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	<title>segni concreti &#187; #Resistere</title>
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	<description>segni concreti, associazione di creativi per il sociale con sede ad Arezzo</description>
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		<title>Raccontare il bello per costruire il bello &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jun 2019 17:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Dalila Sansone  &#160; “Vorrei consigliare, prima di addentrarvi nella lettura, di non ostinarvi a ragionare dentro schemi preconfezionati. Non vi fossilizzate sulla separazione “noi” e “loro”. Non ci sono più pronomi e non ci sono più colori. E’ finito il tempo della razza , non ha più senso guardare il mondo in  bianco e nero. L’Italia siamo noi, tutti noi.” Jacopo Storni, L&#8217;Italia siamo noi &#160; Il primo ciclo di Militanze Esistenziali_Storie di impegno e di passione si chiude con Jacopo Storni e l’incontro dal titolo Raccontare il bello per costruire il bello. Migrazione, story telling e progetti di educazione alle differenze dal basso, questo sabato, 29 Giugno, alle ore 18:00 presso la Feltrinelli Point di Arezzo. Giornalista fiorentino,  Storni incarna la militanza nei suoi risvolti narrativi ed educativi, partendo dal suo mestiere, quello di cronista appunto.  Un giornalista scrive di fatti, li indaga, ricostruisce, narra e proprio la narrazione è il cardine dell’interesse dell’autore, la funzione che ha nel condizionare o veicolare la percezione dei fatti stessi. Il tema è quello dell’immigrazione,  di stringente attualità e caleidoscopico nelle implicazioni.  Scrivendone si accorge che il modo di parlarne è tendenzialmente sbilanciato in negativo: si focalizza sulle tragedie, le questioni di difficile risoluzione piuttosto che sulle stonature di un processo, estremamente complesso, nell’ambito del quale è difficile scegliere di non adottare un punto di vista preferenziale o capire quando quel punto di vista, invece,  diventa strumentale. L’interrogativo che ne deriva è quanto effettivamente la modalità con cui si tratta un tema finisca con il condizionarne la percezione in chi legge o ascolta. La risposta è molto. Molto più di quanto si creda. Dunque dopo aver dato alle stampe Sparategli! Nuovi schiavi d’Italia (Editori Riuniti, 2011), reportage sulla condizione dei migranti in sei macroregioni del Paese, con i due volumi successivi L’Italia siamo noi (Catelvecchi editore, 2016) e Siamo tutti terroristi (Castelvecchi editore, 2018) l’autore decide di rovesciare la prospettiva della narrazione in positivo, raccontando le vite di migranti “di successo”,  persone di provenienze e formazione molto diverse, accomunate da storie di integrazione non limitata all’inserimento sociale e lavorativo ma di effettiva realizzazione professionale e professionale (scorrono tra le pagine le vite di imprenditori, ristoratori, medici, rappresentanti delle forze dell’ordine).  Il mestiere del giornalista implica l’assunzione di responsabilità importanti che sconfinano dal campo dell’etica e riguardano prima di tutto la cittadinanza, l’appartenenza ad un consorzio sociale di cui si fa parte e di cui si conoscono le dinamiche attraverso punti di osservazione privilegiati, ed è su questa linea sottile che Storni si muove convinto che si possa “narrare il bello per costruire il bello”. Una narrazione positiva, che metta in luce gli aspetti migliori all’interno di un amalgama spesso indistinta di questioni che non ne chiarisce nessuna,  è per lui uno dei possibili  punti di partenza per la costruzione di società più inclusive, per fare leva sulla percezione dei cittadini, sgretolando il pregiudizio e mettere meglio a fuoco le cose, come si fa con l’obiettivo di una macchina fotografica. E’ il fotografo che sceglie l’inquadratura e decide la messa a fuoco. L’effetto di una scena ritratta non è necessariamente lo stesso, dipende dalla decisione sul come eseguire lo scatto. Attraverso le storie delle donne e degli uomini che l’autore ha incontrato nel corso di un lungo viaggio per la penisola, emergono punti nodali della questione migratoria come le ragioni che hanno spinto a lasciare il proprio Paese, le motivazioni individuali, la somma delle piccole e grandi difficoltà. La migrazione non è un fenomeno dalla soluzione complessa, con rapporti di causa effetto ben definiti ed inquadrabili in un saggio di geopolitica o un’analisi sociologica, è il fondale di storie singole, di ciascuno dei nomi in calce riportati nel titolo dei capitoli dei libri. Prima ci sono le storie, poi le dinamiche sociali; davanti camminano le persone, dietro la storia o l’insieme delle situazioni e degli avvenimenti che prima o poi la faranno. La migrazione è risorsa e la convivenza tra  persone diverse, con storie e competenze distinte, rappresenta un potenziale di arricchimento culturale e sociale per il nostro Paese, come lo è stato già in passato per altri. E’ un processo non arrestabile del quale vanno tenute presenti le potenzialità di sviluppo, molte delle quali già in atto e consolidate. E su questa seconda linea muove l’altro ambito d’azione, quello dell’associazionismo, attraverso  l’esperienza di  Global Friends che mette in contatto bambini del Nord e del Sud del mondo attraverso la scrittura condivisa. I volontari si occupano di raccogliere le lettere, scritte dai bambini di alcune scuole elementari di Firenze, e consegnarle ai traduttori. L’associazione affronta le spese di traduzione e recapito  nei Paesi di destinazione, dove altri volontari consegneranno gli originali con la traduzione ai destinatari. Le lettere  sono individuali, non scaturiscono dal lavoro collettivo della classe, sono invece corrispondenza personale tra due bambini nati in situazioni  diametralmente opposte. Global Friends è un progetto di autoeducazione alla diversità dal basso, non veicolato o condizionato dagli adulti. L’amicizia di penna permette l’istaurarsi di un legame diretto che ha poco a che fare con etichette o pregiudizi ma si limita a definire la relazione tra due adulti di domani. Narrazione ed educazione quindi come chiavi per scardinare le forzature imposte e ossessivamente ricercate dentro un processo naturale che, prima ancora di essere etichettato come fenomeno  da osservare al microscopio o incasellare in categorie astratte, è e resta un fatto umano, di persone che interagiscono con delle altre, di essere umani che conoscono e vengono a contatto con l’altro. Si chiama integrazione appunto, e non è compito che spetta a una parte sola, coinvolge tutti, nessuno escluso. &#62;Vai alla pagina MILITANZE ESISTENZIALI  Dalila Sansone Abracadalbero</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org/jacopo-storni-2/">Raccontare il bello per costruire il bello &#8211; #ConcretaMente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org">segni concreti</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">a</span>lila Sansone</a> </span></span></h5>
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<p><span style="color: #000000;"><em>“Vorrei consigliare, prima di addentrarvi nella lettura, di non ostinarvi a ragionare dentro schemi preconfezionati. Non vi fossilizzate sulla separazione “noi” e “loro”. Non ci sono più pronomi e non ci sono più colori. E’ finito il tempo della razza , non ha più senso guardare il mondo in  bianco e nero. L’Italia siamo noi, tutti noi.”</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Jacopo Storni, L&#8217;Italia siamo noi</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Il primo ciclo di <span style="color: #000000;">Militanze Esistenziali_Storie di impegno e di passione</span> si chiude con Jacopo Storni e l’incontro dal titolo<span style="color: #000000;"> <strong>Raccontare il bello per costruire il bello. Migrazione, story telling e progetti di educazione alle differenze dal basso</strong></span>, questo sabato, 29 Giugno, alle ore 18:00 presso la Feltrinelli Point di Arezzo.</p>
<p style="text-align: left;">Giornalista fiorentino,  Storni incarna la militanza nei suoi risvolti narrativi ed educativi, partendo dal suo mestiere, quello di cronista appunto.  Un giornalista scrive di fatti, li indaga, ricostruisce, narra e proprio la narrazione è il cardine dell’interesse dell’autore, la funzione che ha nel condizionare o veicolare la percezione dei fatti stessi.</p>
<p style="text-align: left;"><span style="text-decoration: underline;">
<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999"></span>Il tema è quello dell’immigrazione,  di stringente attualità e caleidoscopico nelle implicazioni.  Scrivendone si accorge che il modo di parlarne è tendenzialmente sbilanciato in negativo: si focalizza sulle tragedie, le questioni di difficile risoluzione piuttosto che sulle stonature di un processo, estremamente complesso, nell’ambito del quale è difficile scegliere di non adottare un punto di vista preferenziale o capire quando quel punto di vista, invece,  diventa strumentale<span style="text-decoration: underline;"></div>
<p></span>Il tema è quello dell’immigrazione,  di stringente attualità e caleidoscopico nelle implicazioni.  Scrivendone si accorge che il modo di parlarne è tendenzialmente sbilanciato in negativo: si focalizza sulle tragedie, le questioni di difficile risoluzione piuttosto che sulle stonature di un processo, estremamente complesso, nell’ambito del quale è difficile scegliere di non adottare un punto di vista preferenziale o capire quando quel punto di vista, invece,  diventa strumentale. L’interrogativo che ne deriva è quanto effettivamente la modalità con cui si tratta un tema finisca con il condizionarne la percezione in chi legge o ascolta. La risposta è molto. Molto più di quanto si creda.</p>
<p style="text-align: left;">Dunque dopo aver dato alle stampe <span style="color: #000000;"><em>Sparategli! Nuovi schiavi d’Italia </em></span>(Editori Riuniti, 2011), reportage sulla condizione dei migranti in sei macroregioni del Paese, con i due volumi successivi <span style="color: #000000;"><em>L’Italia siamo noi</em></span> (Catelvecchi editore, 2016) e <span style="color: #000000;"><em>Siamo tutti terroristi</em> </span>(Castelvecchi editore, 2018) l’autore decide di rovesciare la prospettiva della narrazione in positivo, raccontando le vite di migranti “di successo”,  persone di provenienze e formazione molto diverse, accomunate da storie di integrazione non limitata all’inserimento sociale e lavorativo ma di effettiva realizzazione professionale e professionale (scorrono tra le pagine le vite di imprenditori, ristoratori, medici, rappresentanti delle forze dell’ordine).  Il mestiere del giornalista implica l’assunzione di responsabilità importanti che sconfinano dal campo dell’etica e riguardano prima di tutto la cittadinanza, l’appartenenza ad un consorzio sociale di cui si fa parte e di cui si conoscono le dinamiche attraverso punti di osservazione privilegiati, ed è su questa linea sottile che Storni si muove convinto che si possa “narrare il bello per costruire il bello”. Una narrazione positiva, che metta in luce gli aspetti migliori all’interno di un amalgama spesso indistinta di questioni che non ne chiarisce nessuna,  è per lui uno dei possibili  punti di partenza per la costruzione di società più inclusive, per fare leva sulla percezione dei cittadini, sgretolando il pregiudizio e mettere meglio a fuoco le cose, come si fa con l’obiettivo di una macchina fotografica. E’ il fotografo che sceglie l’inquadratura e decide la messa a fuoco. L’effetto di una scena ritratta non è necessariamente lo stesso, dipende dalla decisione sul come eseguire lo scatto.
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Una narrazione positiva, che metta in luce gli aspetti migliori all’interno di un amalgama spesso indistinta di questioni che non ne chiarisce nessuna,  è per lui uno dei possibili  punti di partenza per la costruzione di società più inclusive, per fare leva sulla percezione dei cittadini, sgretolando il pregiudizio e mettere meglio a fuoco le cose, come si fa con l’obiettivo di una macchina fotografica</div>
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<p style="text-align: left;">Attraverso le storie delle donne e degli uomini che l’autore ha incontrato nel corso di un lungo viaggio per la penisola, emergono punti nodali della questione migratoria come le ragioni che hanno spinto a lasciare il proprio Paese, le motivazioni individuali, la somma delle piccole e grandi difficoltà. La migrazione non è un fenomeno dalla soluzione complessa, con rapporti di causa effetto ben definiti ed inquadrabili in un saggio di geopolitica o un’analisi sociologica, è il fondale di storie singole, di ciascuno dei nomi in calce riportati nel titolo dei capitoli dei libri. Prima ci sono le storie, poi le dinamiche sociali; davanti camminano le persone, dietro la storia o l’insieme delle situazioni e degli avvenimenti che prima o poi la faranno.</p>
<p style="text-align: left;">La migrazione è risorsa e la convivenza tra  persone diverse, con storie e competenze distinte, rappresenta un potenziale di arricchimento culturale e sociale per il nostro Paese, come lo è stato già in passato per altri. E’ un processo non arrestabile del quale vanno tenute presenti le potenzialità di sviluppo, molte delle quali già in atto e consolidate.
<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999">Le lettere  sono individuali, non scaturiscono dal lavoro collettivo della classe, sono invece corrispondenza personale tra due bambini nati in situazioni  diametralmente opposte. Global Friends è un progetto di autoeducazione alla diversità dal basso, non veicolato o condizionato dagli adulti. L’amicizia di penna permette l’istaurarsi di un legame diretto che ha poco a che fare con etichette o pregiudizi ma si limita a definire la relazione tra due adulti di domani</div>
<p> E su questa seconda linea muove l’altro ambito d’azione, quello dell’associazionismo, attraverso  l’esperienza di  <span style="color: #000000;"><em>Global Friends</em></span> che mette in contatto bambini del Nord e del Sud del mondo attraverso la scrittura condivisa. I volontari si occupano di raccogliere le lettere, scritte dai bambini di alcune scuole elementari di Firenze, e consegnarle ai traduttori. L’associazione affronta le spese di traduzione e recapito  nei Paesi di destinazione, dove altri volontari consegneranno gli originali con la traduzione ai destinatari.<br />
Le lettere  sono individuali, non scaturiscono dal lavoro collettivo della classe, sono invece corrispondenza personale tra due bambini nati in situazioni  diametralmente opposte. <span style="color: #000000;"><em>Global Friends</em></span> è un progetto di autoeducazione alla diversità dal basso, non veicolato o condizionato dagli adulti. L’amicizia di penna permette l’istaurarsi di un legame diretto che ha poco a che fare con etichette o pregiudizi ma si limita a definire la relazione tra due adulti di domani.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/06/Global-friends.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-13639" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/06/Global-friends-300x225.jpeg" alt="Global friends" width="300" height="225" /></a>Narrazione ed educazione quindi come chiavi per scardinare le forzature imposte e ossessivamente ricercate dentro un processo naturale che, prima ancora di essere etichettato come fenomeno  da osservare al microscopio o incasellare in categorie astratte, è e resta un fatto umano, di persone che interagiscono con delle altre, di essere umani che conoscono e vengono a contatto con l’<em>altro</em>. Si chiama integrazione appunto, e non è compito che spetta a una parte sola, coinvolge tutti, nessuno escluso.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000; text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">&gt;</span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/">Vai alla pagina</a></span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/"> <span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;"><strong>MILITANZE ESISTENZIALI</strong></span></a></span></p>
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<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #333300;"> <span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #333300; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="text-decoration: underline; color: #ff0000;">a</span>lila Sanson</a>e</span></span></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Abracadalbero</h5>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1-150x150.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="150" height="150" /></a></p>
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		<title>Le Mafie di Mezzo &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2019 13:18:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Dalila Sansone  &#160; “Per quanto possa apparire scontato, riteniamo utile sottolineare che il concetto differisce da quello di organized crime. Le origine di quest’ultimo (del termine mafia ndr) vanno rintracciate nel dibattito politico e giudiziario, nell’ambito del quale è stato coniato per sottolinearne, a scopo repressivo, i tratti organizzativi e criminali. La mafia comprende questi due aspetti  &#8211; un’organizzazione, con finalità criminali – ma non può ridursi ad essi; va piuttosto indagata all’intersezione tra le dimensioni sociale, economica e politica che ne connotano la continuità storica nel tempo e nello spazio” Vittorio Martone, Le Mafie di Mezzo &#160; Il termine mafia è pervasivo, compare un po’ ovunque, tanto da avere la sensazione di averci fatto l’abitudine, ci si può persino scoprire a sorvolarlo distratti, salvo improvvisi slanci di scandalo destinati ad esaurirsi al primo clamore successivo. Nel calderone mediatico in cui le differenze spesso perdono consistenza e l’attenzione fatica a distinguere tra la cronaca di un evento piuttosto che il resoconto di un altro, è facile trascurare, attutire o dimenticare l’indignazione, a tutto vantaggio di un sistema di vascolarizzazione capillarmente distribuito al punto da sembrare assente o trascurabile. La semplificazione è un rischio sempre facile da correre eppure persistono settori, aree di indagine o di giudizio, per i quali dovrebbe essere bandita, in nome della sacrosanta importanza della percezione reale del rischio. Il lavoro di Vittorio Martone si dirama dentro questo nucleo problematico e tocca gli interessi tanto degli addetti ai lavori, quanto di chi vuole superare la barriera della semplificazione e imparare a leggere la realtà e i fenomeni come essi stessi impongono di fare: nella totalità ambivalente delle loro sfaccettature. Martone è un sociologo esperto di processi partecipativi nella governace ambientale, attualmente tiene l’insegnamento “Territorio Economia e Società” presso il corso di Laurea Magistrale in Comunicazione pubblica e politica dell’Università di Torino; si è occupato per anni dell’analisi sociologica dei fenomeni criminali, della corruzione e delle associazioni di stampo mafioso e loro corollari, quali le strategie di riuso sociale dei beni confiscati e i costi economici e sociali dei reati ambientali. Il lavoro di ricerca confluito nel volume Mafie di Mezzo, Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio (Donzelli Editore, 2017) raccoglie parte di questa esperienza, applicata al caso di Ostia e del basso litorale laziale, noto alle cronache per ragioni non solo giudiziarie ma anche per il particolare rilievo mediatico che ne ebbe la trattazione (con intimidazioni per “capocciate” e delegittimazioni politiche strumentali). Il testo mostra un punto di osservazione strategico perché il fenomeno mafioso, inteso come descrizione del modus operandi di gruppi criminali in un dato territorio, non viene affrontato dal punto di vista giudiziario ma sociologico. Non si tratta di classificare i fatti come reato di tipo mafioso o non, fattispecie che compete alla magistratura, bensì capire come il sistema di gestione degli affari criminali si muova dentro il lecito e lo deformi, sfruttando quelle che l’autore definisce “zone grigie”. L’esternalizzazione dei servizi da parte del gestore pubblico ha creato aree fertili per l’attecchimento delle logiche affaristiche criminali, come nel caso della gestione dell’emergenza migranti nell’inchiesta Mondo di Mezzo (più nota come Mafia Capitale) ma soprattutto come sistematicamente accade nel caso dei reati ambientali. Pensare di contrastare il fenomeno esclusivamente attraverso la repressione è un esempio di semplificazione. Far collimare intervento giudiziario e sociologico, invece, risponde ad una visione “integrata” e più realistica della risposta istituzionale e civile. Si tratta dunque di sistematizzare un metodo (analisi, strumenti preventivi, contrasto) in cui la partecipazione è decisiva. Per partecipazione si intende il coinvolgimento della società civile in tutte le fasi attive di prevenzione e contrasto, al fine di aumentare la consapevolezza rispetto al fenomeno e consolidare interesse e attenzione verso modalità di azione spesso considerate estranee alla dimensione privata, che non lo sono affatto per quella collettiva. Il riuso sociale dei beni confiscati alle mafie è un esempio molto chiaro del ruolo fondamentale della partecipazione. Coinvolgere la popolazione di un dato territorio nella valorizzazione socio-economica di un bene sottratto al crimine è un passaggio obbligato per la creazione di un nucleo di resistenza etica che funzioni da volano effettivo di sviluppo territoriale. I gruppi criminali sottraggono beni e servizi alla comunità, piegandoli alla logica dell’arricchimento privatistico. Il sequestro e la ricollocazione del capitale privato mafioso quindi non è misura di contrasto fine a sé stessa ma scelta etica e simbolica di scommettere sulle capacità e le possibilità di chi ne era stato estromesso. Una forma di educazione collettiva costruita su una ferita, che proprio per questo ha una potenzialità di radicamento più efficace di qualsiasi altro tipo di attività antimafia. Dall’identificazione sociologica delle mafie, alle implicazioni del concetto di bene comune e del ruolo strategico della società civile, fino all’interrogativo sulla possibile esistenza di una sostenibilità reale dell’ordinamento sociale come argine all’individualismo affaristico e al consumo irreversibile di risorse e di valori. Questo il percorso dell’incontro con l&#8217;autore che parlerà di tali aspetti, portando esempi concreti e intessendo relazioni che spesso sfuggono o appaiono poco chiare. La mafia dunque come vicino scomodo, che non alloggia sullo stesso pianerottolo o a un indirizzo specifico ma si annida nella mente e condiziona modi e risposte dello stato sociale. L’incontro dal titolo Le Mafie di Mezzo – Il riutilizzo dei beni confiscati e il contrasto ai fenomeni criminali tra Stato e società civile, si terrà il 15 Giugno, alle ore 18:00 presso la Feltrinelli Point di Arezzo. &#62;Vai alla pagina MILITANZE ESISTENZIALI  Dalila Sansone Abracadalbero</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org/vittorio-martone-2/">Le Mafie di Mezzo &#8211; #ConcretaMente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org">segni concreti</a>.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>“Per quanto possa apparire scontato, riteniamo utile sottolineare che il concetto differisce da quello di organized crime. Le origine di quest’ultimo (del termine mafia ndr) vanno rintracciate nel dibattito politico e giudiziario, nell’ambito del quale è stato coniato per sottolinearne, a scopo repressivo, i tratti organizzativi e criminali. La mafia comprende questi due aspetti  &#8211; un’organizzazione, con finalità criminali – ma non può ridursi ad essi; va piuttosto indagata all’intersezione tra le dimensioni sociale, economica e politica che ne connotano la continuità storica nel tempo e nello spazio”</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Vittorio Martone, Le Mafie di Mezzo</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il termine mafia è pervasivo, compare un po’ ovunque, tanto da avere la sensazione di averci fatto l’abitudine, ci si può persino scoprire a sorvolarlo distratti, salvo improvvisi slanci di scandalo destinati ad esaurirsi al primo clamore successivo. Nel calderone mediatico in cui le differenze spesso perdono consistenza e l’attenzione fatica a distinguere tra la cronaca di un evento piuttosto che il resoconto di un altro, è facile trascurare, attutire o dimenticare l’indignazione, a tutto vantaggio di un sistema di vascolarizzazione capillarmente distribuito al punto da sembrare assente o trascurabile.</p>
<p style="text-align: justify;">La semplificazione è un rischio sempre facile da correre eppure persistono settori, aree di indagine o di giudizio, per i quali dovrebbe essere bandita, in nome della sacrosanta importanza della percezione reale del rischio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro di <strong>Vittorio Martone</strong> si dirama dentro questo nucleo problematico e tocca gli interessi tanto degli addetti ai lavori, quanto di chi vuole superare la barriera della semplificazione e imparare a leggere la realtà e i fenomeni come essi stessi impongono di fare: nella totalità ambivalente delle loro sfaccettature.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/06/Vittorio-Martone_1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-13590" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/06/Vittorio-Martone_1-300x300.jpg" alt="Vittorio Martone_1" width="300" height="300" /></a>Martone</strong> è un sociologo esperto di processi partecipativi nella <em>governace</em> ambientale, attualmente tiene l’insegnamento “Territorio Economia e Società” presso il corso di Laurea Magistrale in <em>Comunicazione pubblica e politica</em> dell’Università di Torino; si è occupato per anni dell’analisi sociologica dei fenomeni criminali, della corruzione e delle associazioni di stampo mafioso e loro corollari, quali le strategie di riuso sociale dei beni confiscati e i costi economici e sociali dei reati ambientali. Il lavoro di ricerca confluito nel volume <em>Mafie di Mezzo, Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio</em> (Donzelli Editore, 2017) raccoglie parte di questa esperienza, applicata al caso di Ostia e del basso litorale laziale, noto alle cronache per ragioni non solo giudiziarie ma anche per il particolare rilievo mediatico che ne ebbe la trattazione (con intimidazioni per “capocciate” e delegittimazioni politiche strumentali).</p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999">Non si tratta di classificare i fatti come reato di tipo mafioso o non, fattispecie che compete alla magistratura, bensì capire come il sistema di gestione degli affari criminali si muova dentro il lecito e lo deformi, sfruttando quelle che l’autore definisce “zone grigie”</div>
<p>Il testo mostra un punto di osservazione strategico perché il fenomeno mafioso, inteso come descrizione del <em>modus operandi</em> di gruppi criminali in un dato territorio, non viene affrontato dal punto di vista giudiziario ma sociologico. Non si tratta di classificare i fatti come reato di tipo mafioso o non, fattispecie che compete alla magistratura, bensì capire come il sistema di gestione degli affari criminali si muova dentro il lecito e lo deformi, sfruttando quelle che l’autore definisce “zone grigie”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esternalizzazione dei servizi da parte del gestore pubblico ha creato aree fertili per l’attecchimento delle logiche affaristiche criminali, come nel caso della gestione dell’emergenza migranti nell’inchiesta Mondo di Mezzo (più nota come Mafia Capitale) ma soprattutto come sistematicamente accade nel caso dei reati ambientali. Pensare di contrastare il fenomeno esclusivamente attraverso la repressione è un esempio di semplificazione. Far collimare intervento giudiziario e sociologico, invece, risponde ad una visione “integrata” e più realistica della risposta istituzionale e civile.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta dunque di sistematizzare un metodo (analisi, strumenti preventivi, contrasto) in cui la partecipazione è decisiva. Per partecipazione si intende il coinvolgimento della società civile in tutte le fasi attive di prevenzione e contrasto, al fine di aumentare la consapevolezza rispetto al fenomeno e consolidare interesse e attenzione verso modalità di azione spesso considerate estranee alla dimensione privata, che non lo sono affatto per quella collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999">Il sequestro e la ricollocazione del capitale privato mafioso quindi non è misura di contrasto fine a sé stessa ma scelta etica e simbolica di scommettere sulle capacità e le possibilità di chi ne era stato estromesso. Una forma di educazione collettiva costruita su una ferita, che proprio per questo ha una potenzialità di radicamento più efficace di qualsiasi altro tipo di attività antimafia</div>
<p>Il riuso sociale dei beni confiscati alle mafie è un esempio molto chiaro del ruolo fondamentale della partecipazione. Coinvolgere la popolazione di un dato territorio nella valorizzazione socio-economica di un bene sottratto al crimine è un passaggio obbligato per la creazione di un nucleo di resistenza etica che funzioni da volano effettivo di sviluppo territoriale. I gruppi criminali sottraggono beni e servizi alla comunità, piegandoli alla logica dell’arricchimento privatistico. Il sequestro e la ricollocazione del capitale privato mafioso quindi non è misura di contrasto fine a sé stessa ma scelta etica e simbolica di scommettere sulle capacità e le possibilità di chi ne era stato estromesso. Una forma di educazione collettiva costruita su una ferita, che proprio per questo ha una potenzialità di radicamento più efficace di qualsiasi altro tipo di attività antimafia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’identificazione sociologica delle mafie, alle implicazioni del concetto di bene comune e del ruolo strategico della società civile, fino all’interrogativo sulla possibile esistenza di una sostenibilità reale dell’ordinamento sociale come argine all’individualismo affaristico e al consumo irreversibile di risorse e di valori. Questo il percorso dell’incontro con l&#8217;autore che parlerà di tali aspetti, portando esempi concreti e intessendo relazioni che spesso sfuggono o appaiono poco chiare.</p>
<p style="text-align: justify;">La mafia dunque come vicino scomodo, che non alloggia sullo stesso pianerottolo o a un indirizzo specifico ma si annida nella mente e condiziona modi e risposte dello stato sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro dal titolo <strong>Le Mafie di Mezzo – Il riutilizzo dei beni confiscati e il contrasto ai fenomeni criminali tra Stato e società civile</strong>, si terrà il 15 Giugno, alle ore 18:00 presso la Feltrinelli Point di Arezzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000; text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">&gt;</span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/">Vai alla pagina</a></span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/"> <span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;"><strong>MILITANZE ESISTENZIALI</strong></span></a></span></p>
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<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #333300;"> <span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #333300; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="text-decoration: underline; color: #ff0000;">a</span>lila Sanson</a>e</span></span></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Abracadalbero</h5>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1-150x150.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="150" height="150" /></a></p>
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		<title>Resistere e poi Esistere &#8211; #ConcretaMente</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2019 18:02:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dalila Sansone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Di Dalila Sansone  &#160;  &#8220;Voi non credete in Dio, vero capitano?&#8221; &#8220;Direi di no, e non sai quanto mi dispiaccia.&#8221; &#8220;E perché?&#8221; &#8220;Perché non ci credo, o perché mi dispiace?&#8221; &#8220;La seconda che avete detto.&#8221; &#8220;Beh perché è tutto più difficile, per quanto chiaro. Ti faccio un esempio: se credessi in una giustizia ultraterrena, sarei molto più pronto a perdonare le ingiustizie di quaggiù, e magari ora me ne starei al calduccio in poltrona a leggere “Il Corriere”, con Brahms dentro il grammofono, approfittando degli scioperi. Io poi sono doppiamente sfigato, perché un dio non ce l’ho neppure quaggiù in terra. Avrei scelto Lenin, è vero ma è ben diverso da chi sceglie il denaro, il successo o cose di questo genere. Vedrai che giungla, al termine di questo dannato conflitto! Bisognerà farsi trovare pronti.&#8221; Mattia Speranza, Le orme degli uomini liberi &#160; Hai poco più di trent’anni, scrivi e scegli di scrivere il tuo primo libro raccontando due cose che ti appartengono, fanno parte di te: la Resistenza e la montagna. Il punto è che la Resistenza non è una ambientazione qualsiasi, come scrivere una storia sullo sfondo della Parigi degli anni Venti o dei vènti del mare del sud. La Resistenza non è pretesto letterario, non può esserlo. Se lo diventa fallisce. Presentare Le orme degli uomini liberi di Mattia Speranza (Scatole Parlanti, 2017) è un’opportunità di riflessione sul ruolo della letteratura ma prima ancora sull’eredità storica e morale dell’epoca e dei fatti di cui l’autore narra. Il libro muove da vicende realmente accadute e le vicende sono fatte di nomi, pelle e ossa, di tutti i frammenti della scena di un rastrellamento e di una Libera Repubblica Partigiana nata sulle Alpi, senza che nessuno di loro venga tradito dalla finzione narrativa. Le righe scritte riportano uomini  tra i sentieri, dentro notti buie e umide, mattini di luce abbacinante: se ne avverte ancora l’aria deformata quando le pagine vengono richiuse. Non sono fantasmi, è solo un indizio delle capacità di questo libro, di quanto può l’artificio delle lettere. Subito dopo la fine della guerra civile, si presentò urgente per molti dei protagonisti, intellettuali per lo più, l’esigenza di fissare attraverso la letteratura l’esperienza di cui erano stati testimoni. Protagonisti inconsapevoli di un’ epica di cui intuivano la portata ma della quale erano incapaci di prevedere gli sviluppi, a guerra finita si trovarono di fronte tutta la problematicità di affrontare un’impresa del genere. Sfuggire alla retorica era la preoccupazione principale, lasciando però trapelare il ruolo decisivo e senza precedenti che la Resistenza aveva avuto non soltanto in termini politici ma soprattutto individuali e collettivi. Parlavano ad interlocutori che in qualche modo ne erano stati essi stessi testimoni. In un testo fondamentale per inquadrare la questione, la prefazione all’edizione del 1964 del Sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino conclude affermando che l’urgenza di testimoniare crea un diaframma tra te e l’esperienza, trasfigurando la memoria, dalla quale si separano alcune immagini privilegiate, lasciandone deperire altre, violando quella che definisce “l’integrità naturale della memoria fluida e vivente”. Il romanzo di Mattia Speranza si incunea di necessità su questo punto cruciale. Se gli autori della narrativa resistenziale avevano per referenti dei contemporanei, lo stesso non vale per il nostro autore. Il tempo ha creato una soluzione di continuità inevitabile tra quel momento storico e chi ne scrive adesso. Dunque tra tutte le possibili risposte alle ragioni per le quali scrivere oggi di Resistenza, raccoglierne l’eredità senza il filtro della memoria personale, è un atto che restituisce vitalità e integrità alla memoria collettiva. Se vogliamo è un percorso  inverso a quello della narrativa resistenziale propriamente detta ma di stringente attualità. Di un lascito non va semplicemente gestito il peso, è la continuità che permette al passato di restare ancorato al presente, l’importanza da non trascurare. La Resistenza diventa quindi asse centrale per bilanciare passato e presente, e il libro compie materialmente questa operazione attraverso delle interruzioni nella successione narrativa che non sono anticipazioni ma richiami all’oggi: arrestando il flusso narrativo e riportando il lettore nel suo tempo, si accentua il dualismo non tanto tra le epoche ma tra chi ha vissuto l’una e chi sta nell’altra. Se la narrativa di per sé è in grado di creare empatie che non tengono conto dei concetti di spazio e di tempo, l’adozione di questa soluzione genera una tensione costante, obbliga a comprendere attraverso un confronto latente. L’autore non se ne fa carico: impedendo una trasposizione totale del lettore nel tempo della storia, glielo istiga nella mente. Proprio questo confronto, il dualismo e la visione critica cui costringe a soffermarsi, è un processo stratificato all’interno del libro, travolge passato e presente, come scelte individuali e collettive, repubblichini e partigiani, diventa alternativamente netto e sfumato tra i partigiani stessi. Una forma di dualismo è anche quello tra uomo e natura che nel libro diventa identificazione emotiva, nella vita dell’autore fulcro di azione. La scelta resistente ha implicato per buona parte delle formazioni partigiane doversi dare alla macchia, nascondersi e vivere la montagna, assorbirne i ritmi, amarne e odiarne le forme, impararne potenziali pericoli e possibilità. Non era scontato per tutti allora, meno che mai lo è adesso, comprendersi e rispettarsi, accettarsi reciprocamente. Tanta parte dell’eredità della Resistenza e dello sforzo di ricostruire una società che potesse definirsi razionale sono andati persi e se un parallelismo esiste con la condizione dell’uomo contemporaneo, questo sta sicuramente nell’esigenza di un ritorno a una dimensione autentica che, fatto fermo e saldo il presupposto della libertà civile e personale, oggi ha a che fare con un certo modo di intendere l’esistenza. Nella soluzione di continuità temporale che ci separa dalla Resistenza, la società si è emancipata in negativo dall’ambiente naturale. Allontanandosene per migliorarsi, ha finito col perdersi in logiche artificiali e stili di vita spesso incapaci di produrre senso, un senso logico connesso alla felicità reale. Si sono perse conoscenze tradizionali, capacità di vivere i territori, di scegliere alternative ai modelli precostituiti. E’ un fenomeno di cui sono diventati netti i contorni [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">Di D<span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">a</span>lila Sansone</a> </span></span></h5>
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<h6 style="padding-left: 90px;"> <em>&#8220;Voi non credete in Dio, vero capitano?&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px; text-align: justify;"><em>&#8220;Direi di no, e non sai quanto mi dispiaccia.&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px; text-align: justify;"><em>&#8220;E perché?&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px; text-align: justify;"><em>&#8220;Perché non ci credo, o perché mi dispiace?&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px; text-align: justify;"><em>&#8220;La seconda che avete detto.&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px; text-align: justify;"><em>&#8220;Beh perché è tutto più difficile, per quanto chiaro. Ti faccio un esempio: se credessi in una giustizia ultraterrena, sarei molto più pronto a perdonare le ingiustizie di quaggiù, e magari ora me ne starei al calduccio in poltrona a leggere “Il Corriere”, con Brahms dentro il grammofono, approfittando degli scioperi. Io poi sono doppiamente sfigato, perché un dio non ce l’ho neppure quaggiù in terra. Avrei scelto Lenin, è vero ma è ben diverso da chi sceglie il denaro, il successo o cose di questo genere. Vedrai che giungla, al termine di questo dannato conflitto! Bisognerà farsi trovare pronti.&#8221;</em></h6>
<h6 style="padding-left: 90px;"><em>Mattia Speranza, Le orme degli uomini liberi</em></h6>
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<p style="text-align: justify;">Hai poco più di trent’anni, scrivi e scegli di scrivere il tuo primo libro raccontando due cose che ti appartengono, fanno parte di te: la Resistenza e la montagna. Il punto è che la Resistenza non è una ambientazione qualsiasi, come scrivere una storia sullo sfondo della Parigi degli anni Venti o dei vènti del mare del sud. La Resistenza non è pretesto letterario, non può esserlo. Se lo diventa fallisce.</p>
<div id="attachment_13529" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/05/Mattia-Mulino_Cribari.jpg"><img class="size-medium wp-image-13529" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/05/Mattia-Mulino_Cribari-300x300.jpg" alt="Fotografia Emiliano Cribari" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Photo Credit Emiliano Cribari</p></div>
<p style="text-align: justify;">Presentare <em>Le orme degli uomini liberi</em> di Mattia Speranza (Scatole Parlanti, 2017) è un’opportunità di riflessione sul ruolo della letteratura ma prima ancora sull’eredità storica e morale dell’epoca e dei fatti di cui l’autore narra.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro muove da vicende realmente accadute e le vicende sono fatte di nomi, pelle e ossa, di tutti i frammenti della scena di un rastrellamento e di una Libera Repubblica Partigiana nata sulle Alpi, senza che nessuno di loro venga tradito dalla finzione narrativa. Le righe scritte riportano uomini  tra i sentieri, dentro notti buie e umide, mattini di luce abbacinante: se ne avverte ancora l’aria deformata quando le pagine vengono richiuse. Non sono fantasmi, è solo un indizio delle capacità di questo libro, di quanto può l’artificio delle lettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Subito dopo la fine della guerra civile, si presentò urgente per molti dei protagonisti, intellettuali per lo più, l’esigenza di fissare attraverso la letteratura l’esperienza di cui erano stati testimoni. Protagonisti inconsapevoli di un’ epica di cui intuivano la portata ma della quale erano incapaci di prevedere gli sviluppi, a guerra finita si trovarono di fronte tutta la problematicità di affrontare un’impresa del genere. Sfuggire alla retorica era la preoccupazione principale, lasciando però trapelare il ruolo decisivo e senza precedenti che la Resistenza aveva avuto non soltanto in termini politici ma soprattutto individuali e collettivi. Parlavano ad interlocutori che in qualche modo ne erano stati essi stessi testimoni. In un testo fondamentale per inquadrare la questione, la prefazione all’edizione del 1964 del <em>Sentiero dei nidi di ragno</em>, Italo Calvino conclude affermando che l’urgenza di testimoniare crea un diaframma tra te e l’esperienza, trasfigurando la memoria, dalla quale si separano alcune immagini privilegiate, lasciandone deperire altre, violando quella che definisce “l’integrità naturale della memoria fluida e vivente”. Il romanzo di Mattia Speranza si incunea di necessità su questo punto cruciale.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Se gli autori della narrativa resistenziale avevano per referenti dei contemporanei, lo stesso non vale per il nostro autore. Il tempo ha creato una soluzione di continuità inevitabile tra quel momento storico e chi ne scrive adesso. Dunque tra tutte le possibili risposte alle ragioni per le quali scrivere oggi di Resistenza, raccoglierne l’eredità senza il filtro della memoria personale, è un atto che restituisce vitalità e integrità alla memoria collettiva</div>
<p></span>Se gli autori della narrativa resistenziale avevano per referenti dei contemporanei, lo stesso non vale per il nostro autore. Il tempo ha creato una soluzione di continuità inevitabile tra quel momento storico e chi ne scrive adesso. Dunque tra tutte le possibili risposte alle ragioni per le quali scrivere oggi di Resistenza, raccoglierne l’eredità senza il filtro della memoria personale, è un atto che restituisce vitalità e integrità alla memoria collettiva. Se vogliamo è un percorso  inverso a quello della narrativa resistenziale propriamente detta ma di stringente attualità. Di un lascito non va semplicemente gestito il peso, è la continuità che permette al passato di restare ancorato al presente, l’importanza da non trascurare. La Resistenza diventa quindi asse centrale per bilanciare passato e presente, e il libro compie materialmente questa operazione attraverso delle interruzioni nella successione narrativa che non sono anticipazioni ma richiami all’oggi: arrestando il flusso narrativo e riportando il lettore nel suo tempo, si accentua il dualismo non tanto tra le epoche ma tra chi ha vissuto l’una e chi sta nell’altra. Se la narrativa di per sé è in grado di creare empatie che non tengono conto dei concetti di spazio e di tempo, l’adozione di questa soluzione genera una tensione costante, obbliga a comprendere attraverso un confronto latente. L’autore non se ne fa carico: impedendo una trasposizione totale del lettore nel tempo della storia, glielo istiga nella mente. Proprio questo confronto, il dualismo e la visione critica cui costringe a soffermarsi, è un processo stratificato all’interno del libro, travolge passato e presente, come scelte individuali e collettive, repubblichini e partigiani, diventa alternativamente netto e sfumato tra i partigiani stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una forma di dualismo è anche quello tra uomo e natura che nel libro diventa identificazione emotiva, nella vita dell’autore fulcro di azione. La scelta resistente ha implicato per buona parte delle formazioni partigiane doversi dare alla macchia, nascondersi e vivere la montagna, assorbirne i ritmi, amarne e odiarne le forme, impararne potenziali pericoli e possibilità. Non era scontato per tutti allora, meno che mai lo è adesso, comprendersi e rispettarsi, accettarsi reciprocamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanta parte dell’eredità della Resistenza e dello sforzo di ricostruire una società che potesse definirsi razionale sono andati persi e se un parallelismo esiste con la condizione dell’uomo contemporaneo, questo sta sicuramente nell’esigenza di un ritorno a una dimensione autentica che, fatto fermo e saldo il presupposto della libertà civile e personale, oggi ha a che fare con un certo modo di intendere l’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella soluzione di continuità temporale che ci separa dalla Resistenza, la società si è emancipata in negativo dall’ambiente naturale. Allontanandosene per migliorarsi, ha finito col perdersi in logiche artificiali e stili di vita spesso incapaci di produrre senso, un senso logico connesso alla felicità reale. Si sono perse conoscenze tradizionali, capacità di vivere i territori, di scegliere alternative ai modelli precostituiti. E’ un fenomeno di cui sono diventati netti i contorni e di cui si inizia ad avere consapevolezza. Una delle conseguenze più evidenti è stata lo spopolamento delle aree rurali, quelle montane in modo particolare, dove la vita era diventata incompatibile con i sistemi produttivi industriali, incentrati sugli spazi urbani. Poi ci si è accorti della mancanza di qualcosa, che dimenticare significa farsi travolgere e trascurare perdere. Così tornare in montagna, restituire vita ai territori sta diventando un moderno atto di resistenza che non ha valore individuale ma  implicazioni collettive cruciali.</p>
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<div class="shortcode-block-quote-left" style="color:#999999"><em>“L’Italia si salva se si salva la sua colonna vertebrale che è l’Appennino”</em> ripete spesso il poeta paesologo Franco Arminio e Mattia Speranza con gli amici-compagni della cooperativa In Quiete, fa proprio questo: contribuisce a salvare l’Appennino.</div>
<p><em>“L’Italia si salva se si salva la sua colonna vertebrale che è l’Appennino”</em> ripete spesso il poeta paesologo Franco Arminio e Mattia Speranza con gli amici-compagni della cooperativa <span style="color: #000000;"><strong>In Quiete</strong></span>, fa proprio questo: contribuisce a salvare l’Appennino. Per Appennino si intende un territorio definito e non generalizzabile ma Appennino è anche tutto ciò che è travolto dalla marginalità, abbandonato e tradito per alternative che hanno deluso o non hanno potuto compensare la perdita.</p>
<div id="attachment_13537" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/05/In-Quiete-2_Cribari.jpg"><img class="size-medium wp-image-13537" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2019/05/In-Quiete-2_Cribari-300x300.jpg" alt="Foto Emiliano Cribari" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Photo Credit Emiliano Cribari</p></div>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>In Quiete</strong></span> opera in Casentino, Appennino Tosco Romagnolo, e nasce per inquietudine e passione precorrendo i tempi, non ritorna ma resta. I quattro soci fondatori (<span style="color: #000000;">Sara Baldini, Andrea Gambassini e Alessandro Volpone insieme a Mattia Speranza</span>) nel 2014 scelgono di costruire un’alternativa lavorativa e di vita legandola ad un territorio. Iniziano con l’ecoturismo diventando tramite di una fruizione temporanea ed evasiva dell’ambiente naturale ma insistono perché l’immenso patrimonio naturale delle foreste Casentinesi non va ridotto a museo a cielo aperto e non è quello che vogliono. Quindi vanno avanti con attività di didattica, curando i progetti di volontariato nel parco (Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna) e collaborando alle attività di ricerca che si svolgono al suo interno.  Potrebbe bastare se non fosse che i territori vanno vissuti, ma a viverli non è sufficiente organizzarci le cose, serve che ne siano l’anima, che quelle stesse cose da loro nascano e a loro ritornino. Prendono vita in questo modo due progetti importanti come <em>Libra – Casentino book festival</em>, un festival diffuso di letteratura di ambientazione naturale e montana fuori dai circuiti del mercato editoriale tradizionale, che mantiene vivo il legame autentico tra autori, lettori e i libri stessi e <em>l’Antica Acquacoltura Molin di Bucchio</em>, attività di recupero di un antico impianto di itticoltura alle sorgenti dell’Arno, nel quale vengono allevate specie autoctone per il ripopolamento e il riequilibrio degli ecosistemi acquatici locali.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">
<div class="shortcode-block-quote-right" style="color:#999999">Genericamente si parla di <em>umanesimo delle montagne</em> ma è più corretto che le esperienze precedano le definizioni e, prima ancora che il nome spuntasse tra le righe di qualche articolo di giornale, In Quiete gli dava forma, ne creava la sostanza.</div>
<p></span>Genericamente si parla di <em>umanesimo delle montagne</em> ma è più corretto che le esperienze precedano le definizioni e, prima ancora che il nome spuntasse tra le righe di qualche articolo di giornale, <span style="color: #000000;"><strong>In Quiete</strong></span> gli dava forma, ne creava la sostanza. Le chiavi di volta di azioni di questo tipo sono impegno, conoscenza e consapevolezza. Il rapporto con la natura, le caratteristiche di un territorio (limiti e opportunità) che non sono solo naturali ma anche sociali (e quindi storiche e culturali), non si improvvisa ma scaturisce dalla combinazione necessaria di questi tre fattori. Essi sono fondamentali a costruire un equilibrio che sia potenzialità di sviluppo per il territorio e per la comunità che lo vive, tenendo conto del passato ma non negando le esigenze del presente. Creare le condizioni che tengano in vita un territorio senza snaturarlo, inoltre, ha una forte implicazione politica. Se le ricadute sociali delle attività di<span style="color: #000000;"><strong> In Quiete</strong> </span>sono facilmente intuibili, vale la pena soffermarsi sul valore politico delle scelte di questi ragazzi, che sono sì scelte individuali ma danno concretezza a quei principi di sostenibilità, tutela, partecipazione, pianificazione e inclusione di cui sono pieni i documenti programmatici ma che sulla carta restano parole sterili, nelle loro mani, invece, diventano vita di tutti i giorni, espressione dell’accezione propria e corretta della tanto bistrattata parola politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella parte finale di un documentario sull’impianto di acquacoltura Mattia Speranza sorride dicendo <em>“E’ un po’ una sfida ogni giorno venire qui e far andare avanti l’attività …”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un po’ una sfida ogni giorno essere espressione di quello in cui si crede. L’unica che valga la pena. La sola che possa definirsi vera resistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro con l’autore, <span style="color: #000000;"><strong>Resistere e poi Esistere: dalla letteratura all’Appennino Tosco-Romagnolo</strong></span>, si terra il 25 Maggio alle ore 18:00 presso la Feltrinelli Point di Arezzo, nell’ambito della rassegna Militanze Esistenziali_Storie di impegno e di passione</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000; text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">&gt;</span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/">Vai alla pagina</a></span><a href="http://www.segniconcreti.org/militanze-esistenziali-2019/"> <span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;"><strong>MILITANZE ESISTENZIALI</strong></span></a></span></p>
<hr />
<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #333300;"> <span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #333300; text-decoration: underline;" href="https://www.facebook.com/dalila.sansone">D<span style="text-decoration: underline; color: #ff0000;">a</span>lila Sanson</a>e</span></span></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Abracadalbero</h5>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10597" src="http://www.segniconcreti.org/wp-content/uploads/2018/07/Dalila-Sansone_ConcretaMente1-150x150.jpg" alt="Dalila-Sansone_ConcretaMente" width="150" height="150" /></a></p>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org/mattiasperanza/">Resistere e poi Esistere &#8211; #ConcretaMente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="http://www.segniconcreti.org">segni concreti</a>.</p>
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