolorosos, sirven para mirarnos, para re-enfocarnos, para reinventarnos. A veces un cambio es lo mejor que nos puede pasar en la vida, pero hay que saber y querer verlo. ¿Queremos ver qué de bueno y positivo nos traen nuestros amigos venezolanos?, ¿queremos reexaminarnos a la luz de los cambios que se han producido a partir de la inmigración? Hay cambios que no dependen de nosotros como individuos, pero lo que siempre va a depender de cada uno de nosotros es cómo reaccionamos ante esos cambios. Nosotros decimos, nadie más. &#160; &#160; &#160; &#160; Nadia Ayvar Iparraguirre* Nadia Ayvar, nacida en Perú el 4 de mayo de 1985. Licenciada en Comunicaciones y Magister en Liderazgo. Consultora en comunicación interna y cultura. Ama leer en el parque, las conversaciones de café y las caminatas en buena compañía. Escribe para compartir un poco de sí con el mundo, con la esperanza de contribuir con cambios sociales y personas felices.&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1>Puertas abiertas</h1>
<pre><a href="https://www.facebook.com/nadia.ayvar.5"><span style="color: #000000;">Di N<span style="color: #ff0000;">a</span>dia Ayvar Iparraguirre*</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong>&nbsp;</strong></span></p>
<div id="attachment_11182" style="width: 380px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/venezolanos_peru.jpg"><img class="wp-image-11182" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/venezolanos_peru.jpg" alt="" width="370" height="247"></a><p class="wp-caption-text">Foto: da internet</p></div>
<p>Estos días de mi vida se llaman maratón. Estoy trabajando sin descanso, no paro, el tiempo que tengo para mí es el del transporte de regreso desde la oficina en la que hoy estoy hasta mi casa. Es ahí cuando reviso el whatsapp, cuando a las justas veo las últimas publicaciones de Facebook, o cuando acepto las etiquetas y post acumulados que mis amigas me hacen. He tenido la suerte de estar al otro extremo, he tenido la suerte de trabajar desde casa o desde un café; más aún, he tenido la suerte de no trabajar y dedicarme solo a mí por un tiempo.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Hace demasiados años la humanidad dejó de ser un cúmulo de civilizaciones aisladas, somos parte de un todo, co-dependientes, nos guste o no. Y nuestra prosperidad ya no se la debemos solo a nuestros ciudadanos, se la debemos al mundo.</div>
<p>¡Qué distinta puede ser la vida!, ¿no? La maratón que tengo este mes puede ser la vida regular de otra persona al otro lado del mundo. ¿Cómo negarle la posibilidad de cambiar esa realidad, de querer tener una vida que disfrutar?, ¿cómo cerrarle las puertas a alguien que desesperadamente necesita entrar? Es cierto, cada sociedad se ha ido forjando con esfuerzo, en los frutos prósperos de una sociedad está reflejado el esfuerzo de sus miembros. Es cierto, sí, pero ojo, no nos engañemos, ninguna sociedad se ha forjado sola. Hace demasiados años la humanidad dejó de ser un cúmulo de civilizaciones aisladas, somos parte de un todo, co-dependientes, nos guste o no. Y nuestra prosperidad ya no se la debemos solo a nuestros ciudadanos, se la debemos al mundo.</p>
<p><mark>¿De dónde es la ropa que vestimos?, ¿de dónde vienen los alimentos que comemos?, ¿de dónde vienen los productos audiovisuales que consumimos?, ¿de dónde viene el combustible con el que nos movemos?</mark> Si rastrean toda la cadena de valor van a darse cuenta de que en la mayoría de los casos pasan por países con condiciones de vida ampliamente diferentes. La realidad es simple, cada una de nuestras decisiones alimenta una cadena, somos un sistema, estamos concatenados, no aislados. Somos uno.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Hace poco despedía en el aeropuerto a una de mis mejores amigas que se iba a vivir a Europa con su novio español; hace algunos años mi hermano hizo su MBA en Alemania; hace algún tiempo mi amigo se fue reforzar su inglés a Canadá; y mi amiga conoció a su esposo, un profesor de inglés estadounidense y residente en Perú. Hace mucho tiempo dejamos de ser de un solo lugar</div>
<p>Y esto se repite a personal. Hace poco despedía en el aeropuerto a una de mis mejores amigas que se iba a vivir a Europa con su novio español; hace unos meses conocí a un chico de Estados Unidos que era trotamundos, decidió pasar una temporada en Perú porque trabajaba con unas monedas virtuales y usaba mucha electricidad, y Perú le resultaba atractivo por el reducido costo de la energía; hace algunos años mi hermano hizo su MBA en Alemania; hace algún tiempo mi amigo se fue reforzar su inglés a Canadá; y mi amiga conoció a su esposo, un profesor de inglés estadounidense y residente en Perú. Hace mucho tiempo dejamos de ser de un solo lugar.&nbsp;&nbsp;</p>
<div id="attachment_11186" style="width: 490px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/Venezuela-en-camino.jpg"><img class="wp-image-11186" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/Venezuela-en-camino.jpg" alt="ECUADOR-COLOMBIA-PERU-VENEZUELA-MIGRATION" width="480" height="256"></a><p class="wp-caption-text">Foto: AFP PHOTO / Luis ROBAYO</p></div>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">¿con qué autoridad moral le cerramos la puerta de nuestros países a esas personas que hoy están tocando nuestra puerta?</div>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Me hace pensar mucho en la época de García (ex – presidente del Perú), cuando miles de peruanos huían de nuestro país en busca de sobrevivir y ayudar a sus familias a sobrevivir</div>
<p>Entonces, ¿con qué autoridad moral le cerramos la puerta de nuestros países a esas personas que hoy están tocando nuestra puerta?, más aún, si lo que tienen al otro lado no es solo exceso de trabajo sino hambre y muerte. Como en muchos países de Latinoamerica en Perú, mi país, hay muchos inmigrantes venezolanos, están huyendo por las condiciones críticas de vida que enfrentan. Aquí hay una polémica porque hay gente que está en contra de ingresen a Perú, en algunos casos los señalan y les ponen adjetivos. Generalizan el comportamiento de unos como si fuese el de todos. Me hace pensar mucho en la época de García (ex – presidente del Perú), cuando miles de peruanos huían de nuestro país en busca de sobrevivir y ayudar a sus familias a sobrevivir, y cuando también a nosotros nos han calificado negativamente. Parece que a veces olvidamos que ‘ese otro’ no es tan distinto de mí.</p>
<p>Como país el Perú ha recibido a los inmigrantes venezolanos. Es cierto que esta inmigración tiene un impacto, como cualquier cambio mueve los elementos de juego y nos obliga a reacomodarnos, y es ahí donde nosotros como individuos tenemos la oportunidad de ver el vaso medio lleno o medio vacío. Los cambios, a veces dolorosos, sirven para mirarnos, para re-enfocarnos, para reinventarnos.</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>A veces un cambio es lo mejor que nos puede pasar en la vida</strong></span>, pero hay que saber y querer verlo. ¿Queremos ver qué de bueno y positivo nos traen nuestros amigos venezolanos?, ¿queremos reexaminarnos a la luz de los cambios que se han producido a partir de la inmigración? <span style="color: #000000;"><strong>Hay cambios que no dependen de nosotros como individuos, pero lo que siempre va a depender de cada uno de nosotros es cómo reaccionamos ante esos cambios. Nosotros decimos, nadie más.</strong></span></p>
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<div id="attachment_11183" style="width: 910px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/venezolanos.jpeg"><img class="wp-image-11183" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/venezolanos.jpeg" alt="Foto: da internet" width="900" height="517"></a><p class="wp-caption-text">Foto: da internet</p></div>
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<h5><a href="https://www.facebook.com/nadia.ayvar.5"><span style="color: #000000;">N<span style="color: #ff0000;">a</span>dia Ayvar Iparraguirre*</span></a></h5>
<div id="attachment_10718" style="width: 260px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Nadia_Ayvar_DSCN4588.jpg"><img class="wp-image-10718" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Nadia_Ayvar_DSCN4588.jpg" alt="" width="250" height="230"></a><p class="wp-caption-text">Nadia Ayvar Iparraguirre &#8211; #ConcretaMente &#8211; www.segniconcreti.org</p></div>
<p><span style="color: #000000;"><span id="m_8544387794754345149gmail-m_7690130496923889795gmail-result_box" class="m_8544387794754345149gmail-m_7690130496923889795gmail-" lang="es">Nadia Ayvar, nacida en Perú el 4 de mayo de 1985. Licenciada en Comunicaciones y Magister en Liderazgo. Consultora en comunicación interna y cultura. Ama leer en el parque, las conversaciones de café y las caminatas en buena compañía. Escribe para compartir un poco de sí con el mundo, con la esperanza de contribuir con cambios sociales y personas felices.&nbsp;</span></span></p>
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		<title>Il bel Paese &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Aug 2018 12:43:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Pedulli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il bel Paese Abdou M. Diouf*   Sono passati quasi sei mesi dalla mia laurea e dopo tutto continuo a cercare il bello di questo paese. Qualcosa che mi convinca a restare qua. Ancora. Mi ostino, mi ci arrabbio, m&#8217;incazzo e mi chiedo che ne sarà di me e della mia laurea, del tempo e dei soldi investiti nell&#8217;Università Italiana. Che ne sarà di tutto quello che mi ha dato questo paese e che piano piano mi sta togliendo? Poi penso agli Uffizi, a Roma, alle Alpi, alla letteratura, ai cantautori, al cinema degli anni Cinquanta, ai partigiani e alle loro storie così tristi, ma così romantiche, a tutto quello che in questo dannato e meraviglioso stivale sgualcito resiste e decido che dovrei cercare di assomigliargli. Non allo stivale sgualcito. Dovrei assomigliare a questo paese. A quello che resiste. Dovremmo un po&#8217; assomigliare tutti a questo paese. Dovremmo assomigliare a quel museo, messo lì, nella bellissima Firenze, dove, ogni anno, milioni di turisti scattano foto da portare via con sé. E a quella Cupola che ogni volta mi fa innamorare. Dovremmo assomigliare a quella città che per secoli ha dominato l&#8217;Europa. E a quel monumento che ho sempre visto da fuori: il Colosseo. Ma che sono certo essere bello pure dentro. Come le persone. Dovremmo assomigliare a quelle montagne, infinite e belle, messe lì, lungo il confine, come a dire : “Italo, ti proteggo io”. Dovremmo assomigliare a quella parte dell&#8217;Italia dove è sempre estate: “al Sud”. Dovremmo assomigliare a tutti i partigiani. Alle loro storie. Alla nonna di Saahra, alla mia famiglia: Siamo vicini alla Svizzera. O Eri tra stavano sul confine a sparare e fare perquisizioni. O eri tra quelli  che di notte facevano passare di là agli ebrei. La mia  famiglia indovina da che parte stava?. Dovremmo assomigliare all&#8217;umanità di Vittorio Arrigoni. Al coraggio di Paolo Borsellino, all&#8217;onestà di Giovanni Falcone. All&#8217;entusiasmo di Sandro Pertini. Dovremmo assomigliare all&#8217;intelligenza della Montalcini, della Hack.  A.Dulbecco e al suo premio Nobel. E a tutti i grandi geni che il mondo invidia all&#8217;Italia. Dovremmo assomigliare a Dante e alla sua Divina Commedia. Alla bella Beatrice. Ma anche assomigliare a Petrarca e al suo Canzoniere, senza dimenticarci di Boccacio e suo Decameron. Dovremmo assomigliare ai racconti di Calvino e di Pirandello. Alle poesie di Montale e  Ungaretti. Dovremmo assomigliare alle canzoni di De Andrè e di Guccini. Ai testi di Gaber e di De Gregori e al Romanticismo di Vecchioni e  Mina. Dovremmo assomigliare alla musica di Einaudi. Dovremmo assomigliare a chi, venendo da lontano, porta belle storie da vivere e raccontare. A Modou. Dovremmo assomigliare alla musica di Einaudi. Dovremmo assomigliare ai Film di Federico Fellini e di Vittorio De Sica. Alla vita è bella di Benigni. Senza scordarci Il Postino di Troisi. E dovremmo assomigliare alla straordinaria bellezza di Sophia Loren. Dovremmo un po&#8217; di assomigliare a questo bel paese. Continuo a cercare il bello di questo paese, mi ostino, mi ci arrabbio, m&#8217;incazzo perché non riesco a  trovarlo. Poi penso a quello che resiste. A quelo che di bello è rimasto. A Saahra. E non mi arrabbio più. &#160; Dal Romanzo di ABDOU M. Diouf &#8211; È SEMPRE ESTATE Puoi acquistare il libro nelle librerie, Amazon o scrivendo a: segniconcreti@gmail.com &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Abdou M. Diouf Abdou M. Diouf, nato a Cotonou il 7 Agosto 1989. Laureato in Biologia. Scrittore e pallavolista per hobby, fan di Guccini per professione. Amo la musica e i libri e se potessi riavere indietro tutti i soldi che ho speso in libri e concerti, li rispenderei in libri e concerti. Un tipo perso dietro le nuvole e la poesia. Autore del fortunato romanzo È sempre estate. Per Segni Concreti, ogni mercoledì condivide i sogni della campagna Sogni Concreti.   &#160; &#160; &#160; &#160; &#160;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1>Il bel Paese</h1>
<pre><a href="http://www.segniconcreti.org/il-piccolo-principe-abdou-mbacke-diouf/"><span style="color: #000000;">Abd<span style="color: #ff0000;">o</span>u M. Diouf*</span></a></pre>
<p><span style="color: #000000;"><strong> </strong></span></p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Continuo a cercare il bello di questo paese.<br />
Decido che dovrei cercare di assomigliargli.<br />
Non allo stivale sgualcito.<br />
Dovrei assomigliare a questo paese.<br />
A quello che resiste.</div>
<p>Sono passati quasi sei mesi dalla mia laurea e dopo tutto continuo a cercare il bello di questo paese. Qualcosa che mi convinca a restare qua. Ancora.</p>
<p>Mi ostino, mi ci arrabbio, m&#8217;incazzo e mi chiedo che ne sarà di me e della mia laurea, del tempo e dei soldi investiti nell&#8217;Università Italiana.</p>
<p>Che ne sarà di tutto quello che mi ha dato questo paese e che piano piano mi sta togliendo?</p>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/Enrico_Berlinguer_-_Roberto_Benigni.jpg"><img class="alignleft wp-image-11125" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/Enrico_Berlinguer_-_Roberto_Benigni-300x196.jpg" alt="" width="380" height="248" /></a>Poi penso agli Uffizi, a Roma, alle Alpi, alla letteratura, ai cantautori, al cinema degli anni Cinquanta, ai partigiani e alle loro storie così tristi, ma così romantiche, a tutto quello che in questo dannato e meraviglioso stivale sgualcito resiste e decido che dovrei cercare di assomigliargli.</p>
<p>Non allo stivale sgualcito.</p>
<p>Dovrei assomigliare a questo paese.</p>
<p>A quello che resiste.</p>
<p>Dovremmo un po&#8217; assomigliare tutti a questo paese.</p>
<p>Dovremmo assomigliare a quel museo, messo lì, nella bellissima Firenze, dove, ogni anno, milioni di turisti scattano foto da portare via con sé. E a quella Cupola che ogni volta mi fa innamorare.</p>
<p>Dovremmo assomigliare a quella città che per secoli ha dominato l&#8217;Europa. E a quel monumento che ho sempre visto da fuori: il Colosseo. Ma che sono certo essere bello pure dentro.</p>
<p>Come le persone.</p>
<p>Dovremmo assomigliare a quelle montagne, infinite e belle, messe lì, lungo il confine, come a dire : “Italo, ti proteggo io”.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Dovremmo assomigliare a quella parte dell&#8217;Italia dove è sempre estate: “al Sud”.</div>
<p>Dovremmo assomigliare a quella parte dell&#8217;Italia dove è sempre estate: “al Sud”.</p>
<p>Dovremmo assomigliare a tutti i partigiani. Alle loro storie. Alla nonna di Saahra, alla mia famiglia:</p>
<p>Siamo vicini alla Svizzera. O Eri tra stavano sul confine a sparare e fare perquisizioni. O eri tra quelli  che di notte facevano passare di là agli ebrei. La mia  famiglia indovina da che parte stava?.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Dovremmo assomigliare all&#8217;umanità di Vittorio Arrigoni.</div>
<p>Dovremmo assomigliare all&#8217;umanità di Vittorio Arrigoni. Al coraggio di Paolo Borsellino, all&#8217;onestà di Giovanni Falcone. All&#8217;entusiasmo di Sandro Pertini.</p>
<p>Dovremmo assomigliare all&#8217;intelligenza della Montalcini, della Hack.  A.Dulbecco e al suo premio Nobel. E a tutti i grandi geni che il mondo invidia all&#8217;Italia.</p>
<p>Dovremmo assomigliare a Dante e alla sua Divina Commedia. Alla bella Beatrice. Ma anche assomigliare a Petrarca e al suo Canzoniere, senza dimenticarci di Boccacio e suo Decameron.<br />
<a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/Troisi_V2.jpg"><img class="alignleft wp-image-11124" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/Troisi_V2.jpg" alt="Troisi_V2" width="230" height="268" /></a>Dovremmo assomigliare ai racconti di Calvino e di Pirandello. Alle poesie di Montale e  Ungaretti.</p>
<p>Dovremmo assomigliare alle canzoni di De Andrè e di Guccini. Ai testi di Gaber e di De Gregori e al Romanticismo di Vecchioni e  Mina.</p>
<p>Dovremmo assomigliare alla musica di Einaudi.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Dovremmo assomigliare a chi, venendo da lontano, porta belle storie da vivere e raccontare</div>
<p>Dovremmo assomigliare a chi, venendo da lontano, porta belle storie da vivere e raccontare. A Modou.</p>
<p>Dovremmo assomigliare alla musica di Einaudi.</p>
<p>Dovremmo assomigliare ai Film di Federico Fellini e di Vittorio De Sica. Alla vita è bella di Benigni. Senza scordarci Il Postino di Troisi.</p>
<p>E dovremmo assomigliare alla straordinaria bellezza di Sophia Loren.</p>
<p>Dovremmo un po&#8217; di assomigliare a questo bel paese.</p>
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Continuo a cercare il bello di questo paese, mi ostino, mi ci arrabbio, m&#8217;incazzo perché non riesco a  trovarlo.</div>
<p>Continuo a cercare il bello di questo paese, mi ostino, mi ci arrabbio, m&#8217;incazzo perché non riesco a  trovarlo.</p>
<p>Poi penso a quello che resiste.</p>
<p>A quelo che di bello è rimasto.</p>
<p>A Saahra.</p>
<p>E non mi arrabbio più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Dal Romanzo di ABDOU M. Diouf &#8211; È SEMPRE ESTATE</span><br />
Puoi acquistare il libro nelle librerie, Amazon o scrivendo a: segniconcreti@gmail.com</p>
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<div id="attachment_11128" style="width: 741px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/IlBelPaese_V3.jpg"><img class="size-full wp-image-11128" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/08/IlBelPaese_V3.jpg" alt="IL BEL PAESE - Abdou M. Diouf - #ConcretaMente - www.segniconcreti.org" width="731" height="731" /></a><p class="wp-caption-text">IL BEL PAESE &#8211; Abdou M. Diouf &#8211; #ConcretaMente &#8211; www.segniconcreti.org</p></div>
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<h5><a href="http://www.segniconcreti.org/il-piccolo-principe-abdou-mbacke-diouf">Abd<span style="color: #ff0000;">o</span>u M. Diouf</a></h5>
<p><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Abdou-Mbacke-Diouf_2_BN.jpg"><img class="alignleft wp-image-10675" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Abdou-Mbacke-Diouf_2_BN.jpg" alt="" width="250" height="195" /></a></p>
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<h5><span style="color: #ff0000;"><strong><a style="color: #ff0000;" href="http://www.segniconcreti.org/il-piccolo-principe-abdou-mbacke-diouf/">Abdou M. Diouf</a></strong></span>, nato a Cotonou il 7 Agosto 1989. Laureato in Biologia. Scrittore e pallavolista per hobby, fan di Guccini per professione. Amo la musica e i libri e se potessi riavere indietro tutti i soldi che ho speso in libri e concerti, li rispenderei in libri e concerti. Un tipo perso dietro le nuvole e la poesia.</h5>
<h5>Autore del fortunato romanzo <strong>È sempre estate.</strong> Per <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="http://www.segniconcreti.org">Segni Concreti</a></span>, ogni mercoledì condivide i sogni della campagna <a href="http://www.segniconcreti.org/sogniconcreti/"><span style="color: #ff0000;">Sogni Concreti</span>.</a></h5>
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<p><span style="color: #000000;"><span id="m_8544387794754345149gmail-m_7690130496923889795gmail-result_box" class="m_8544387794754345149gmail-m_7690130496923889795gmail-" lang="es"> </span></span></p>
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